Viaggio al termine del Giallo: il vol. 4 dei Movie Posters

Profondo Rosso composite

Creepy Images lancia ora la quarta raccolta di locandine, flani, fotobuste e materiali promozionali dei film gialli all’italiana, che chiude il ciclo del genere coprendo l’ampio arco temporale 1975-2022.

Siamo giunti al capolinea: con questo volume n. 4 la saga dei Giallo Movie Posters (copertina sotto a sinistra, NdR) curata dall’infaticabile Thorsten Belzen per Creepy Images arriva fino ad Occhiali Neri del 2022, cioè ieri mattina: (ad ora) ultimo, purtroppo stiracchiato capitolo del viaggio di Dario Argento – principale esponente del filone nel Belpaese – nel genere “spaghetti giallo”, di cui è il principale rappresentante nel mondo dal lontano 1970 (L’Uccello dalle piume di Cristallo).

Abbagliante il rallentamento produttivo fotografato da questa pubblicazione: se il primo volume copriva 50 film in 8 anni su una foliazione di 204 pagine, il secondo 49 in un arco di soli due (!) anni in 228 pagine, cioè una vera esplosione di produzioni, e distribuite in molti mercati internazionali come documentato dalla varietà di poster nazionali per un singolo titolo; il terzo volume copriva un arco di tre anni, con 82 titoli su 244 pagine, emblema di una produzione ancora piuttosto rigogliosa, ma che cominciava a segnare leggermente il passo in termini di appeal sui mercati esteri (in pratica tanti titoli ma ciascuno con meno versioni in altre lingue).

Con questo quarto volume finale siamo al lumicino: 114 titoli, certo, ma distribuiti su un arco di ben 48 anni (poco più di una media di due titoli/anno), dal 1975 fino al 2022, fotografano il triste declino del glorioso genere thrilling italico man mano che si avanza nel corso della storia, in quanto la più parte dei titoli, specie dagli anni ’80 in poi, è rappresentata dal solo poster italiano, non avendo avuto l’opera distribuzione cinematografica su altri mercati.

Il fatto che il quarto volume, partendo dagli anni Settanta, attraversi circa mezzo secolo, mostrando titoli sempre più rarefatti con il passare del tempo, mette in evidenza come il cinema italiano abbia abbandonato negli anni uno dei suoi generi più caratteristici, che non a caso nel mondo è chiamato ‘Giallo’, dando al termine un significato ben diverso da quello di ‘giallo classico’, di cui è divenuto sinonimo in patria“, commenta Andrea Carlo Cappi, giallista della ‘legione straniera’ milanese, cocuratore di Fantasmi di oggi e da sempre fine osservatore delle evoluzioni della pulp fiction (inter)nazionale.

E questo nonostante questo volume contenga Profondo Rosso(1975), il titolo più celebre del giallo all’italiana in patria e nel mondo (oltre che l’ispiratore del nostro Fantasmi di oggi, infatti la copertina del libro riprodotta sopra è dedicata al sinistro manichino dell’omicidio di Glauco Mauri, che vedete nello still accanto), coperto da ben 9 pagine di poster, dalla Francia (dove il capolavoro argentiano si chiamava inopinatamente Les Frissons de L’Angoisse!) al Giappone (dove invece fu distribuito nel 1978 come Suspiria 2, dopo il travolgente successo dello stregonesco Suspiria del ’77, v. composite di poster italo-tedesco-nipponico sopra il titolo).

Oltre alla fase matura (e poi declinante) del giallo argentiano, con Tenebre (1982), Phenomena (1985, incluso nonostante la presenza anche dell’elemento soprannaturale), Opera(1987), Trauma(sorta di “Profondo Rosso made in USA” del 1993) – da non confondere con l’omonimo Trauma del 1978 spagnolo di León Klimowsky né con l’oscurissimo Thrauma del 1980 di Gianni Martucci (entrambi presenti nel volume)– cui seguono La sindrome di Stendhal (1996), Non ho sonno (2001), per finire coi perdibili Il cartaio (2004), Giallo (2009) e appunto Occhiali neri (2022), il volume contiene peraltro ancora titoli assolutamente imprescindibili del genere, come il “gotico padano” La casa dalle finestre che ridono di Avati (v. still qui sopra) e due capisaldi della cinematografia di Fulci: Sette note in nero (1977, v. immagine sotto), tratto dal romanzo Terapia mortale di Vieri Razzini, ma con uno spunto dal racconto Il gatto nero di Edgar Allan Poe (la donna murata viva), l’ottimo e truculento Lo squartatore di New York(1982), d’ambientazione newyorkese come il meno brillante Murderock – Uccide a passo di danza (1984, flano sotto), che troverete liberamente evocati nel mio racconto – appunto Note in nero, con protagonista Keith Emerson – per l’imminente antologia fulciana Voci dal Profondo (quest’autunno per Edikit a cura di Andrea K. Lanza), ad ulteriore conferma dell’influenza che la stagione dell’italian thrilling continua ad esercitare non solo sui registi del pulp attuale ma anche sugli autori letterari.

