Punk State – la spazzatura siamo noi

Punk State

Il breve e intenso debutto registico di Loris Di Pasquale è una sorta di performance teatrale brutalista sull’avidità gretta dell’umanità contemporanea, punita senza pietà. Nessuna empatia ma visioni ardite.

Molta della nostra sofferenza non è innata, ma costruita.
(Loris Di Pasquale, sul film)

Sette sconosciuti (Alessia Bellotto, Elisabetta De Vito, Filippo Gattuso, Gianfilippo Grasso, Alma Noce, Daphne Scoccia e Filippo Zambelli) attendono davanti a uno specchio da camerino teatrale (quelli con le lampadine tutt’intorno per far truccare gli attori) di essere ammessi a una misteriosa “performance”, che è stata loro presentata come “evento più esclusivo dell’anno” e per la quale – apprendiamo – hanno pagato al buio ben diecimila euro pur di esserci.

C’è una coppia di fidanzati, un paio di donne single, una sui 50 che reclama il suo “divertimento del sabato sera”, l’altra sui 60, una ragazza bionda molto carina (qui sotto), un prete e un giovane buzzurro dichiaratamente fascista e razzista.

Sembrerebbe quasi un’intro alla Climax di Gaspar Noè, però niente ballo, e neanche musica punk, almeno non subito: i sette poi vengono portati nella platea di un cinema, o meglio di un piccolo teatro (qui sotto), fra di loro siedono tre figuri muti vestiti di nero con mascherine fetish (dietro cui ci sono Antonio Balbi, Riccardo Colasuonno e Sebastien Halnaut). Il primo a fare una brutta fine è il fascista, che ha provocato uno dei tre muti e – siccome ama “legge e ordine” – viene massacrato di manganellate e poi obbligato a marciare mentre ne prende altre e alla fine “sedato” del dolore feroce col Fentanyl, che lo trasforma in una grottesca marionetta, sul palco dal fondale rosso fuoco, su cui si stagliano in controluce una croce cristiana e una svastica, per chiarire subito il quadro.

Il primo partecipante è già fuori gioco. Perché di gioco si tratta, alla fine: viene mostrata una piccola scatola della cuccagna appesa a un filo, al cui interno pare stia il premio per il “vincitore”, cioè ben 100.000 euro. Gli altri sei “concorrenti” si lanciano come forsennati, pronti a scannarsi a vicenda per raggiungere la chimera: arriva per prima la sessantenne sgomitando, ma viene distrutta anche lei attraverso l’obbligo di correre per due ore su un tapis roulant e alla fine, esausta e strisciante a sua volta, viene schiacciata dallo stivale di uno dei tre sgherri neri.

Adesso quale sia la pasta del gioco è ormai chiaro: ci troviamo in una specie di reality show brutalista alla Squid Game, dove si lotta tutti contro tutti per una ricompensa finale che solo un vincitore (forse) conquisterà, a prezzo delle vite degli altri. E degli ultimi brandelli di dignità che nessuno degli squallidissimi personaggi senza storia che ci tocca osservare sente il minimo ostacolo a sacrificare in vista del premio finale. Ma qualcuno arriverà davvero a conquistarla?

Ve lo lasciamo scoprire, fra umiliazioni e nefandezze d’ogni sorta – etilica, sessuale, blasfema e infine omicida – anche se il finale è più tragicamente icastico che esplicativo: ma non è certo la trama l’obiettivo dell’esordiente regista/autore/sceneggiatore Loris Di Pasquale, come non lo è la psicologia dei personaggi e le motivazioni che li spingano alla καταστροϕή drammaturgica e fisica in vista di una dubbia chimera; di loro sappiamo solo il loro aspetto e i pochi cenni iniziali, null’altro, ma nessuno appare realmente un “bisognoso disperato” (come invece in Non si uccidono così anche i cavalli? di Pollack, per es.), il film ce li presenta più che altro come degli avidi di emozioni, gretti e amorali. Come il tempo “devastato e vile” (Genna) che è il nostro attuale, in cui – dice il regista – “la violenza diventa forza, l’alcol liberazione, la crudeltà intrattenimento e il silenzio sopravvivenza” (dalla presentazione del film, di cui sopra il titolo vedete un composite di poster promozionali).

