La poésie de la résistance: resistere, resistere ai colpi dell’omologazione.

La poésie de la résistance

La seconda performance del Festival Fabre 2026 all’Out Off è un drammatico grido di ribellione dell’artista alle pressioni dell’ambiente in nome della poesia che porta scritta sul proprio corpo.

“Ci vuole tutta la vita per diventare un giovane artista”
(Jan Fabre, dal testo dello spettacolo)


Nell’aria fatica a disperdersi l’eco delle proteste francesi sulla scuola (poveretti, non hanno un ministero che ci investe senza riserve come noi!) che il secondo spettacolo del Festival Fabre 2026 all’Out Off, dopo l’ironia sboccata di Harakiri, ci riporta a un tema assolutamente drammatico: la censura e la repressione dell’arte, al centro della ripresa di La poésie de la résistance (scritto nel 2024 e già presentato l’anno scorso), di cui QUI vedete un breve clip (servizio di Askanews).

Sulla sobria scena di un’indefinita foresta di palloncini bianchi (v. foto sotto by MG, NdR) sovrastati da un frinire dei grilli (sarà forse una “solitudine dei campi di cotone”? NdR) entrano in due: lei (Annabelle Chambon) vestita formalmente in gonna nera, camicia bianca, cravattina rossa e scarpe con tacco a spillo, lui (Cédric Charron) completamente nudo, imbrattato di sangue e punteggiato di pallini neri come fossero i fori dei proiettili che l’hanno colpito.

Declamano (in francese con sopratitoli) di essere “diventati l’incarnazione dell’arte della poesia”, il cui nome affermano d’aver tatuato su tutte le parti dei proprî corpi, che elencano minuziosamente prima che suoni una sirena, la quale precede una raffica di colpi d’arma da fuoco, che abbatte lei al suolo, colpita a morte per punire quel suo atto orgoglioso di “guerriera della resistenza artistica”, che entrambi proclamano d’essere.

Poi, faticosamente, lei si rialza, resuscitata dal potere dell’arte, che per quanto la si censuri non potrà mai essere cancellata per sempre dall’animo umano. Se una forma d’ironia si può ritrovare in questa breve performance (un’ora) tutt’altro che ridanciana, essa risiede nel compiaciuto puntiglio con cui i due “guerrieri della bellezza” commentano i dati tecnici delle pistole, dei fucili o delle mitragliatrici che di volta in volta rinnovano il massacro delle loro carni colpevoli d’insurrezione artistica alla censura, alla repressione ideologica, all’omologazione in agguato in ogni società, in ogni angolo del pianeta (ove infatti i notiziari ogni sera ci documentano doviziosamente su quanta superficie terrestre le bocche da fuoco cantano): calibri, cartucce, rapidità di tiro, velocità dei proiettili, caricatori, marca e nazione di produzione, fortuna sul mercato degli eserciti e così via, con un livello di dettaglio scientifico talvolta fin quasi sensuale.

Del resto, i due – come autentici martiri mistici – dichiarano di “perdonare tutti coloro che li hanno feriti o volevano farlo”, riaffermando ad ogni rituale massacro la “bellezza della resistenza e la resistenza della bellezza”, cui da “artisti esperti” auspicano di motivare una prossima generazione di artisti che raccolgano il vessillo dell’arrabbiarsi in nome della libertà dell’espressione poetica. Perché – come recita la citazione dal testo posta in apertura (rielaborata da una celebre frase di Picasso1) – “Ci vuole tutta la vita per diventare un giovane artista” – ma è comunque quello il nostro compito, costi quel che costi. Che si commettano errori, che si rida di ciò che “non va bene” (vedi Harakiri, la rivista fu chiusa dopo uno sfottò un po’ cinico sulla morte di De Gaulle), che si sia troppo “di nicchia”, troppo “incomprensibili” o “troppo pulp”, che “purtroppo non ci siano abbastanza risorse per pagarci” o ci siano “troppe donnine nude” (in scena, nel libro) per essere presentabili in società, possono spararci ma non impedirci di continuare a sbagliare di testa nostra.

E dunque “Ancora ci hanno falciati come bestie selvagge”, proclamano i due guerrieri (membri storici della compagnia Trobleyn Jan Fabre) prima di lanciarsi in una fuga fra i palloncini, inseguiti dal latrare di cani invisibili, ma che instillano un autentico terrore del massacro che sta sicuramente per ripetersi ancora una volta, perché “viviamo in un’epoca terribile”.

I palloncini scoppiano diffondendo nuvolette di polvere, come gli spari nei film western.

Ora lo spazio è vuoto. Lei si toglie la camicia (v. foto sotto): sul petto porta scritto LIBERTÉ in nero sulla pelle.

Parte “Heroes” di Bowie, lui in ginocchio mima il testo con le dita, lei ruota su se stessa finalmente danzando libera dai colpi con una candela pirotecnica in mano (e con la consueta perizia fisica), perché “I fucili sparavano sopra le nostre teste, noi ci baciavamo e allora nulla poteva crollare, potevamo batterli per sempre, essere eroi almeno per un giorno”.

Una delle canzoni che so a memoria da cinquant’anni riesce ancora a commuovermi inserita nel contesto della performance di Fabre, quando i protagonisti ci ammoniscono “ora la palla è nel vostro campo”.

Significa che il regista – pur in una struttura drammaturgica un poco ripetitiva – ha saputo trovare anche stavolta una messa in scena personale e potente di concetti che (purtroppo) sono sotto i nostri occhi ogni giorno, verso qualunque “muro” ci voltiamo, nel nostro mondo “libero” o negli altri.  

Ci basterà questa vita?

A presto con Who Shall Speak My Thought?


Mario G.

N.B.:

Picasso1= la celebre cit. di Pablo Picasso è «A dodici anni dipingevo come Raffaello, però ci ho messo tutta una vita per imparare a dipingere come un bambino».

Le altre frasi del testo sono riportate tra virgolette a memoria, perdonate se rinveniste qualche imprecisione.

Foto di scena by Alessandro Villa, tranne le n. 1, 2 e 7 (in ordine dall’alto), scattate (con smartphone) da MarioG la sera del 6 ottobre all’Out Off.