In the grey: crimini a perdifiato ma senza il grigio

In the Grey

Il nuovo action thriller di Guy Ritchie viaggia a un ritmo action da mitraglia ma difetta proprio nelle zone d’ombra del titolo, con personaggi piatti e poco empatici.

Ve lo dico nello stile dei dialoghi secchi telegrafici fra i personaggi del film steso: me ne frego della cinefilia sulla lingua originale, per vedere In the Grey coi sottotitoli (com’è stato proiettato all’anteprima stampa) bisogna avere almeno 3 occhi, per seguire il ritmo serratissimo dei dialoghi sputati dagli antipaticissimi personaggi (un bel coacervo di jene tutti contro tutti senza buoni, proprio alla Guy Ritchie) allo stesso ritmo delle loro implacabili strategie per fregarsi o vendicarsi delle fregature subite, che intanto si susseguono sullo schermo.

Eccone un esempio (inventato ma abbastanza fedele):

  • Abbiamo un problema?
  • Quindici, in arrivo verso la porta davanti.
  • Me ne occupo io. Portate la macchina sul retro.

Quindi eccoci davanti a un godibile action senza pretese cerebrali ma dal ritmo forsennato? Eh, magari: così sarebbe sulla carta, ma purtroppo alla lunga (e dire che il film si contiene per fortuna entro i 108’) il divertimento manca, pur nella mitraglia dei colpi di scena e dell’azione mozzafiato. Perché? Perché della definizione promozionale del film – “un action thriller adrenalinico e imprevedibile che riflette il suo stile inconfondibile: ritmo serrato, dialoghi affilati, personaggi complessi e moralmente ambigui” – al film (qui sotto il trailer, più in basso la locandina) mancano proprio due elementi sostanziali.

Il primo è la complessità dei personaggi: la glaciale boss Eiza González (qui sotto al centro) è bella come una statuina di giada ma altrettanto monoespressiva, anche quando è prigioniera sputa le sue condizioni sprezzante, senza mai una goccia di sudore lungo il collo per il pericolo mortale in cui è piombata fino al collo, quindi nessuno di noi si preoccupa per lei né potrebbe partecipare emotivamente ai rischi che sta correndo.

I suoi due sapienti action men e guardaspalle Jake Gyllenhaal(pur fior d’attore anche come… Sciacallo) e il roccioso Henry Cavill (Superman “d’acciaio”) sono anche loro sempre tranquilli come dei duri tarantiniani: sanno sempre cosa fare, anche quando tutto va a catafascio e noi miseri ci metteremmo a piangere loro hanno pronto un “piano B” provato al millimetro per cavarsi d’impaccio, armi come la flotta americana in Iran, astuzia (che Trump si sogna) nell’usarle, padronanza di ogni tecnologia, militare informatica e legale.

Tutto perfetto, ma la suspense? Quella se ne vola via, infedele come un’antieroina cinica di Guy Ritchie, incurante dei botti, delle sparatorie, degli inseguimenti a perdifiato su ogni mezzo. Perché se i personaggi sono così piatti da farci rimpiangere la guascona ironia di quel piacione di Bond (qualsiasi interprete), se non c’è mai per i personaggi quel momento che gli sceneggiatori chiamano “la notte dell’anima”, cioè quando tutto è andato storto e il protagonista si sente solo, teme per la propria vita e sa che non può farcela (e noi pavidi sudiamo con lui), il ritmo dell’azione è solo un’arma di distrazione per non far riflettere il pubblico sul fatto che a noi in fondo di quel miliardo mal sottratto dal tycoon cattivone non ce ne frega nulla.

Anzi, già non ci ricordiamo più perché lui non vuole restituirlo ai suoi finanziatori, i non meno cinici committenti dell’attrezzatissima squadra di riscossori al di qua e al di là della legge (di qui il titolo sulla zona grigia) GonzálezGyllenhaal-Cavill, le cui peripezie ci stupiscono (per un po’), certo, ma non ci appassionano davvero, quindi alla lunga risultano persino un po’ prevedibili e ripetitive. Ecco dunque la seconda mancanza sostanziale: l’imprevedibilità, quella delle beffe dello zingaro Pitt (pensate un po’ voi!) di Snatch, o delle intuizioni di Downey/Holmes (qui sotto una scena del film del 2009).

Infatti, al regista Ritchie era già riuscito con successo di dar vita a Gentlemen ben poco “gentili” (per esempio col barone-spacciatore McConaughey sotto nella sua più riuscita “faccia da schiaffi”), poi di “tarantinizzare” il citato Sherlock Holmes trasportando le indagini del vittoriano Conan Doyle in un turbine d’azione senza fiato con protagonisti (Downey e Law) spiritosamente irresistibili anche per i giovani spettatori del terzo millennio, pur contando su armamentari “steam” assai meno moderni. Qui invece alla ciambella manca il buco, nonostante la profluvie di gadget da Mission Impossible, e l’azione alla fine assomiglia ai combattimenti di un qualunque Steven Seagal: rocamboleschi quanto vuoi ma a un certo punto speri che finiscano.

Screenshot

Per chi vuole distrarsi dallo stress della giornata con un videogame simil-bondiano tecnicamente patinato e senza pretese, esce in sala oggi.

Mario G