Notevole, secondo il parere del sottoscritto, ma sfortunato La casa del tappeto giallo di Carlo Lizzani del 1983 (v. immagini sotto), teatrale nell’impianto e nella derivazione dello script, oggi purtroppo ancora irreperibile in una versione home video ufficiale.

Mentre, procedendo nei patinati anni ’80, notiamo l’incrocio degli impianti del giallo all’italiana (dove le belle donne poco vestite sono sempre abbondate, spesso vittime ma talvolta – specie in Argento – anche carnefici) con il rampante mondo glamour della moda e dell’immagine, con titoli come il celeberrimo Sotto il vestito niente di Vanzina (1985, dal romanzo-satira del mondo del prêt-à-porter milanese di Marco Parma, con ben due sequel, v. composite qui sotto), Le foto di Gioia di Lamberto Bava (1987), o La Morte è di Moda di Bruno Gaburro (1989).

Quest’erotismo patinato lentamente scivola verso il soft-core di Sensi di Gabriele Lavia, da attore già comprimario in Profondo Rosso e Inferno, poi protagonista dell’ottimo horror Zeder di Avati e ancora con Argento in Nonhosonno, che da regista si incanala appunto nel nascente filone sexy-intellettuale, poggiando largamente sul conturbante fascino maledetto della partner Monica Guerritore, cui sono seguiti titoli dimenticabili tipo Spogliando Valeria (Gaburro, ’89), Spiando Marina o Graffiante Desiderio (due tardi Sergio Martino del ’92/3, indegni di cotanta firma). Qui sotto, le locandine di Sensi e di Morirai a mezzanotte di Lamberto Bava (che sembra però tratta dal primo omicidio di Murderock di Fulci, nota giustamente Belzen)

Praticamente, l’ultimo giallo italiano davvero rilevante per l’evoluzione del genere è Almost Blue, debutto registico di Alex Infascelli (poster qui sotto a destra, NdR) tratto dall’omonimo romanzo (ispirato alla canzone di Elvis Costello/Chet Baker) che diede fama universale allo scrittore (oggi volto tv) Carlo Lucarelli, più influenzato dalle cacce ai serial killer esplose con Il Silenzio degli Innocenti di Demme che non alla scuola argentiana d’antan, che il Vostro ben ricorda d’aver visto al cinema con soddisfazione alla sua uscita nel 2000, anche se purtroppo la produzione successiva del regista non è stata all’altezza dell’esordio.

Più gustosa l’appendice finale dedicata al sottogenere “home invasion”, che ci offre poster e locandine di titoli indimenticabili come L’ultimo treno della notte di Aldo Lado (1975, ben 8 pagine di poster internazionali, sotto quello tedesco), Autostop rosso sangue di Pasquale Festa Campanile (1977), La settima donna di Franco Prosperi (1978), Vacanze per un massacro del 1980 – escursione di Fernando Di Leo nel rape ’n’ revenge col villain Joe Dallessandro (poster sotto a destra)– e il violentissimo La casa sperduta nel parco (poster qui sopra al centro) di Ruggero Deodato (1972), sorta di Ultima casa a sinistra nostrano con lo stesso protagonista David Hess.

Se negli anni Settanta il genere lasciava molto spazio all’exploitation – lo sfruttamento di un filone di successo con sottoprodotti imitativi – nel contempo consentiva a un regista come Aldo Lado, che aveva contribuito a porne le basi, di girare un film come L’ultimo treno della notte, che dietro la violenza apparentemente gratuita era portatore di un forte messaggio politico“, chiosa ancora Cappi.

Con il tempo il genere, che a volte trovava spazio, in forme meno sanguinose, persino nella severa televisione di Stato ai tempi della Democrazia Cristiana, si è spento. Ogni tanto se ne vede ancora qualche baglione, come ne Il corpo di Vincenzo Alfieri (2024), efficacissimo remake italiano di un film spagnolo del 2012 che attingeva visibilmente a certe atmosfere ‘thrilling’. Ma, come fenomeno, ha cessato di esistere, senza neppure evolversi in qualcos’altro. Sintomo di un cinema nazionale che tende a disprezzare i generi, con l’unica eccezione della commedia, ignorando le lezioni che fino a qualche decennio fa sapeva dare ai registi di tutto il mondo“, è l’amara conclusione Cappi.

Mentre decidete se ordinare la vostra copia soft cover (33,50€) o nella tiratura limitata con copertina rigida (53,50€) delle 304 pagine del presente volume 4, sappiate che ci stiamo preparando a recensire il già segnalato Son of Banzai!, volume dedicato ai cineposter nipponici, e l’imminente Muchas Gracias Señor Lobo, monumentale “expanded final edition” di 604 pagine e 2.200 immagini sulla saga licantropica iberica di Paul Naschy, attualmente già in preordine.

A presto e buoni… “brividi caldi”!

Mario G (con il contributo di Andrea Carlo Cappi)