Punk State – continua Di Pasquale è un film sulla libertà o meglio su come, senza accorgercene, impariamo a rinunciarvi.” Tema forte, per nulla “d’intrattenimento”, anche se sulla formulazione mi trovo d’accordo solo parzialmente: a me è parso che i burattini del sadico gioco non “imparino a rinunciare alla propria libertà senza accorgersene”, piuttosto direi che vi abbiano rinunziato già sin dall’inizio, al miraggio di “esserci, all’evento dell’anno”, di arraffare i mitici centomila. Mi pare che quei tristi figuri la libertà non sapessero neanche cosa fosse, anche prima di trovarsi nel fatal camerino iniziale.

Tolto lo sviluppo della trama – capita la china, sappiamo già che tutto non potrà che rotolarvi e incrudelirsi fino alla fine – e l’empatia per i protagonisti, odiosi e piatti, il pasto (nudo) che ci resta nel piatto vive più nell’ambito del teatro performativo, fra La Fura dels Baus primordiale e la nostrana Socìetas Raffaello Sanzio (giusto per darviqualche esempio di riferimento, qui sotto un paio di still dai rispettivi Accions eTragedia Endogonidia), che nel cinema di narrazione: una videoinstallazione di teatro della crudeltà nel vuoto dell’anima, giustamente paragonata al Salò di Pasolini su Nocturno (ma non sarebbe fuori luogo un accostamento al formalismo pulp dei belgi Forzani e Cattet).

Una visione estrema e disturbante, davvero, per quanto l’aggettivo sia abusato per tanto horror di routine, giustamente breve (solo 73’, ma nella staticità dell’impianto una lunga durata sarebbe stata pesante), in cui il “punk” come subcultura storica o comunque come genere musicale non c’entra nulla, come avrete capito, anche se un lontano precedente potrebbe essere ravvisato – mutatis mutandis – nel Police State di Nick Zedd. Là il granuloso super 8 del Cinema of Transgression dei Richard KernBeth B e Vivienne Dick (ospite di recente all’Hangar Bicocca per la mostra della collega Nan Goldin), del giovane Jim Jarmusch, serviva a contestare una repressione poliziesca contro il punk “alieno scomodo”; qua i colori ipersaturi di una controllata, stilosa messa in scena del vuoto glamour del “divertimento esclusivo del sabato sera” di topi che non sanno neanche d’essere in una vetrina che è una trappola, o peggio non gliene importa, perché non immaginano neppure alcun altro modo di vivere. I “punk” qui sono i “normali” che vediamo ogni giorno in ufficio, in metropolitana o in discoteca. Forse il vero senso del titolo è che “punk” è lo stesso “stato” in cui accettiamo di vivere.

Quindi non aspettatevi Lydia Lunch, John Lurie, niente no wave: la colonna sonora di Punk State alterna brani classici (l’Ave Maria di Shubert, il Notturno pianistico di Chopin e il Nabucco di Verdi), con inevitabile riferimento all’Arancia Meccanica kubrickiana, ad inserti di martellante techno “coatta” attuale di Matteo Buzzanca (altro punto di contatto col citato Climax).

L’unico brano davvero punk si sente sui titoli di coda, è Buongiorno dei Punkake (“Buongiorno! Buongiorno un cazzoo!”, la band è nella foto qui sotto).
È più un punk etimologico, quello del Di Pasquale, nel senso di “spazzatura umana”, ancorché meglio vestita che nell’ormai remoto ’77 dei Pistols e dei Ramones.

Presentato in anteprima alla 62esima edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Pesaro, Punk State ha prevedibilmente scatenato polemiche e diviso i pareri di chi l’ha visto, anche se non mostra apertamente sangue o sesso (ma ci lascia intendere entrambi in un quadro agghiacciante). Purtroppo al momento non sappiamo anticiparvi quando e dove sarà distribuito nelle sale italiane, ma vi consigliamo di tenerlo d’occhio: è un pugno nell’occhio (anche posthuman) ma – proprio per questo – una visione rara come un dodo nel cinema nazionale del presente.
Se potete non fatevelo scappare. Anche per discuterne dopo.

Mario G