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Getsemani – in croce ma senza toccarsi

Written by  15 Jul 2021
Published in Teatro
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Dal 14 al 24 luglio in scena negli spazi del Teatro Litta Getsemani (secondo cammino), Gòlgota di Antonio Syxty, performance relazionale per sei attori silenti, palesemente influenzata dal “lockdown relazionale” che ci ha investiti tutti. 



“I frammenti dei nostri messaggi vocali sono frammenti dei Vangeli. Sono parole ritrovate, riaffiorate, emerse, sopravvissute, ricordate, incontrate, riascoltate e provate, portate con noi, per noi e per voi.
Il senso religioso? Sì, c’è, ma non nel senso della divulgazione, né dell’evangelizzazione o della possibile o probabile ‘rappresentazione’ di un senso religioso o di una religione, nella fattispecie quella cristiana.”
(...)
“Noi ci possiamo definire testimoni, messaggeri, porte da attraversare, preghiere in azione, liquidi da bere, cibo da mangiare, parole da dire o da scrivere. Ma non potremo mai identificarci con le figure chiamate in causa dalle Scritture. Non è quello il nostro scopo. Le figure evocate possono guidarci nelle azioni se in esse siamo in grado di ritrovare un sentimento.”

 

Nelle parole del regista Getsemani è il luogo in cui era prevista la condivisione da parte di una comunità del destino che attendeva il suo pastore. Ma al momento cruciale i fedeli erano addormentati. Ci dice qualcosa del presente?

Siamo in chiesa: il sacerdote ci chiede nel linguaggio della liturgia se siamo pronti ad accettare il cammino della croce di Cristo.
GetsemaniSiamo nel cortile del Litta: la performer ci mostra un cartello con su scritto “VENITE CON NOI SULLE CROCI”. Al suono dei Cranberries.
E noi, fuori dalla coreografia liturgica cosa facciamo? Come rispondiamo quando non siamo guidati da un rituale?
Ci muoviamo timidamente e ci lasciamo guidare a sederci su quelle tre croci di legno che metaforizzano quelle del Gòlgota storico nella performance di Antonio Syxty.
Guardiamo gli altri spettatori come se ora al supplizio ci fossimo noi e loro fossero quell’indistinta plebe di giudei e legionari che s’accalcava a bersi lo spettacolo del sangue messo in scena dalla giustizia romana dell’anno 33.


Allora, uno spettacolo intensamente fisico (come nel “primo cammino” della performance, “Lazarus pièce, Magdalene pièce”). Oggi, al contrario, del tutto privato di fisicità dagli obblighi di distanziamento sociale, che molto hanno influito sulla genesi del “secondo cammino” della performance relazionale, che il direttore artistico di MTM aveva intrapreso già tra la fine dei ’70 e i primi ’80 (la fervida fase rievocata nella nostra Weird Room #2). E che sta portando avanti ora, come aveva già programmaticamente annunziato nei materiali a corredo del suo Visioni di Solaris del 2007 (una delle prime recensioni di Posthuman, inizio dell’amichevole collaborazione col regista sfociata nel video dello spettacolo), lavoro che infatti già s’allontanava dal teatro narrativo per avvicinarsi appunto alla performance dei Fabre o delle Abramovic, utilizzando diversi spazi di Palazzo Litta come il cortile e la Cavallerizza oltre al palco principale, proprio dove veniamo guidati durante l’attuale Getsemani.

GetsemaniGetsemaniDal cortile delle croci passiamo alla sala del palco, con le poltroncine incellophanate come i gesti con cui i performer si accostano a noi, evidenziando tutta la “fissità come emozione” che caratterizza quest’assurdo momento di saluti col gomito e mascherine da ladroni.

GetsemaniGetsemaniSul palco i sei kophà pròsopa (volti muti nella tragedia greca, sono Carola Deho, Susanna Russo, Massimo Sansottera, Gabriele Scarpino, Bruna Serina de Almeida, Nicole Zanin, coreografati in movimenti essenziali da Susanna Baccari) si spogliano.

