L’atteso nuovo thriller di Refn, in sala dal 1 ottobre, mantiene la linea recente del regista di estrema raffinatezza formale e pari impenetrabilità narrativa, quasi un’opera di videoart fra le nebbie di Bava, Argento, Lynch e Mandico.
“Sai anche tu che non funzionerà.
Questo film non sistemerà le cose.”
(dialogo nel film fra Dominique ed Elle)
Prendiamo spiritosamente questo dialogo del film riportato sopra ad epigrafe dell’opera intera, come già saprete discussissima a causa della sua impervia leggibilità, che ha fatto storcere il naso ai più, da Cannes a qui, con l’accusa al regista di “non aver più nulla da dire”, se non patinare di gelide luci blu e rosse le sue statiche inquadrature geometriche quanto glacialmente immobili, come videoinstallazioni di Bill Viola travestite da “film d’autore” (qui sotto il poster italiano ufficiale e un composite di scene del film, NdR).


Certo, un film come Her Private Hell (qui sotto il trailer) è fatto apposta per dividere ancor più i cinefili (su schiere di spettatori “comuni” è lecito dubitare) fra strenui sostenitori del regista pronti a bearsi delle sue sperimentazioni più ardue e detrattori che appunto concludono che “è ora di basta“.
Partiamo da un cenno alla (non agevole) trama: l’attrice Elle (Sophie Thatcher, qui sotto) arriva all’elegante Tower Hotel in una nebbiosa metropoli futurista, dove dovrà interpretare un film, insieme alla spaesata biondina Hunter (Kristine Froseth più sotto nella lussuosa suite, NdR), sua fan nonché ospite, essendo rimasta senza stanza nell’albergo, e all’ex amica Dominique (Havana Rose Liu, la terza nella galleria con le unghie dorate, NdR), orientale bellezza sua circa coetanea ma ora amante del padre Johnny Thunders (Dougray Scott), solo omonimo del chitarrista dei New York Dolls, in realtà estenuato edonista, regista del fantafilm tratto dai fumetti di Candyfloss (“zucchero filato”), che le tre donne sono chiamate a interpretare



Un film sul cui set (qui sotto) Refn si è divertito a omaggiare la fantascienza pulp del Terrore nello Spazio di Bava (di cui ha pure curato la rimasterizzazione in 4K), di Barbarella e secondo me anche delle lussureggianti scenografie camp del Bertrand Mandico di Ultra Pulpe e After Blue, con quella scenografia di prismi lucidi e acuminati.

Elle sperava che il film servisse a ricongiungerla al padre, ma lui le dice crudelmente che invece deve andarsene e le narra la leggenda del mitico, misterioso Leatherman (qui sotto come un grattacielo fra le nebbie che lo proteggono), serial killer di giovani donne (abbandonate come lei, viene da pensare) in guanti neri argentiani ma coperti d’affilati diamanti alla Hirst, che potrà essere fermato solo amputandogli le mani assassine, scopo per cui dona alla figlia per il suo compleanno un’ascia dorata, come una sorta d’arma-amuleto.

Da questo inizio di fiaba nera (cui fa da spia il riferimento iniziale ad Andersen) si dipana la ricerca del padre da parte di Elle e il suo parallelo conflitto – non privo di tentazioni saffico/incestuose – con la matrigna Dominique, rivale nell’affetto per il padre, oltre che col seducente ma vizioso Nico (Diego Calva), ambiguo rivale del padre. Cui scorre in parallelo la vicenda del “Soldato K” (Charles Melton, qui sotto), che si muove in una sorta di dimensione parallela (o in un altro film?) nella sua uniforme americana da Seconda Guerra Mondiale, in un Giappone dominato da una crudelissima yakuza, che questi combatte in scene di arti marziali altamente coreografiche (alla Solo Dio Perdona) giacché essa sembra aver rapito a propria volta la figlia di lui. Scene d’improvvisa violenza che risultano ancor più esplosive in rapporto alla fissità performativa delle situazioni di dialogo fra i personaggi che le circondano.

