Il tour film live in 3D della Eilish diretto da James Cameron, in sala dal 7 maggio, è una frenetica e spettacolare celebrazione del profondo rapporto che la 24enne cantante ha col suo ormai sterminato pubblico adolescenziale.
“Mi chiedevo quanti di loro avessero a casa almeno un album dei Velvet Underground”, si domandava Bowie di fronte alle folle oceaniche che affollavano gli stadi dopo il successo del suo Let’s Dance.


L’interrogativo torna alla mente assistendo allo strabordante successo della ventiquattrenne Billie Eilish (10 Grammy già in saccoccia), presso un pubblico per lo più di ragazzine, che ai tempi di Let’s Dance io e i miei amici avremmo definito goliardicamente “club del primo ciclo”.

Parecchie in sovrappeso, che sicuramente vedono nella cantante un simbolo di resistenza al body shaming che spesso attende chi non sfoggia un fisico da pin up in questo rutilante mondo-spettacolo, e più in generale il senso di esclusione vissuto da molti suoi coetanei. Tutte, tutti in lacrime come fontane al passaggio del loro idolo.
Certamente ignare dei Velvet e di Lou Reed, forse avranno sentito parlare dai genitori di quel Bowie, o dei Massive Attack e della prima Björk solista, che a me sembrerebbero i suoi principali punti di riferimento musicali, se non dovessi scoprire che la teen idol losangelina si è temprata anzitutto su Avril Lavigne e Justin Bieber (per il sottoscritto a malapena echi nel vento del dimenticabile pop recente), oltre che sui Beatles (meno male) e Damon Albarn, anche se il riff di Bury A Friend (contenente il verso che dà il titolo all’epocale debut album “When We All Fall Asleep, Where Do We Go?”) è palesemente costruito su People Are Strange, il che ci rassicura che la Billie dei record – o almeno il suo fratellone Finneas, fedele spalla dell’intera sua carriera – anche un disco dei Doors l’hanno sentito.

Comunque, inutile accanirsi sui fenomeni di un’epoca cui non si appartiene: le stesse scene si son viste per i citati Beatles, per i Duran Duran e le Spice Girls (amate anche dalla Eilish); ora, questi anni sono suoi e lei – forte dei 5 milioni di copie vendute dei suoi tre album e degli oltre 45 di singoli digitali – può già permettersi di autocelebrare il tour del proprio ultimo album (da cui il titolo Hit Me Hard And Soft) con un film, alla cui regia (e produzione) siede – sicura manager di se stessa – nientemeno che accanto al mago del 3D James Cameron!
Potenzialmente suo nonno, si può dire, ma al debutto come regista musicale Cameron si mette disciplinatamente al servizio dell’unica protagonista dello show: Billie Eilish, sola al centro di un enorme palco fatto come una specie di “8 quadrato”, con l’essenziale band – basso, batteria, chitarra, tastiere e due coriste – nelle due fosse dell’8 e lo sterminato pubblico adorante tutt’intorno, a protendere le mani verso l’icona: in un backstage Billie mostra i graffi sulle mani che rimedia quando passa in mezzo alle fan lasciandosi toccare da loro.

Sempre infagottata nei suoi goffi abiti oversize, tra pigiama da notte e tuta da football americano (con perenne berrettino con visiera all’indietro, v. foto più sotto), sicuramente al riparo dal sembrare “troppo esposta” all’occhio del pubblico (una sua preoccupazione) o troppo “impostata”, come appaiono le sue colleghe Lady Gaga o Dua Lipa nelle loro apparizioni live flamboyant (di cui si riparlerà presto a proposito dell’imminente Mother Mary).

Abiti casual ma set faraonico, paragonabile a quello di un Roger Waters di This Is Not A Drill, anche se senza corpose orchestre, niente assoli strumentali, niente ballerini/e o ricercate coreografie da musical come farebbero le succitate colleghe: in un altro backstage l’artista precisa che lei tiene principalmente a questo rapporto “io davanti a loro” col pubblico, cui coerentemente dona bordate di “I love you” appena può, in scena e anche fuori, quando vede i fedeli bivaccare davanti ai cancelli del prossimo show. “Da ragazzina amavo l’hip hop, ho sempre voluto realizzare anch’io questa comunicativa immediata del rapper che balza in scena e fa saltare in piedi tutti”, spiega oggi matura (v. foto qui sotto).

