Odissea, nel mare e nella pellicola

The Odissey

La nuova titanica sfida di Nolan, il film più costoso di una carriera già sontuosa, è un ciclopico (!) spettacolo mainstream che non tradisce le attese ma offre anche riflessioni moderne sul tema purtroppo attuale della guerra.

La domanda chiave sta ancora a monte del film: era necessario? Una nuova versione cinematografica dell’Odissea (qui sotto due poster ufficiali del film) ci dischiuderà nuovi orizzonti di pensiero sull’opera somma che sta alla base dell’intera storia della letteratura occidentale, o si risolverà semplicemente in un colossale carrozzone spettacolare all’americana, con divi biondi wasp nei ruoli degli eroi della mitologia greca?

La risposta è: non lo so. Forse non lo so ancora. Di certo, questi 172 minuti, 610 km di pellicola a 70 mm (il primo film della storia girato interamente in Imax), costati 250 milioni di dollari (circa 20 volte I dieci comandamenti di DeMille e 16 volte Ben-Hur di Wyler!), non il più costoso della storia del cinema ma finora il più ambizioso del regista Christopher Nolan – uno già non proprio votato al pauperismo – potrebbe un giorno sfilare nel mausoleo dei classici della settima arte accanto a quei kolossal storico-mitologici suoi precursori, ormai entrati nel mito dopo essere stati a loro volta sbeffeggiati a loro tempo dalla critica intellettuale europea, che spesso li bollava come mastodontici monumenti all’intrattenimento di massa ridicolizzando le grossolane semplificazioni apportate ai testi biblici, gli errori sulle vicende storiche narrate etc. (qui sotto il trailer).

Critiche che ho intrasentito anche al termine dell’anteprima stampa di martedì all’Arcadia (nomen omen per una proiezione omerica, no?!) di Melzo, nelle chiacchiere mentre attendevamo il pullman: “non posso più sopportare queste parate di kitsch, ci ha messo dentro di tutto, da Doré all’Inferno di Dante a…”, ha pontificato uno sconosciuto collega giornalista, di cui quindi non potremo abbeverarci alla sdegnata stroncatura che immagino pubblicherà, presumo senza aver mai provato a scrivere, non dico un poema epico né la sceneggiatura da Omero che s’è fatto Nolan (anche coproduttore del film oltre che regista) con le sue manine, ma neppure un romanzetto qualsiasi, per capire che monumentale, terrificante lavoro sta comunque dietro l’ardire di rimettere mano all’epica omerica per trarne una riduzione (per quanto fluviale) cinematografica.

Matt Damon (center) is Odysseus in THE ODYSSEY, written, produced, and directed by Christopher Nolan.

L’ometto infine irride anche il “monocchio” disposto in verticale sulla fronte di Polifemo (un pupazzo meccanico di 6 metri col volto dell’attore Bill Irwin, qui sotto), idea quasi picassiana che io invece trovo molto originale per rendere ancora inquietante un mostro che ormai ci è familiare sin dall’infanzia: lo dico e lui subito riconosce che è vero, prontamente contradicendosi e dimostrando che deve aver ragione Davide Pulici quando depreca che la maggior parte di chi sproloquia di cinema parla perlopiù a vanvera.

Oh, intendiamoci, il film kolossal lo è sotto ogni aspetto (ma poteva essere altrimenti? Se non ti va cercati Punk State o aspetta Her Private Hell di Refn, Roma Elastica di Mandico, che sicuramente sono più sperimentali!); le “trasgressioni” rispetto al poema omerico ci sono, e ben evidenti: a dispetto delle armature più medievali che attiche dei Lestrigoni che attaccano l’equipaggio del povero Odìsseo (le vedete nella foto del display 3D che ho scattato ieri sera all’Arcadia qui sotto), altra efficace idea visiva ancorché ucronica, la principale è che scompare l’episodio di Nausicaa e dell’approdo all’isola dei Feaci; la narrazione delle vicende del più famoso marinaio della storia da Troia in poi è affidata al recupero della memoria, che in Ulisse (Matt Damon) resiste anche dopo sette anni di loto offerto dalla bellissima Calipso (Charlize Theron, 51enne ninfa per cui licet anche perdere il senno), per cui quel flashback assume una valenza più forte di mantenimento dell’identità anche nell’oblìo psichedelico della magica pianta. Infine, l’incontro fra Ulisse e Telemaco avviene nel tempio di Sparta, dove (nel film) il padre salva il figlio dall’imboscata dei Proci.

