Terza ed ultima parte della ricognizione nel cinema di genere nipponico by “Cappi-san Andrea” lungo il Creepy-poster book, dedicata ai celeberrimi mostri, all’horror spettrale e all’ero guru pieno di signorine costrette in scomodi “legami”.
Proseguiamo con la poster art giapponese raccontata dall’inesauribile Armin Junge in Son of Banzai! pubblicato da Creepy Image (290 pagine a colori, 34,50€, qui sotto la copertina, mentre QUI e QUI ripassate le due puntate precedenti, NdR) inoltrandoci nella sezione intitolata Bizarre, che attraversa in realtà vari generi.

Qui la selezione segue più le tipologie dei manifesti che quelle dei film, tornano protagoniste le fanciulle discinte e prevalgono le produzioni del Sol Levante. L’onda lunga di James Bond in Giappone, del quale si è parlato a lungo nell’articolo precedente, ci fa incontrare a pagina 131 anche una misteriosa agente 006 nipponica dai capelli ossigenati, in un costume stile Catwoman, con mascherina e revolver (qui sotto, i poster di Hijiri Shouo Gomon e di Blind Woman’s Curse di Teruo Ishii del 1970, in cui si fondono ero guro e action yakuza decadi prima di Kill Bill, NdR).


Si intuiscono qua e là guardie brutali, maniaci sessuali e scienziati pazzi che vittimizzano fanciulle in film del tutto sconosciuti in Occidente, di ambientazione storica e/o contemporanea.
Si scoprono immagini ispirate dall’illustrazione classica nipponica e altre più sperimentali, ma con una forte componente sado-maso – con curiosi esempi di giovani donne inscatolate o imbottigliate – e una preponderanza della shibari, ossia la tradizione del bondage nipponico, da tempo elevata a una forma d’arte (e celebrata nella narrativa weird morbosa di Edogawa Ranpo – l’Edgar A. Poe nipponico – e dai suoi numerosi traduttori su pellicola, come il citato Teruo Ishii, Yasuzo Masumura – di cui sotto uno still da Blind Beast – e lo stesso Shinya-Tetsuo-Tsukamoto, NdR).

Come ci spiega l’esperta italiana Marina Fiorentini, esibitasi anche a Tokyo in performance di tal genere: “La shibari, oggi pratica di confine tra arte performativa e BDSM, ampiamente sdoganata dai circuiti underground fino a essere ospitata persino negli ambienti più glamour, affonda le sue radici nell’hojōjutsu, l’antica tecnica di immobilizzazione mediante corde impiegata dai samurai e dalle forze di polizia del Giappone feudale, nel quale il metallo scarseggiava, per catturare e trasportare i prigionieri. A partire dal XX secolo queste tecniche si sono evolute, assumendo una forte componente estetica e simbolica, fino a diventare la disciplina oggi conosciuta anche come kinbaku (‘legatura stretta’).”


Ma si avvistano anche produzioni straniere. A pag. 119 ci si imbatte nel franco-italiano Raspoutine del 1954, con nudità inaspettate che forse non si ritrovano nella pellicola, e in un Wild West del 1978, dal poster esplicito, anche se non sembra corrispondere ad alcun film esistente.
Alle pagine 132-133 inaugurano una parte dedicata ai mondo movies due manifesti di Angeli bianchi, angeli neri: un singolare “documentario” italiano del 1970, dedicato a occultismo e messe nere (anche se il curatore del libro insinua che, più che un documentario, fosse una pretestuosa messinscena per mostrare giovani attrici nude) con la partecipazione di Anton La Vey, celebre fondatore della Chiesa di Satana a San Francisco, che torreggia anche nei poster.
Mentre, a pag. 147, uno sguardo attento può riconoscere una quasi diciassettenne Romina Power, vittima ignuda di Jack Palance nel ‘desadiano’ Justine di Jess Franco (1969). Corre voce che fosse accompagnata sul set dall’allora fidanzato e futuro marito, forse per verificare che non si passasse dalla finzione alla realtà (poster qui sotto, NdR).

La successiva sezione Horror propone in realtà una commistione tra generi che include thriller (anche italiani degli anni Settanta) e horror veri e propri quali Suspiria(1977, pag. 190), Halloween 2 (1981, pag. 166) o Nightmare (1984, pag. 174), andando avanti e indietro nel tempo.