E non ce n’è: si può fare tutta l’ironia da vecchie volpi del rock che si vuole, ma quando si percepisce che un’artista riesce a mantenere forte la presa anche sui microscopici occupanti delle ultime file di un’audience da 20.000 posti, si deve riconoscere che quella ragazzina ha la stoffa del fenomeno che è diventata, non è di certo un fenomeno passeggero costruito dal marketing discografico e molto probabilmente è qui per restare. Anche se è prematuro dire che “ha cambiato la musica”, di lei come anche di Amy Winehouse e di “san Jeff Buckley”, che il destino ci ha tolto troppo presto ma che non hanno in realtà “creato un genere” a partire dalla propria opera in poi, senza nulla togliere alla loro bravura.

E al carisma di Billie è sottomesso l’intero tour film: Cameron, soprattutto a partire dalla mega-hit Bad Guy, si consente qualche effetto vertiginoso di montaggio delle riprese della cantante in instancabile movimento frenetico sul palco con quelle della handycam da lei puntata verso di sé mentre corre da una posizione all’altra (in stile POV cinema, v. foto più sopra), sotto i praticabili, che poi le consentono di risbucare a sorpresa su piattaforme che vengono sopraelevate durante la performance o in un grande cubo-gabbia (v. foto qui sotto); ma non cerca mai di realizzare un videoclip delle tecniche di ripresa all’avanguardia: tutto è sempre a servizio della presenza scenica dell’artista e del suo feeling diretto col pubblico che lacrima e suda con lei.

Per dire, la regia di Amy Berg su It’s Never Over: Jeff Buckley è molto più percepibile, probabilmente anche a causa della scarsità di materiale video disponibile sul compianto figlio di Tim e della necessità di “animare” foto ferme, pagine di diario etc.
Purtroppo – almeno per me – la dimensione live della Eilish privilegia la carica hip hop, martellante e danzereccia, rispetto a quella componente dark-minimal wave, quasi industrial, dei primi singoli sussurrati fra synth dissonanti e incubi notturni, che l’hanno resa “la torch singer del nuovo millennio”, ideale interprete del tema No Time To Die dell’ultimo James Bond (il primo in cui il protagonista muore), purtroppo rimasto fuori dalla scaletta della festa del tour film.

Ci sono anche i momenti intimisti nel concerto, beninteso, in cui la cantante si accompagna con la chitarra acustica, il piano elettrico, per poi duettare alla chitarra elettrica in un’esplosione rock col fedele Finneas, un aitante Cobain sorridente, coautore e multistrumentista capace di mantenersi sempre un passo dietro la sorellina-superstar; ma la dimensione stadio dei concerti mal si presta a quelle atmosfere alla Portishead (o prima Lana Del Rey, per essere più aggiornati), da piccolo locale buio, che forse ormai sono alle spalle per la giovane artista dei traguardi bruciati.

O forse no, è ancora giovane, magari verrà tempo – come del resto per Madonna – anche per un tour in piccoli teatri dalle atmosfere più raccolte (e ahinoi dai prezzi proibitivi).
Per intanto, se non avete bagnato fazzoletti in una tappa dell’Hit Me Hard and Soft: the Tour – che dall’Italia non è neppure passato – il film firmato Cameron-Eilish (nelle sale italiane dal 7 maggio per Eagle Pictures) riesce a proiettarvici dentro, segnando un passo avanti oltre le riprese (allora avanguardistiche) di Scorsese per l’ormai quasi ventennale Shine A Light degli Stones.
Mario G
NdA: citazioni tra virgolette tutte riportate a memoria, l’autore fa ammenda per eventuali imprecisioni.