I due cammini s’incontreranno solo al momento dello scontro finale col letale Leatherman, che ovviamente non vi sveliamo. Ciò che tocca svelare a questo punto invece è da che parte ci schieriamo noi nel dibattito sul regista danese e sul suo undicesimo film: ebbene, è innegabile che la staticità impressa dal Refn allo svolgimento di una trama già poco realistica, in un’ambientazione apertamente fantastica – e per di più metafilmica – rende davvero difficile seguire l’intreccio, men che meno empatizzare con personaggi apparentemente tutti giovani, belli e fascinosi, inguainati in pelle nera fetish quanto gelidi e mono espressivi, che si bacino, si seducono, sempre fra sguardi come lame, o snocciolino anodini le rispettive battute filosofiche nei dialoghi. Così com’è difficile capire perché l’autore desideri fortemente quest’atmosfera respingente (la stessa di The Neon Demon e delle due serie tv seguitegli in questi dieci anni), in funzione della quale dispiega coerentemente le proprie non banali doti registiche.

Nondimeno, io dico che Her Private Hell deve comunque essere visto, non solo dai fan incrollabili del regista di Drive, ma da chiunque senta i brividi su per la schiena per un’ambientazione alla Blade Runner, immersa nella nebbia di Fog e disegnata in quadri monocromatici ipersaturi alla Inferno, con rimandi ai devoti argentiani Forzani e Cattet, oltre che ai titoli sci-fi pop già sopra citati e – su tutto – al nume tutelare del cinema surrealista David Lynch. Forse anzi andrà anche rivisto più volte, per essere meglio sviscerato nei suoi simbolismi fiabeschi, visivi e performativi che – per quanto snobisticamente ermetici – non sono affatto buttati a caso.

Mi sono trovato persino a domandarmi perché offrivo delle attenuanti a Refn, dopo che avevo fortemente criticato l’ultimo, irritante Almodovar di Amarga Navidad, parimenti metafilmico. Perché l’apparato visivo cold/dark di Refn è più affine al mio immaginario di Situation Tragedy, per fare l’esempio più diretto? Perché il suo killer misterioso potrebbe benissimo essere il mio Hyde/Jack the Ripper in versione futurista (qui sotto, una tavola di Roberta Guardascione per Situation Tragedy e la sua copertina di Hyde in Time, con la stessa tavolozza cromatica di NWR, NdR) e potrei prendere qualsiasi scena del film e tirarla per la tangente a diventare sviluppo filmico di una mia storia?


Anche, ma non è solo quello: è che Pedro ci racconta di un regista che non sa bene che film fare fingendo di volerci così squadernare la “verità dei sentimenti” come nei suoi titoli migliori, mentre palesemente non sa più cosa dire, mentre NWR tiene chiusa in un bozzolo nebbioso (qui sotto la sua “mist city”, NdR) una visione che è ancora più personale e (presumiamo) intimamente sofferta di quei rapporti familiari nordeuropei intirizziti che mette in scena così freddamente.

Per quanto la tentazione possa essere forte, Her Private Hell non può essere liquidato come esercizio puramente onanistico di “belle immagini senza senso”, com’è stato quasi unanimemente (e sbrigativamente) sentenziato.
Da ultimo, anche per il ricco accompagnamento musicale orchestrato da Pino Donaggio, già in sé griffe al fianco di De Palma, ma anche Deodato, Fulci, Lado, Soavi e dello stesso Argento (Due occhi diabolici).

Fatevi la vostra visione, dal primo ottobre è nelle sale italiane distribuito dalla piattaforma MUBI: la natura sperimentale del film “non sistemerà le cose” per il regista col pubblico, come si diceva all’inizio, e data anche l’assenza di divi nel cast temiamo che potrebbe essere una tenitura piuttosto breve, da acchiappare al volo.
Mario G

