Mother Mary: il fantasma di quei sentimenti traditi

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Il nono lungometraggio di David Lowery è di nuovo una ghost story sentimentale, ora tutta al femminile, ambientata in un mondo fashion pop ma affilata nell’incidere le emozioni delle due amiche-rivali, assai originale sul tema possessione e visivamente trascinante.

“Mi dispiace d’aver ferito i tuoi sentimenti…” (MM)
 “Oh, non importa. In fondo sono lì per quello.”
(Sam)
(dialogo dal film*)

Mother Mary (Anne Hathaway, bravissima anche come cantante) è una superstar del dance pop alla Madonna (già dal nome): a tre giorni da un importante concerto di rientro sulle scene dopo un periodo di crisi piomba nel maniero-atelier dell’ex amica Sam Anselm (la meno famosa ma non meno brava Michaela Coel), sua ex amica intima e storica creatrice della sua immagine pubblica, chiedendole di realizzare al volo un abito di scena che “la rappresenti” meglio dei pur rutilanti costumi di scena di cui già grondano le sue esibizioni (come vedete nel trailer qui sotto).

Hai detto niente: Sam è ancora furiosa con lei per essere stata scaricata senza motivo, a parte che la star in crescita “voleva qualcosa di nuovo”, senza neppure un ringraziamento per il suo fondamentale contributo all’architettura del “personaggio Mother Mary” (sotto, locandina e poi una scena con Anne Hathaway sul palco).

Allora perché dovrebbe aiutarla di nuovo?
E, poi, perché Mary ora sente di nuovo il bisogno del suo apporto?
Cosa canterà di nuovo con addosso quell’abito (Sam per la rabbia non ascolta più le sue canzoni)?
Che coreografia dovrà eseguire sul palco avvolta nei tessuti, quand’anche l’amica decidesse d’aiutarla? Insomma, che cosa vuole davvero MM? Vuole un abito che solo Sam può realizzare o spera nella riconciliazione che solo un meritato perdono può offrire? O forse entrambe le cose?

La decisione è presto presa ma la seduta dalla ritrovata stilista (ormai superstar del fashion a propria volta) si trasforma in una seduta psicanalitica senza esclusione di colpi (e si sa quanto sanno essere affilate le donne nei loro conflitti!) fra la pentita cantante – perennemente sull’orlo della lacrima – e l’offesa couturière, dalla lingua come lama (di forbice sartoriale, ovviamente, qui sotto all’opera), ma anche dallo sguardo consapevolmente profondo sull’intimo travaglio della sua ex protetta, come neppure lei stessa saprebbe avere.

La quale porta “un fantasma” dentro di sé: una possessione iniziata quando, al termine di un passato concerto, a casa con un gruppo di amiche/fan (sempre tutte donne, non c’è un uomo in tutto il film a parte i ballerini sul palco con MM), la cantante ha partecipato a una specie di seduta spiritica in cui l’officiante Imogen (la cantante FKA twigs, qui sotto, espressiva anche come attrice) è andata in trance e poi le ha aperto un taglio-porta sul palmo di una mano, da cui il fantasma s’è insediato dentro di lei nel corso di un successivo mancamento in scena (scena assai vertiginosa anche per noi spettatori). Forse lo stesso spettro che ha visto Sam, in forma di un drappo rosso fuoco, quando assistette all’ultimo concerto di Mother Mary, rompendosi un dente dalla furia digrignante?

Anche la seduta di esorcismo di quel fantasma sarà dunque una specie di seduta spiritica “laica”, che si svolgerà a gambe incrociate intorno a un cerchio tracciato col gesso sulle assi dell’atelier di Sam: merito del registaDavid Loweryl’aver saputo inscenarla risparmiandoci (credo sia il primo nella storia del genere possessorio) i parafernalia chiesastici divenuti classici a partire da L’Esorcista di Friedkin; Sam utilizza come oggetti-guida solo gli strumenti della sua arte sartoriale per far riemergere dal profondo un fantasma che probabilmente è la barriera interiore che ora divide le due vecchie amiche.