Ma, come ci ricorda QUI un’ellenista più autorevole di noi poveri studenti del Classico smemorati, stiamo vedendo appunto un film del 2026, non una lezione di letteratura greca filologica: gli adattamenti al testo ci sono sempre stati, specie quando si tratta di opere sterminate come un poema epico. Un film è sempre un’interpretazione del testo originale, quindi lamentarsi delle “imprecisioni” è un po’ come dire che Elio De Capitani non somiglia al capitano Achab di Melville, o che il Creonte di Antigone non può comparire in scena in uniforme da nazista o comunque da tiranno moderno. Fra esse sta la vistosa scelta “woke” di affidare a un’attrice di colore (Lupita Nyong’o) il personaggio della concupita (e ormai sfregiata dalla guerra) Elena, insieme a quello di Clitemnestra (nel breve, drammatico flashback regicida al centro della tragedia Agamennone di Eschilo), laddove è confortantemente “wasp” il resto dell’epico cast: oltre ai citati Damon e Theron, Anne Hathaway (l’incrollabile Penelope), Tom Holland (l’imberbe Telemaco, qui sotto insieme alla madre), Robert Pattinson (il viscido Antinoo, più sotto), Zendaya (l’Atena delle visioni di Ulisse), John Leguizamo (il fedele porcaro Eumeo) e Mia Goth (la serva traditrice Melanto, più sotto alle spalle di Penelope).

L to R: Anne Hathaway is Penelope and Tom Holland is Telemachus in THE ODYSSEY, written, produced, and directed by Christopher Nolan.
Robert Pattinson is Antinous in THE ODYSSEY, written, produced, and directed by Christopher Nolan.

Fra le scene visivamente più affascinanti, il cavallo di legno mezzo insabbiato sulla battigia di Troia come una rovina già archeologica (sopra il titolo, NdR), la viscerale manipolazione dei marinai di Ulisse tramutati in maiali dalla “femminista” Circe (la sciupata Samantha Morton), che rimprovera allo straniero come essi, tutti gli uomini, guerrieri che arrivano dal mare invocando le sacre leggi dell’ospitalità ma pronti al saccheggio, siano già dei porci ancor prima del sortilegio (e tali ce li mostra il film nel loro rapace banchetto). E certamente anche le cupissime riprese islandesi delle nebbiose prode di Ade, dove i guerrieri caduti appaiono a Ulisse sbucando dal terreno nerastro come zombie di un horror.

L to R: Mia Goth is Melantho and Anne Hathaway is Penelope in THE ODYSSEY, written, produced, and directed by Christopher Nolan.

E la modernità della sceneggiatura consente anche al regista di sottolineare il senso di colpa che travaglia il protagonista “dal multiforme ingegno”: l’Astuto porta infatti su di sé la responsabilità del sangue dei nemici (nella sequenza della distruzione di Troia, qui sotto, è ben evidente la crudeltà dei greci, verso donne, bambini e simboli della cultura nemica); sangue versato con l’inganno (il cavallo) anziché col puro valore guerriero, poi del sacrificio di Sinone (l’attore trans Elliot Page, già Ellen in Inception, qui al primo ruolo maschile), dei propri compagni di navigazione morti insepolti e infine della stessa famiglia abbandonata lontano troppo a lungo, anche se un prudente neopuritanesimo evince dalla trama ogni scena in cui Ulisse indulga a piaceri fedifraghi con le molte donne-ninfe-streghe incontrate nella sua odissea (di Calipso s’intuisce senza vedere, con Circe non c’è alcun coinvolgimento), che così rimane puramente di “viaggio di conoscenza” del mondo, non della carne. Anche le sirene s’intravedono solo da lunge sugli scogli.

THE ODYSSEY, written, produced, and directed by Christopher Nolan.

Terza colonna sonora di Ludwig Göransson (dopo Tenet e Oppenheimer), con sonorità di sintetizzatore e di strumenti etnici mediterranei (la corda dell’arco di Ulisse risuona della lira di Rosa Fragorapti), con dolente, bellissima canzone finale – When I’m home – cantata (alla Thom Yorke) da James Blake col rapper Travis Scott.

The Odissey (che esce oggi nelle sale italiane) non è astratto e teatrale come, per dire, il Satyricon di Fellini, la Salomé di Carmelo Bene o il pur geniale Titus di Julie Taymor: è grande spettacolo hollywoodiano, mainstream come dev’essere per forza un film costato come s’è detto. E come tale va visto e goduto, senza remore e senza rimproverargli aprioristicamente di non essere ciò che non potrebbe essere.

Ciò che è già potrebbe bastare a garantirgli un posto fra i grandi kolossal della storia del cinema.

Mario G