Il burro alchemico di Jan Fabre

Who Shall Speak My Thought?

Chi darà voce al mio pensiero? Testo scritto dal regista belga nel ’79 ma solo ora in prima all’Out Off nel Festival Jan Fabre è un ermetico monologo interpretato dalla spagnola Ivette Codina con l’intensità e la totale partecipazione fisica cui Fabre sa formare i suoi performer.

«Il Poeta si fa veggente mediante un lungo, immenso
e ragionato sregolamento di tutti i sensi»
(Rimbaud, dalla Lettera del Veggente, 1871)

Ancora una scena nuda e nera, stavolta punteggiata di panetti di burro disposti equidistanti sul palco.

Al centro una lampadina appesa a un filo illumina Ivette Codina, performer catalana di statuaria bellezza (che vedete nelle foto di scena di seguito, NdR), sdraiata a terra supina immobile nel suo miniabito nero attillato.

Inizia il suo monologo: parla di sussurri e di suoni devastanti che la sconvolgono, perché lei “sente tutto”, tutto vede, senza filtri, senza protezione, fino al dolore fisico, quell’intensità artaudiana sempre cercata e conseguita da Jan Fabre nelle proprie performance “al limite”, oltre il limite – del “buon senso”, del “buon gusto”, della “decenza” – attraverso i corpi e le voci dei suoi attori/attrici-ballerini/e. Performer plasmati attraverso il suo metodo (all’opera durante il Teaching Group iniziale del Festival), che ora è anche un libro (edito da Franco Angeli), affinché sappiano “divorare lo spazio” e “abbandonare il controllo” (titoli di due promettenti capitoli del testo).

Torniamo sul palco: al termine di ogni iterazione del testo Who Shall Speak My Thought?, Ivette scarta un panetto, si impasta il corpo di burro, lo bacia, lo lecca, poi vi pianta una lampadina, che per magia s’accende, nello sfrigolare della lampadina centrale appesa al filo.

Poi il monologo riprende, trovando nuove parole per intensificare quel torrente di pensieri, ricordi e percezioni con cui le immagini e le sensazioni del mondo che la circonda la ossessiona, la spinge al limite, traguardo finale di ogni Fabre-work. La spinge dal sussurro al grido – “da un enorme sussurro, un fruscìo che sovrasta tutto vengo avvolta” (cit. a memoria) – a toccarsi imburrata, poi a grattarsi ferocemente, fino a percuotersi violentemente (e senza finzione) petto e gambe scoperti dal vestitino.

Purtroppo non disponiamo di un videoclip trailer dello spettacolo, ma qui di seguito abbiamo recuperato una lettura scenica interpretata in italiano da Irene Urciuoli (oggi membro stabile della compagnia Troubleyn Jan Fabre) nel 2021:

…e poi di una messa in scena storica del 1992 interpretata da un performer maschio (Marc ‘Moon’ Van Overmeir), con l’impiego di un buffo costume, molto differente dal più sobrio allestimento attuale:

Non è facile penetrare il concept che collega il testo – scritto da Fabre nel 1979 e quindi ora tradotto appositamente in spagnolo da Alexandre Rodríguez i Fons & Fernando Rodríguez Cortés per l’interpretazione della Codina – con il burro, l’illuminazione delle lampadine, la musica corale liturgica e la miscela di archi e sitar scelti da Alma Auer, con la gestualità feroce portata in scena dall’attrice, nel suo ancheggiare sensuale fra i parallelepipedi di burro in una danza silenziosa, silenzio che l’attrice richiede all’inizio di ogni blocco di testo.

“È un testo interamente ispirato dall’alchimia, l’artista è sempre anche un alchimista”, ci spiega poi Fabre (riecheggiando Artaud, per cui il teatro è il doppio spirituale di una realtà “inumana, archetipica e rischiosa”). “La performance attraversa i cinque stadi del processo alchemico, marcati dai colori in cui progressivamente mutano le luci di scena: dal nero al bianco, al giallo, arancio e rosso. La voce è elemento di trasformazione dell’energia. Il burro è un conduttore d’energia, ecco perché quando vi viene piantata la lampadina quella s’accende” (ignoriamo l’artificio tecnico con cui ciò accade in scena, ma Ivette alla fine spegne con un dito tutte le lampadine, NdA).

Il burro peraltro, plastico quanto rapidamente deperibile, è uno dei materiali simbolici ricorrenti nell’opera dell’artista concettuale Joseph Beuys, cui Fabre e la sua fedele dramaturg Miet Martens fanno esplicito riferimento, il quale lo usava in blocchi, cunei o steso in modo da occupare lo spazio, interpretando l’arte come veicolo di energia vitale, calore e trasformazione sociale. “L’interprete parla di ‘udire’”, continua il regista: “la voce è il suo fattore di trasformazione, quando ti trovi in uno stato di schizofrenia alchemica il sangue pompa più intensamente nel tuo corpo, alimenta il fuoco, la battaglia che l’identità combatte fra il principio razionale e l’irrazionale”.

E comunque, conclude sornione Jan, “Quel che conta è l’interpretazione che lo spettatore dà di ciò che vede”. Quindi, l’interpretazione del vostro percosso e attonito recensore è che la violenza del gesto, anche di quella sorta di autopunizione della carne cui assistiamo in scena, è la rappresentazione della guerra interiore fra gli opposti di ragione e sragionamento che travaglia chi prova emozioni troppo intense. E l’inserimento dell’ultima lampadina accesa nell’origine du monde da parte della performer (che non vedete nelle foto di scena), lungi dall’essere “l’abituale compiacimento provocatorio del regista maleducato”, rappresenta il raggiungimento di uno stato di estrema carica energetica da parte del corpo al termine del processo alchemico, che ha investito (come il dio Pan nella tragedia greca e il poeta-veggente nella citazione di Rimbaud in esergo) il corpo e i sensi tutti.

Due discorsi a margine: il primo è che mai avremmo saputo cogliere le metafore alchemiche dagli oggetti usati in scena né dal testo o dai suoni, problema che peraltro accomuna tutta l’arte concettuale, la quale necessita di una decodifica prima di poterne apprezzare appunto il concetto.
Il secondo è che la performer in scena nella versione 2026 del testo è, s’è detto, di prorompente bellezza: quindi il regista non può non aver preso in considerazione l’aspetto della “desiderabilità erotica” che la sua interpretazione si sarebbe inevitabilmente portata con sé, con conseguente ambiguità della “provocazione alchemica”. Può essere quella desiderabilità solo “tollerata” o non è l’innesco di una nuova battaglia fra gli altri due opposti della trasformazione spirituale alchemica e dell’appetibilità carnale?

Purtroppo Who Shall Speak My Thought? ha terminato il suo processo alchemico all’Out Off e questi quesiti non ci verranno sciolti (come burro) dall’alto: se volete recuperare lo spettacolo, dovrete progettare un viaggetto culturale verso la rassegna che il Teatro Stathmos di Atene dedica al coreografo fiammingo dal 6 al 21 novembre.

Buon divertimento, noi torniamo presto in scena con un’incursione nel teatro civile italiano. Mentre su Jan Fabre si tornerà con Little Body On the Wall, chiusura del Festival diretta stavolta da Roberto Trifirò.

Mario G

N.B.: foto di scena by Alessandro Villa, per gentile concessione del Teatro Out Off, tranne quella sopra il titolo e la penultima qui sopra nel testo, di Mario Leko, per gentile concessione della compagnia Troubleyn Jan Fabre.