GetsemaniImpacchettano le tre vittime giustiziate nel cellophane, ci fanno circolare intorno guardando lo spettacolo della morte metaforica, come ad ogni incidente stradale facciamo con la prosaica morte reale, come le mosche.


GetsemaniGetsemaniPoi ci guidano fuori dall’uscita posteriore, verso la sala piccola della Cavallerizza, in cui la sola Carola Deho spogliata esegue un rituale di purificazione in una bacinella d’acqua davanti alla sua lanterna, illuminata da un neon dall’alto, sempre in totale silenzio. “La notte del corpo”.

GetsemaniGetsemaniAvviene nel cortile interno l’unico momento di contatto: guidati davanti alle due edicole di legno, che potrebbero far pensare ai sepolcri dei condannati giustiziati, due spettatori vengono condotti ad abbracciare le figure (salme?) avvolte nella plastica trasparente. È l’unico contatto reale coi performer che altrimenti ci sfiorano sempre alla dovuta distanza. Ma è un contatto con un corpo irriconoscibile, non si sa nemmeno se sia un uomo o una donna. Come dei contagiati in una RSA.
Perché “Il nostro Gòlgota è quello del tempo delle diversità, delle ingiustizie, della paura, dell’indifferenza, della malattia”.

GetsemaniVeniamo quindi guidati sotto il voltone che riporta al cortile centrale da una sorta di teatro danza dell’illuminazione con lanterne, passiamo sotto a un simbolico portale (sempre di cellophane), istoriato coi simboli del proto cristianesimo (“porte da attraversare, preghiere in azione”), quindi nel cortile dove tutto è iniziato dobbiamo accostarci ai performer per ascoltare gli unici veri testi della performance: le parabole del pastore nel Vangelo, ma non recitati dalle loro voci bensì dalle registrazioni sui cellulari che loro ci porgono, ennesimo filtro – stavolta l’incombente tecnologia in cui viviamo immersi – attraverso cui dobbiamo per forza passare per sentire la Verità.

Non è facile decodificare questo tipo di performance, come non è facile leggere l’arte concettuale contemporanea, che ci toglie il viatico di una narrazione logico lineare verso il senso della rappresentazione. Occorre metterci del proprio, interpretare da sé il non detto, senza la certezza consolatoria che la nostra interpretazione sia quella “giusta”, se una ce n’è.
Io ho “camminato tenendovi per mano” fin qui con la mia, ma voi non prendetemi per buono: nulla garantisce che quello che io ho visto ieri sera corrisponda a quel che vedrete voi domani negli evocativi spazi del Palazzo Litta.
“Voi chi dite che io sia?”
Del resto anche i Vangeli in fondo erano (almeno) quattro per sicurezza...

Torneremo a toccarci nel “terzo cammino”, quello di Resurrezione?

“How can it feel, this wrong
From this moment
How can it feel, this wrong
Storm in the morning light
I feel
No more can I say
Frozen to myself”
(Portishead, Roads)


Mario G.

P.S.: alla performance è associata la promozione Posthuman & LiquidSky Friends: prenotando il proprio biglietto a This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it. o chiamando lo 0286454545, chi si presenta come "amico di Posthuman e/o di LiquidSky Agency" riceverà uno sconto del 50% sul prezzo, ossia da 20 a 10 euro.


Le citazioni tra virgolette sono tratte dal libretto di scena, per gentile concessione di Antonio Syxty/MTM.

Le foto sono scatti di MarioG realizzati la sera della prima (14/07/2021), l'ultima durante una prova, con smartphone (come per le parabole), riprodotte in accordo col regista, i performer e il Teatro, ma non costituiscono documentazione ufficiale della performance, che in seguito verrà resa fruibile anche in formato di video streaming.

 

Last modified on Thursday, 15 July 2021 18:39
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