Non vi sveleremo infine come si svolge questa scena-madre del film, né da dove verrà ricavato il rosso tessuto per il nuovo abito con cui Mother Mary farà il suo sciamanico ritorno in scena, ma vi rassicuriamo che il regista ha davvero saputo rendere visionariamente lo scavo psico-mistico alla ricerca del fantasma che infesta le due amiche, in modo non solo ammaliante ma sostanzialmente personale e non succube all’altro monumento inevitabile in questo campo (cioè quello di una “danza infestata”), ossia Suspiria. Anche se qualche performance spiritata di MM sul palco un vago fantasma del Suspiria moderno di Guadagnino me l’ha evocato, ma è una suggestione personale, nessun vero aggancio cinefilo.

Psicologicamente raffinato, ritmato e ben affilato nei dialoghi, visivamente esuberante e finalmente autonomo dai cliché che sembravano inesorabili nel cinema di possessione, Lowery ha saputo risparmiarci anche i prevedibili jump-scare a base di botti quando dovrebbe apparire il fantasma, le scontate visualizzazioni di quest’ultimo come orrendo volto zombi-mummificato e simile paccottiglia da teen horror, quanto le insostenibili spiegazioni volte a razionalizzare ciò che razionale non può essere (tipo quelle letali stile “per fermare la maledizione devi digitare sul telefonino il numero della persona che vuoi evocare dicendo…”).

Qui tutto rimane giustamente sul filo dell’interiore inespresso (infatti all’anteprima stampa ho sentito una giornalista definire il film “un video album che cerca di mettere insieme una trama”, probabilmente proprio per mancanza delle desiderate spiegazioni); si potrebbe quasi smuovere un remoto parallelo col Personal Shopper di Assayas, ma prendetela come una pura suggestione… fantasmatica.

Intanto andate a scoprirvi l’arcano in sala a partire dal 14 maggio (distribuzione I Wonder), ne vale sicuramente la pena, anche se il rilevante comparto musicale del film, affidato al musicista e produttore americano Jack Antonoff e alla cantante britannica Charli XCX, per noi vecchi rocker è poco stimolante: d’altronde il regista afferma d’essersi ispirato a figure come Beyoncé e Taylor Swift, campionesse di quel pop laccato oggi di moda, ma che come vettore di fantasmi dell’anima scalda meno di una sulfurea Lydia Lunch o, che so, una Siouxsie Sioux bella spiritata. Ma, come mi hanno già fatto notare giovani fan a proposito della recensione di Billie Eilish, questi sono probabilmente giudizi “boomer-centrici” (anche se il discorso varrebbe pure con personaggi più “di stagione”, come Fever Ray o un’arrabbiata Valentine Caulfield dei Mandy Indiana, delle quali s’è già parlato QUI, o magari la stessa inquieta FKA twigs del clip qui sotto).

(molto “Little Wonder”, no?)

Peraltro, lode alla Hathaway, che – come si diceva sopra – canta credibilmente con la propria voce tutte le esibizioni del suo personaggio, come si dimostrano sempre preparati a fare gli attori di scuola americana, da Val Kilmer/Morrison a Rami Malek/Mercury.

Mario G

(*) NdA: il dialogo dal film citato in apertura è riportato a memoria (da una visione in lingua originale con sottotitoli), facciamo ammenda sin d’ora se non fosse perfettamente letterale.


P.S.: per chi l’horror lo legge oltre che guardarlo, la “donna in rosso” evocata nel film mi ha fatto sobbalzare perché sembrava presa di peso dal mio racconto La danza nel cimitero (in Fantasmi di oggi). Per chi l’ha già letto, sappiate che ritornerà anche nel prossimo romanzo La quinta del lupo (in via di pubblicazione).