Desert Films: l’incubo della fama di James Franco

Desert Films

Al Teatro Menotti fino all’11 ottobre il breve testo scritto, diretto e interpretato dal celebre attore hollywoodiano, che rimesta nel calderone lynchiano per metterci di fronte ai lati oscuri della “macchina delle stelle”.

Una bella bionda prosperosa tutta pizzi neri entra sulla scena nera e si avvia al microfono sciantosa come una diva anni ’50 : è il soprano Elli Papadiamanti che interpreta l’immortale Blue Velvet accompagnata al piano da Mariano Bellopede (poi sarà Kostantinos Diminakis), tuffandoci subito in torbida atmosfera lynchiana (che ripassate qui sotto nella scena del film omonimo con Isabella Rossellini).

Irrompono sulla scena James Franco che si trascina con sé il povero Blaine Kern III e lo lega a una sedia abbagliandolo con la luce bianca della videocamera con cui lo riprende ravvicinatissimo, rimandandoci la sua soggettiva “POV” sul grande schermo che occupa il fondale e facendoci così guardare implicitamente il “film dentro la messinscena teatrale” (qui sotto un trailer dello spettacolo, NdR).

Franco interpreta Robert Blake, l’attore che in Strade Perdute (Lost Highway, 1997, sempre Lynch, ormai nella sua fase più astratta e metafilmica) minaccia il povero sassofonista Bill Pullman di essere in casa sua proprio mentre parla con lui a un party (come ci ricorda il trailer qui sotto).

Nel testo Desert Films, scritto, diretto (con Peter Gold) e interpretato dal versatile divo hollywoodiano (e coprodotto col napoletano Teatro Bellini, NdR), invece, il cinematico protagonista affligge un immaginario giovane attore alle prime armi – che dichiara d’aver lavorato giusto in un paio di sequel horror di serie B – coll’intento di squadernargli davanti agli occhi “di che lacrime e di che sangue” grondi quella macchina delle star di Hollywood cui il giovane tanto anela iscriversi, e di cui lui è invece un esperto che ha pagato il prezzo inesorabile.

Infatti, scopriamo da un’intervista con Franco, la storia dell’attore Robert Blake in parte somiglia davvero a quella di Lost Highway: l’attore cadde infatti dall’eden delle star dopo l’accusa (pur mai veramente provata) di essere colpevole della morte della moglie, a propria volta ossessionata dal successo e dall’aspirazione (fallita) di diventare una star. Due drogati di stardom bruciati dalla propria medesima inesausta ambizione.

Per quello Blake/Franco, che si presenta proprio come il personaggio del film di Lynch –dicendo addirittura “Quentin voleva fare un film su di me, poi sono rimasto solo una scena all’interno di Once upon a time… in Hollywood” – arriva a femminilizzare la sua vittima mettendogli in testa una parrucca bionda e sbavandogli del rossetto sulla faccia: per creare un cortocircuito fra la storia dell’uomo Robert Blake e moglie con le aspirazioni al successo del giovane attore di adesso, attraverso i riferimenti metacinematografici all’opera del Lynch (che ben si presta ad oscure metafore tra realtà e finzione).

Screenshot

Chiude con un’altra torch song la Papadiamanti, ma nel corso della performance sentiamo anche Take 5 di Brubeck al pianoforte solo.

Atto unico assai concentrato (soli 50 minuti), Desert Films vive della recitazione urlata e volutamente sopra le righe del suo protagonista-mattatore, ma forse per l’eccessiva brevità non arriva ad approfondire veramente delle psicologie tridimensionali di questi “forzati dello stardom” (come neanche il film di Lynch faceva, del resto), né purtroppo sfrutta appieno le possibilità di “sfondare” le tre pareti del palco col mezzo videocamera (come ad esempio faceva il pure lynchiano Visioni di Solaris di Syxty portandoci a spasso per le viscere di Palazzo Litta) per farci vedere “oltre” che i primissimi piani deformati degli stravolti protagonisti.

Screenshot

Ma, ulteriore deriva metacinematografica, quando la breve performance si conclude, la sala (gremita) si svuota e il foyer del Teatro Menotti s’ingolfa di un’interminabile coda di fan, che parte poco dopo la biglietteria e riempie l’intero scalone fino alle porte della sala, in trepidante attesa di posare per un selfie con James Franco e farsi autografare il programma.

Per il suo sorprendente debutto teatrale italiano? Certo che no: perché a tutte/i interessa toccare un divo hollywoodiano in carne ed ossa! Rituale cui naturalmente, “americanamente”, il divo si presta ben disponibile, chissà se consapevole dell’implicita contraddizione che offre ai dolorosi avvertimenti sulle conseguenze dello stardom.

Materia servita su piatto d’argento per una prossima performance metacineteatrale?

Mario G