Dal libro di Creepy Images sui poster cinematografici giapponesi, la prima parte di un ampio servizio by Andrea Carlo Cappi sull’evoluzione dei film di genere nel Sol Levante, ora derivazione ora modello di quello occidentale.
C’era una volta la poster art giapponese. Ce la racconta Armin Junge in Son of Banzai!, volumone pubblicato da Creepy Images (copertina qui sotto), che segue i quattro volumi di Giallo Movie Posters dedicati al “thrilling” italiano, che abbiamo appena terminato di documentarvi (a questo link trovate anche i collegamenti alle precedenti tre recensioni).

Son of Banzai! (290 pagine, che ci offrono parecchie centinaia tra manifesti, locandine e altro, al prezzo di 34,50€) è il sequel di un precedente – e ormai introvabile – volume consimile dello stesso autore, Banzai del 2016, ed è frutto della collaborazione tra Junge e vari collezionisti nipponici (qui sotto, alcuni nippo-poster di famosi film di Argento, Carpenter, Morrissey/Margheriti, il nostro ‘simbolo’ Liquid Sky etc.).

Oggi la cartellonistica del Sol Levante, scrive il curatore, non è più quella di una volta; e forse, aggiungo io, i film provenienti dall’estero impiegano ormai immagini preparate alla fonte e utilizzate a livello globale, cosa che vale anche per il mercato italiano, togliendo spazio alla creatività locale.
Ma in questo volume si viaggia perlopiù dagli anni Sessanta agli Ottanta, attraversando diverse tematiche: Glamour Girls, Macho Men, Bizarre, Horror e Science Fiction, senza discriminare tra pellicole nazionali e straniere, né tra film di livello e B-movies in cui spesso, in tutto il mondo, a volte il manifesto è la parte migliore del film.

La sezione “femminile” include tanto Facciamo l’amore (1960, pag. 19) con Marilyn Monroe quanto Bruciata dal sole (1979, pag. 29) con Farrah Fawcett, passando per Gola profonda (1972, pag. 10) con Linda Lovelace e vari film di sexploitation spagnoli (immancabile Jess Franco), statunitensi (ovviamente, Russ Meyer ben presente), ma anche giapponesi, con grande sfoggio di turgidi capezzoli di nazionalità assortite.

Sono presenti però anche le protagoniste emancipate, abbigliate e talvolta armate dei film marziali nipponici degli anni Settanta, grandi ispiratrici per il Kill Bill di Tarantino: dalla classica Lady Snowblood (1973, pagg. 58-59) alla karateka del serial Sister Street Fighter (pagg. 62-63) inaugurato da un film noto in Italia come I due che spezzarono il racket, del 1974. Il “fratello maggiore” Sonny Chiba figura invece nel capitolo seguente con i suoi titoli di Street Fighter (pagg. 98-99).

Tutti o quasi vestiti i personaggi della sezione “maschile”, tra Gregory Peck e James Coburn, Bullit e Shaft (v sotto, NdR), ma anche Elvis Presley. Troviamo vari western, dagli USA e dall’Italia, con diverse interpretazioni di Clint Eastwood.


Manca però all’appello, almeno in questo volume, Per un pugno di dollari, così come il suo progenitore giapponese, Yojimbo/La sfida del samurai (poster nipponico e italiano qui sotto). E qui forse occorre precisare qualche retroscena (sintetizzato nel composite di copertina libresca e locandine cinematografiche sopra il titolo, NdR).
Com’è noto ai cinefili, nel 1961 uscì il film La sfida del samurai di Akira Kurosawa, storia di uno yojimbo (guardia del corpo free-lance, questo il significato del titolo originale, NdR) senza nome che arriva in una cittadina contesa tra due fazioni e, mettendosi al servizio ora dell’una ora dell’altra, riesce a portarle alla reciproca distruzione.


Nel 1964 Sergio Leone lancia nei cinema di provincia del Belpaese Per un pugno di dollari, il primo grande successo globale dello “spaghetti western” (di cui qui sotto vedete il nipposter accanto al composite di quello italiano con quello del film di Kurosawa, NdR), chiaramente ricalcato sulla sceneggiatura di Kurosawa & Kikushima per Yojimbo, con un pistolero senza nome al posto del samurai. Il confronto katana-pistola del film giapponese diventa un confronto pistola-fucile nella versione western. Insomma, qualcosa di simile a quanto avvenuto nel passaggio tra I sette samurai (1954) e I magnifici sette (1960), ma stavolta senza pagare i diritti.


Il regista italiano si difende dall’accusa di plagio menzionando come fonti Arlecchino servitore di due padroni di Carlo Goldoni (1745), ma soprattutto il romanzo Piombo e sangue (Red Harvest, 1929) di Dashiell Hammett (di cui qui sotto vedete la copertina della prima edizione originale, di un’altra riedizione americana assai pulp e di quella italiana di Longanesi, NdR), in cui all’epoca del Proibizionismo negli USA un detective senza nome arriva in una cittadina contesa tra due fazioni… Ci siamo capiti.
Alla fine si caverà d’impiccio offrendo a Kurosawa di distribuire in Giappone il suo western ormai esploso, che il regista nipponico poi ammetterà essere stato il maggiore in casso della sua carriera!



In effetti, non era tutta farina del sacco di Kurosawa. E che questi fosse un estimatore del poliziesco americano è attestato dal suo Anatomia di un rapimento (Tengoku to jigoku, 1963), tratto in quel caso ufficialmente dal romanzo di Ed McBain Due colpi in uno (King’s Ransom, 1959, copertina originale e italiana nel Giallo Mondadori qui di seguito, NdR), della serie 87° Distretto, trasportato da Isòla (la fittizia Manhattan dello scrittore americano) a Yokohama.


A tirare le somme su Piombo e sangue sarà Walter Hill con il suo Ancora vivo (Last Man Standing del 1996, col roccioso Bruce Willis al posto di Eastwood, che vedete nella locandina americana e nella scena qui sotto, NdR), accreditando la sceneggiatura di base al film di Kurosawa, ma attingendo a piene mani dalla cittadina western del film di Sergio Leone nelle ambientazioni e ricollocando la vicenda all’epoca del Proibizionismo come nel romanzo di Dashiell Hammett.
Detto fra noi, la struttura narrativa funziona così bene che l’ho saccheggiata pure io, nel mio recente romanzo Sickrose – Bandida, copertina bollente di Segretissimo accanto all’abbraccio Willis-Alexandra Powers.



Non so se i film testé citati si trovassero nel volume precedente, Banzai. In Son of Banzai! però Clint Eastwood domina i poster nipponici di Per qualche dollaro in più (1965, pag. 74) e Il buono, il brutto, il cattivo (1966, pag. 75), secondo e terzo della “trilogia del dollaro”, comparendo anche in altri suoi personaggi storici, incluso il temibile (e discusso) ispettore Callaghan pag. 80.
Per gli appassionati del filone chanbara – vale a dire, di “cappa e katana” – degli anni Sessanta-Settanta c’è la trilogia di Hanzo il Rasoio, inedita in Italia (pagg. 96-97), e una selezione dalla serie sullo spadaccino cieco Zatoichi (pagg. 94-95), che noi conosciamo solo attraverso la ripresa di Takeshi Kitano del 2003.


E non è mica finita qui, niente affatto…
P.S.: Posthuman ringrazia il dotto Kapp per il suo contributo e vi dà appuntamento all’imminente seconda puntata del suo emozionante volo d’angelo (pardon, di “Rodan”) fra spade da samurai, pistole e geishe, mostri (“kaiju”) e spettri (“kwaidan”) dagli occhi a mandorla.

