Debutto nel lungo del 20enne Kane Parsons, che estende in film per il cinema la sua web-serie del 2022, è un originale e trascinante viaggio in una dimensione parallela da incubo, vorace dei… nostri ricordi. In sala dal 27 maggio.
L’uscita è di quelle su cui la casa produttrice A24 punta molto, visti gli spettacolari display promozionali realizzati a partire dalle (bellissime) scenografie del film (Danny Vermette) e disposti nel foyer dell’Anteo per l’anteprima stampa che abbiamo seguito (qualche scatto qui sotto e in fondo, con la scritta promozionale tradotta in italiano “super sconti”).



Un film realizzato appunto da un regista appena ventenne – Kane Parsons, anche autore di musica elettronica – già incoronato dal grande seguito conquistato dall’omonima web-serie apparsa su YouTube nel 2022 e basata su una leggenda metropolitana (quella per me orribile definizione di “creepypasta”) intitolata appunto Backrooms (QUI scheda serie, QUI scheda film) come il lungometraggio che ora IWonder distribuisce nelle sale italiane dal 27 maggio.


Ecco perché il film si apre con un prologo in soggettiva POV (datato 1990 se ho ben registrato) da parte di personaggi che non vediamo, ma intuiamo già prigionieri della misteriosa dimensione parallela e coperti da tute protettive e respiratori. Chiusa la cornice-teaser entriamo nel vivo della vicenda: l’architetto nero Clark (Chiwetel Ejiofor) gestisce un emporio d’arredamento a buon mercato e va dalla psicologa Mary Kline (Renate Reinsve) per superare l’abbandono da parte dell’ingrata moglie, che l’ha scacciato di casa (lui beve) anche se era lui il sostegno economico della coppia e degli studi di lei all’università (qui sotto il trailer del film).
Una sera, a caccia di sprechi nei consumi di corrente, Clark scopre che una parete del suo store è una membrana fluida da cui s’accede a una surreale dépendance del suo stabile a lui del tutto ignota: interminabili fughe di stanzoni vuoti e corridoî illuminati da luci giallognole, semivuoti, se non per mucchi di sedie, tavoli e suppellettili sconosciute al suo assortimento, spesso pazzescamente sprofondati nei pavimenti o nei muri perimetrali come se fossero affondati in terreni paludosi ere addietro.

Una dimensione parallela del tutto disabitata, se non per qualche rumore lontano e qualche sagoma intravista di scorcio nell’ombra di un’altra stanza sempre più avanti, che comunque valgono a seminare uno stato d’inquietudine su dove e perché si celino i misteriosi abitatori di quello che sembra un “altro mondo” disegnato da un Escher ubriaco e che Clark – pur del mestiere – non riesce neppure a mappare con un disegno razionale.

Infatti, tornando nel dedalo accompagnato dalla sua assistente e dal fidanzato di lei, videomaker dei suoi spot pubblicitari demenzial-corsari-ottomani, i tre spariscono come inghiottiti da quel Cubo (nel senso del geniale film di Vincenzo Natali, vero precursore delle Backrooms, di cui sotto ripassate il trailer del ‘97) privo di alcuna regolarità e apparentemente infinito.
A questo punto il film cambia protagonista – alla Psycho – perché la psicanalista Mary è l’unica a disporre della mappa abbozzata a mano da Clark (che pure le sembrava un po’ alterato) e quindi tocca a lei “varcare la soglia” (v. foto qui sotto) e immergersi alla ricerca del suo paziente nell’altrove, che tra l’altro a lei ricorda altri traumi personali, e non da poco: infatti era figlia di una madre disturbata che la segregava in casa per timore di incomprensibili minacce provenienti dall’esterno.

Lo troverà, il suo paziente Clark, ma sarà solo l’inizio di un incubo ancora peggiore, che però vi lasciamo scoprire al cinema dal 27. Fortunatamente il giovane “Kane Pixels” è già abbastanza maturo per non cadere nella trappola di cercare lo “spiegone” razionale di ciò che razionale non può essere (e proprio da ciò trae la suggestione che esercita su di noi), nonostante alla fine ci mostri uno scienziato che sta studiando l’incomprensibile labirinto; il quale – apprenderemo – si modella sui nostri ricordi, riproducendo persino cloni (commestibili!) di persone a noi vicine, anche se con qualche imperfezione di forma, da cui i pezzi di mobilio innestati nell’architettura e i fantocci umani dalle inquietanti morfologie picassiane.

Il film di Kane – aldilà della sua genesi seriale e “creepy-web” – evita tutte le ingenuità del teen horror (non solo le spiegazioni inutili ma anche i dialoghi idioti, i “dividiamoci” etc.), dona ai suoi due personaggi principali solidi e credibili background psicologici per cui noi empatizziamo coi loro incubi e vive delle sue prospettive sghembe e labirintiche, di quegli antri giallastri spaventosi nella loro desolazione, visivamente esaltanti (come la parete che s’intuisce essere un vetro trasparente per colei che sta dall’altra parte) quanto sconfortanti nel loro nulla desertico per chi li percorre. Per 110 ritmati minuti di crescente tensione visionaria, senza inutili allungamenti della zuppa.

Backrooms si rivela così una delle migliori opere fanta/horror paranoiche degli ultimi anni, al punto da risvegliare i nobili paragoni che avete letto sopra, che ti rimane dentro dopo la visione insieme alla domanda senza risposta: come sarebbe la stanza modellata sulla mia, di mente?
La risposta potrebbe apparire nel mio romanzo ora in lavorazione Hyde After Time.
Intanto però non lasciatevi scappare il film… dietro l’angolo buio!
Mario G