Tra le produzioni nazionali, si trovano il classico Audition (1999) o il cyberpunk 964 Pinocchio (del 1991, davvero weirdissimo, NdR) a pag. 160, e un assortimento di oscure maschere da teatro kabuki che lascia presumere spettri in costume, in pellicole a noi sconosciute. Mancano, quantomeno in questo volume, alcuni dei titoli più celebri come quelli dei cicli Ju-on e Ringu, quest’ultimo rappresentato solo da The Ring 2 (2005), secondo capitolo della versione statunitense della saga (qui sotto i poster di due titoli del ciclo di Ghost Cat, sorta di ‘Cat People nipponici’, degli anni ’50, NdR).


Ritroviamo però un Clint Eastwood in contesti non esattamente horror, come La notte brava del soldato Jonathan e Brivido nella notte (entrambi del 1971), a pagina 205, in compagnia di Dal tramonto all’alba di Robert Rodriguez (del 1996, piena epoca tarantiniana… ma qui datato erroneamente al 1972!).

Più spettacolare la sezione Science Fiction, che oltre ad astronauti nipponici nello spazio profondo (qui sopra, NdR) propone le attesissime – per me – “star” del kaiju eiga, ossia il cinema dei mostri: Gamera, Godzilla (che tr l’altro s’appresta a tornare sugli schermi il prossimo 5 novembre con Godzilla Minus One di Takashi Yamazaki, distribuito da Plaion proprio in partnership con la sotto citata storica Toho, ora Global!), Mothra, Ghidorah e compagnia. Cui si aggiungono, per ulteriore delizia dei cultori, i manifesti dei “festival” estivi della compagnia di produzione Toho tra gli anni Sessanta e Settanta, con l’obiettivo di attirare al cinema scolaretti in vacanza per spettacoli multipli tra kaiju e supereroi dell’epoca (qui sotto i poster di un Godzilla Festival del ’79 e di un Toho Fest del ’73, NdR).


E, a proposito di supereroi, anche se assente in questo volume, mi viene un’associazione di idee: se a volte i distributori nipponici proponevano al pubblico pellicole con titoli più o meno ingannevoli, in Italia non siamo stati da meno. Il primo supereroe in assoluto della storia, ideato dai cantastorie giapponesi nel 1931, si chiama Ogon Batto, poi noto da noi come Fantaman nella sua versione anime. Ma ci venne presentato per la prima volta come “Diavolik” nel film Il ritorno di Diavolik (1966, però arrivato in Italia dopo il Diabolik di Mario Bava) con manifesti arricchiti di nomi occidentali inventati di sana pianta e immagini da film d’azione e crimini, mentre il compito del protagonista è difendere la Terra dai piani di distruzione del perfido alieno Nazo.
Tornando a Son of Banzai!,la sezione fantascientifica offre anche un assortimento di manifesti per film occidentali, come Batman – The Movie (1966, episodio cinematografico della serie tv camp dell’epoca, con il poster perfettamente in tema a pag. 242) o 2001: odissea nello spazio (1968, rielaborazione del manifesto originale, a pag. 237) passando per produzioni tratte da Jules Verne e altre che ci portano direttamente già agli anni Ottanta-Novanta.
Molto interessante anche la sezione finale riservata al materiale promozionale alternativo: flani, volantini, cartoline e persino biglietti d’ingresso illustrati, venduti al di fuori dei cinema in appositi chioschetti per le strade.


Un’osservazione: come da noi su manifesti di film orientali vengono talvolta riportate scritte in ideogrammi, più che altro a scopo decorativo, così in quelli giapponesi di film occidentali appaiono frasi e slogan, non necessariamente corrispondenti ai titoli originali, probabilmente per dare all’immagine lo stesso tipo di tocco esotico.
In sintesi Son of Banzai! è un lungo e coloratissimo percorso attraverso qualche decennio di storia del cinema visto dal Giappone, che a tratti fa venir voglia di rispolverare vecchi dvd (ve li ricordate? Servivano a vedere i film senza dipendere dai capricci delle piattaforme!) e a tratti genera una certa curiosità nei confronti di titoli che forse sono irreperibili dalle nostre parti. Ma, quando si arriva alla fine del volume… lo confesso, se ne vorrebbe subito un altro.
(Che infatti attendiamo presto, ma sarà stavolta la saga licantropica dell’”hombre lobo” spagnolo Paul Naschy, NdR)
Andrea Carlo Cappi
P.S.: Posthuman ringrazia nuovamente il Kapp per aver distillato cotanto senno sul cinema “de-genere”, nipponico ma inevitabilmente non solo, sulle sue immancabili connessioni letterarie al giallo/noir, al western come alla fantascienza spaziale, alle ghost story come agli spionistici e alle rispettive declinazioni nei diversi linguaggi del cinema, della tv, del fumetto etc.
Speriamo di poter presto tornare ad approfondire tutto ciò insieme a voi in un’adeguata rassegna… vi piacerebbe?

