"Noi siamo moltitudine"
(Fausto Cabra, nella conferenza di presentazione dello spettacolo)
Billy Milligan - lo "stupratore del Campus" - è stato uno psicopatico criminale realmente vissuto (1955-2014), figlio di un comico fallito (come ogni buon Joker) e protagonista di un caso mediatico che sconvolse gli USA (e dove se no?!) nei tardi Settanta: arrestato nel 1975, per avere rapito, violentato e rapinato tre studentesse universitarie, fu assolto per infermità mentale: in lui conviveano, a sua totale insaputa, non due ma ben 24 personalità distinte!
Il caso è narrato nel libro del 1981 di Daniel Keyes Una stanza piena di gente, scritto in collaborazione con lo stesso Milligan, le sue personalità, i medici che lo ebbero in cura, avvocati, familiari e persino datori di lavoro. Nel 2016 uscì il celebre film Split di Shyamalan, che poi il regista ha inserito nella trilogia con Unbreakable (2000) e Glass (2019), ma che comunque proprio a Milligan s'ispira (qui sotto vi ripassate il trailer).
Come oggi più fedelmente il testo Schegge di memoria disordinata a inchiostro policromo, scritto da Gianni Forte (ormai scisso dall'ex collega Ricci dell'omonima compagnia), diretto da Fausto Cabra e in scena al Teatro Franco Parenti (che l'ha prodotto) fino al 13 aprile prossimo (qui sotto il trailer dello spettacolo).
Un trip virtuosistico, oltre che il protagonista "scheggiato" (Raffaele Esposito), anche per le due attrici sul palco con lui dall'inizio alla fine (Anna Gualdo ed Elena Gigliotti), che devono a propria volta destreggiarsi fra due vittime (studentessa e donna delle pulizie con accento straniero, vedete la scena nell'immagine sopra il titolo), la poliziotta, la psicanalista, il secondino e la madre del criminale, che fino alla fine negherà ostinatamente gli orrendi abusi subìti dal figlio e da lei ignorati nel disperato tentativo di ricostruire un patetico sogno di "armonia familiare" col secondo marito e i due fratelli di Billy (e così mettendo in pericolo la sottile linea difensiva legale).
Rispetto al film che i più avranno visto, lo spettacolo teatrale non si concentra tanto sul thriller delle ragazze rapite e sui loro tentativi di fuga quanto sul 'legal thriller' narrato dal libro di Keyes, ossia la scoperta che gli stupri erano stati commessi da due delle personalità che convivevano nella mente devastata dagli abusi subìti nell'infanzia da Milligan da parte del patrigno, nella totale inconsapevolezza della personalità "principale" dell'uomo. L'innovativa tesi della difesa che portò quindi alla scarcerazione di un colpevole incontestabile per aver commesso i reati non "nel pieno possesso delle facoltà mentali", indi al suo internamento in case di cura, da cui uscì solo nel 1991 dopo altre drammatiche vicende e tentativi di suicidio, che però escono dal seminato drammaturgico che qui ci spetta.
Lo spettacolo teatrale si basa dunque su una solida trama (il caso giudiziario appunto). E il primo interrogativo che mi è venuto alla mente è stato come mai un autore noto per un teatro d'avanguardia performativo alquanto estremo avesse scelto un impianto "classicamente" narrativo invece di un'astrazione concettuale abitualmente considerata più affine all'avanguardia. La risposta viene assistendo al multistratificato lavoro messo in scena dal testo di Forte con la coerente regia multimediale e "frammentata" di Cabra: l'azione sul palco dei tre attori si rifrange infatti nei video su un vecchio televisore con scene di telefilm anni '70 (Charlie's Angels, Starsky e Hutch, Star Trek) e frammenti di horror celebri (Shining e L'Esorcista) in cui con l'ausilio dell'AI il volto di Esposito/Milligan è stato montato su quelli dei protagonisti.
Mentre il grande schermo a parete che sormonta il palco ci rimanda visioni (by Francesco Marro) delle diverse personalità di Billy, a turno in dialogo con la psicanalista; e lo schermo alzato sul lato sinistro del palco da un tecnico, quarto personaggio muto del dramma (che siamo invitati a ignorare, perché "la mente sa usare la magia di far sparire quel che non vuole vedere"), ci proietta i disegni infantili del protagonista (immagine a sinistra), espressione dei suoi traumi. E la colonna sonora ci presenta canzoni intradiegetiche come How deep is your love dei Bee Gees (nella scena di stupro), Psycho Killer dei Talking Heads (inevitabile!) e O Superman di Laurie Anderson, accanto alle musiche originali di Mimosa Campironi ispirate comunque al rock degli anni '70.
Viene anche sfondata la quarta parete, con le attrici che si rivolgono direttamente a noi spettatori - come ideale "giuria" del processo all'identità frammentata in scena - presentando l'attore coi suoi dati personali e quindi la finzione complessiva a cui stiamo assistendo e sviluppando così "anche una riflessione sul ruolo dell’artista, portatore di ciò che è multiforme e quindi disturbante, rivelatore di una realtà mai lineare" (dalle note di regia, NdR).
Ma la scena più intensa (la vedete nelle foto di scena ai lati) è l'agghiacciante flashback di Billy seminudo sotterrato in scena dal patrigno (il Tecnico Muto) con un tubo di gomma per respirare (abuso realmente subìto dal personaggio reale).
In pratica, gli strumenti dell'avanguardia sono tutti all'opera per un testo che riesce nel difficile compito di sviluppare una trama lineare e "pulp", ma giocando coi generi del legal thriller, del dramma psicanalitico e del metateatro, incastonando diverse frasi poetiche come "niente cui aspirare tranne il silenzio" o il riferimento all'Alice di Carroll tra virgolette nel titolo. Una difficoltà che ben conosce chi ha provato a mettere in piedi una trama narrativa. Personalmente, sento molto vicina la frase "A furia di sentirsi dire che non sei buono a niente uno finisce per crederci", che Billy/Esposito sputa fuori durante un interrogatorio con la psicanalista Gualdo (a sinistra nelle vesti di Madre nel tragico confronto finale col figlio sulla sua omissione di aiuto nei confronti delle violenze del patrigno).
E', quello portato al Parenti da Forte e Cabra, un teatro che (purtroppo) non si vede spesso sui palchi in Italia, dove sovente si evita la narrazione illudendosi di apparire "impegnati" declinando l'ennesimo dramma familiare sulla "diversità" che fa tanto political correct. Ma ricordiamoci che, da Shakespeare ai moderni Pinter o Kane, un testo diventa un classico reinterpretabile ancora e ancora, se alla base c'è una trama solida, che può prestarsi alle letture delle più diverse chiavi registiche.
Resta in cartellone fino al 13 aprile, non fatevelo scappare nascondendovi dietro un'identità fittizia.
Mario G