Apre il Festival Jan Fabre 2026 la performance ispirata alla rivista satirica francese attraverso la quale il regista-coreografo belga irride anche se stesso e la propria vocazione iconoclasta.
“Chiediamo scusa anche ai critici, che dovranno scrivere un articolo su quanto siamo brillanti e provocatorî”.
Lo spettacolo è pieno di performer nudi e di scene porno-trasgressive, come ci si aspetta dal “radicale” Jan Fabre, qui ispirato dalla rivista satirica francese Hara-Kiri “Journal bête et méchant” (cioè “rivista stupida e cattiva”, 1960-89, qui sotto qualche storica copertina, proiettata sul fondale della scena), da cui deriva il titolo della performance.
E la recensione finisce qui.





Bene, ora che abbiamo sgombrato il campo dal dovere, possiamo raccontarvi un po’ com’è andata la serata fuori dal critichese: essendo fonte d’ispirazione del testo (firmato dai performer stessi insieme al regista (e alla drammaturga ospite Sylvia Solakidi) la sboccata testata francese di François Cavanna e professeur Choron (Georges Bernier), precorritrice dell’attuale Charlie Hebdo, la drammaturgia si articola in quadri introdotti dalla proiezione sul fondale (tutto nero come le quinte e punteggiato da mani bianche in varie pose, come intravedete nella foto di scena qui sotto) delle copertine di alcuni numeri storici, dalle immagini provocatorie e volutamente “inaccettabili”, per la visualizzazione di concetti “scomodi” (come ad es. “Il pelo è osceno?”, “Diventate cercatrici d’oro”, “Bisogna essere severi” o “Battete la vostra donna”) con immagini in cui un surrealismo pop (cui prestarono le matite anche Roland Topor e Copi) flirta volentieri con l’osceno, il paradossale, il rimosso.

Manna per il “Pierino-Fabre”, così autorizzato ad andarci giù pesante con performer nudi/e, diavoletti/e con cornini sulla fronte, in lingerie sexy (v. sopra il titolo, NdR) e frusta da dominatrice o coperti di sangue e avvolti nel domopak (che all’horrorista ricordano un suppliziante di Hellraiser), conigliette portatrici di sound system discotecaro, fauni con parrucche 700esche e numerosi reggiseni allacciati sul corpo (che al frequentatore di performance art potrebbero ricordare certe figurazioni del Matthew Barney/Cremaster), un performer nudo con microfono e chitarra incollati alle cosce che intona dal vivo Sorry Seems to Be the Hardest Word di Elton, un ballerino coperto di mani (che al cinefilo ispira una performance cronenberghiana di Crimes of the future), o due figuri vestiti in uniforme con lui che s’inginocchia e suona la tromba infilata fra le gambe di lei; tutte visioni – ardite, spiritose, boccaccesche – che sulle prime spiazzano per la difficoltà di rintracciare una logica in tanta follia, a parte l’interpretazione scenica dei citati concept di copertina.

Esempio concreto: sulla copertina “Devenez chercheuse d’or” – irriverente gioco da tavolo pubblicato dalla rivista nel ’74, feroce parodia del capitalismo – tre performer entrano in scena vestiti in severo bianco e nero da impiegati “perbene”, dispongono dei tavolini davanti a cui siedono contando monete ad alta voce e impilandole in cilindretti da 50, coi quali poi mimano (anche con acrobazie virtuosistiche, v. foto sotto) espliciti atti sessuali, volti a satireggiare l’avidità umana.

Vengono accennate anche scene (un performer si china accennando a urinare in un bicchiere) che ricordano la celeberrima provocazione (censurata in Francia) dello storico The Crying Body (visto all’Out Off nel 2004), con due ballerine che urinavano in scena sul palco (foto sotto, accanto a una coppia di scatti miei b/n dell’epoca). S’insinua il dubbio che anche Fabre sia giunto al “manierismo della trasgressione” autocelebrativa.


Abbondano anche i riferimenti personali, come ad es. la frase “no sex no solo” più volte ripetuta/scomposta – che fa riferimento a spiacevoli trascorsi giudiziari del regista – o il tormentone “do il mio consenso a…”, tra i quali figura anche l’ironico permesso “al coreografo di molestarmi sessualmente dicendomi che sono bella e sexy”, mentre performer nude s’incollano peli sul corpo (“il pelo è osceno?”) e ballano sul tavolo al suono di un trascinante glam rock settantesco, domandandosi “perché abbiamo dato il consenso a questa stupida coreografia di Jan Fabre?”.

È qui che la performance raggiunge il vertice dell’autoparodia – tanto rara nel campo dell’avanguardia, generalmente assai seriosa – nella lunghissima scena “delle scuse”, in cui viene satireggiato (in un’ostentazione di “scorrettissimo” fumo sul palco, che vedete nella… ehm, altrimenti educatissima foto sotto, NdR) l’attuale predominio dell’essere politically correct piuttosto che “fare” una qualsiasi cosa e in cui i performer si “scusano” (su un riff d’organo vagamente psichedelico) con la propria “vita felice per averla distrutta lavorando con un artista radicale” e con lo stesso artista, “che deve sopportare da anni l’etichetta di radicale”, con i “grandi peni, i micropeni e le microvagine”, con “l’impresa di pulizie per aver rubato loro il lavoro, ripulendo con la lingua un palco cosparso di yogurt”, con la “Commissione di censura francese per aver urinato sul palco”, ringraziando poi quella belga, che “ha ridotto i finanziamenti alla compagnia, aiutandola a capire davvero il senso del ‘fare un teatro povero’” (Grotowsky) e infine anche con “i critici” già citati in apertura.

A questo punto un performer vestito da Blues Brother con qualche somiglianza col giovane Paolo Rossi ci chiede provocatoriamente “Ma siete ancora qui? Era uno scherzo!”, introducendo infine (forse con una punta di didascalismo ma aiutandoci nell’interpretazione del senso) la chiave di lettura dell’intera messa in scena: l’elogio della follia e del dubbio, del “rischio di sbagliare”, motore di ogni creatività, mentre la sicurezza di essere nel giusto genera solo contrapposizioni e guerre.

Come si esce dunque dalla scoperta dell’uovo (marcio) di Colombo, che l’avanguardia può anche far ridere, e persino di sé? Con un autoparodistico Ballo del qua qua (sì, proprio il tormentone di Al Bano & Romina!), apoteosi della sciocchineria bambinesca, probabilmente la provocazione più “inaccettabile” in un tempio del teatro “oltre”.

Ancora in scena (purtroppo solo fino a) stasera, ma il Festival Fabre prosegue: QUI il programma. Varrà la pena seguirlo, noi lo faremo e vi diamo già appuntamento alla ripresa di La poésie de la résistance, che torna in scena il 6 e 7 ottobre.
Mario G
PS: tranne la foto in bn di Mario G del 2004 e quella d’archivio Troubleyn della stessa performance The Crying Body, tutte le foto nell’articolo sono quelle ufficiali dello spettacolo scattate da Mario Leko.
Le riproduzioni delle storiche copertine della rivista sono state reperite sul web e appartengono ai rispettivi autori.

