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RAM, il cyberpunk in farsetta

Written by  26 Jun 2022
Published in Teatro
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Il testo di Edoardo Erba diretto da Michele Mangini al Parenti tocca temi pesanti come la perdita di memoria = d’identità nell’era digitale, la sperequazione sociale e la fluidità sessuale, ma resta vittima della stessa superficialità da social che vorrebbe satireggiare.


RAMSiamo nel 2120 e l’umanità è divisa in due classi. Da una parte c’è la moltitudine che vive ammassata nelle poche aree abitabili di un pianeta ormai desertificato. Dall’altra i membri della classe agiata, gli Aumentati, con DNA ottimizzato, fisico perfetto, cervello super performante, che perseguono un ideale di bellezza e di bontà esclusivamente riservato alla loro casta ma, difettando di esperienze vive, ricorrono al trapianto di memorie altrui. Per denaro e per sottrarsi ai ricordi di un passato doloroso, la protagonista Cruz ha deciso di privarsi della sua memoria. I suoi ricordi svaniscono, ma quella sensazione di vuoto, rabbia, solitudine, può davvero scomparire?


Questa la sinossi dello spettacolo, che riportiamo direttamente dal sito del Franco Parenti (che l’ha prodotto e dove è in scena dal 21 al 30 giugno), non per pigrizia ma per basare le nostre riflessioni su quanto ci promettono gli autori e non su considerazioni soggettive opinabili.


RAMRAMLa scena del lavoro, apprendiamo, è una installazione dell’artista napoletano Michele Iodice finalizzata a “rendere lo spazio scenico il più astratto possibile. La texture dell’installazione è composta infatti da serbatoi in acciaio agganciati tra loro (vedi immagini ai lati). Il risultato è una parete modulata di elementi creati in catena di montaggio. Il singolo serbatoio appare come una delle pieghe della corteccia cerebrale, metafora dell’appiattimento della diversità e della frammentazione sociale” (sempre dalle note sullo spettacolo).


RAMPurtroppo, e qui cominciano le considerazioni soggettive, la scenografia è anche la cosa migliore dello spettacolo: i costumi (sempre di Iodice) ci rendono un’ambientazione futuribile a base di tutine aderenti verdoline e soprabiti trasparenti che tradiscono una visione fantascientifica degna dei Pronipoti di Hanna & Barbera, o dei telefilm di U.F.O. (chi ricorda le assistenti fluo del comandante Straker?), una cosa ridicola, specie perché questo mondo siamo abituati a vederlo realizzato molto meglio al cinema. Si dirà che il teatro non lavora coi budget di Hollywood per il décor, ma va notato che se il regista s’ispira - come pare chiaro - a film come Se mi lasci ti cancello di Gondyr, lì come anche in Her/Lei di Jonze (altro film nell’area concettuale dello spettacolo), o ne I guardiani del destino, In Time  etc. (per non citare capolavori come lo Stalker di Tarkovskji), i personaggi sono tutti vestiti con comuni abiti contemporanei: se non puoi avere i costumi di Neo in Matrix, un bel set di abiti grigi va benone, se il testo è potente e fa il suo lavoro.

RAMMalauguratamente il testo non lo è, perché affrontando temi pesanti come montagne – la perdita della memoria, ossia del sé, la sperequazione sociale del neocapitalismo in cui anche l’identità del povero è merce comprabile sulla bancarella dagli “aumentati” che possono permettersela, la difficile ricostruzione di un senso del vivere in un deserto emozionale sostituito dal chiacchiericcio pettegolo delle chat – non ne approfondisce nessuno, scegliendo di galleggiare sulle facili macchiette comiche di un androide domestico riciclato “di classe 6”, che sembra uscito da Io e Caterina di Alberto Sordi piuttosto che da Ex Machina, e da un medico “di classe 4, quindi privo di humour” (Giovanni Battista Storti, nella foto col visore qui sopra a sinistra), parimenti grottesco.


RAMQuindi la molecola di “thriller cyberpunk” sulla ricerca di chi è riuscito a salvare brandelli di memoria della protagonista Cruz (Marina Rocco, una "Meg Ryan nostrana" di casa al Parenti e con diverse esperienze anche al cinema, che vedete qui a destra e sopra la testata), come ha potuto e soprattutto a qual fine, naufraga nella telenovela dei sentimenti divisi fra il sedicente amante Oliver (Alberto Onofrietti) e Lady, una “tarpata” nella memoria come la protagonista, vorace bisessuale dai capelli blu come la Donna Trappola di Bilal conosciuta in chat (la giovanissima Irene Vetere, sopra a sinistra con la Rocco), cui è affidato l’inevitabile bacio saffico per essere à la page col tema (comunque non sviluppato) dell’incombente sensibilità LGBTQ, indispensabile per stare in un “teatro moderno” (nel dubbio, date un’occhiata al programma di Sant’Arcangelo 2022).


La ricerca filosofica su cosa resta del sé dopo la perdita della memoria dà vita a qualche passo veramente interessante: Lady racconta di sé un passo di Flaubert come se fosse la propria vita: “perché noi delle bugie abbiamo bisogno. Per vivere. Fin da bambini...” (dal testo). E “La memoria doveva essere una storia che ci raccontavamo... noi viviamo di storie” (la protagonista Cruz smarrita, sempre dal testo). Purtroppo il tutto va a finire in un predicozzo da Angelus domenicale del chat master (Angelo Curti, in video nella bella soluzione degli schermi tondi ai lati del palco), riassumibile all’incirca in un “Bisogna avere il coraggio di cambiare. Hai avuto una seconda chance, ora vivila per darle tu un senso” (sunto mio, qui la cit. non è esattamente testuale).
La recitazione sopra le righe dell'intero cast (anche delle attrici con maggiore esperienza) non contribuisce all'immedesimazione nel soggetto.


Cosa resta di tutto ciò? Alla fine, le “battutine” padrona-cameriera sulla gastronomia dei "vermi di terra" e sul turpiloquio (effettivamente insistente) della "signora", quell’irresistibile attrazione paracula del drammaturgo/cineasta italiano per la commedia, per far ridere, sempre e comunque; e dico paracula perché l'ironia in questi casi serve a suggerire allo spettatore "guarda che tanto mica facciamo sul serio qui, eh" (cosa che accade puntualmente nel cinema erotico dove, a parte il sublime Lars, spessissimo si tenta di stemperare il vergognarsi del tema 'scandaloso' colla risatina, un atteggiamento comune verso i generi "bassi"?). Insomma, si spruzza profumo di temi alti per darsi un tono, poi si cerca l’applauso del pubblico (ampiamente riscosso dallo spettacolo ieri sera, va detto) blandendolo col cabaret di Zelig o Camera Café, con cui ormai il pubblico attuale è cresciuto e con cui quindi si vince sempre facile. Un po’ lo stesso problema che ritrovammo per esempio nel Console Wars sui videogame portato in scena al Litta nella rassegna Hors del 2021, nelle Assassine di Manuel Renga del 2014, ma in genere pericolosamente un po’ ovunque, nelle stagioni attuali dei teatri su cui ci capita di mettere occhio.


Ora, sarebbe facile stroncare il lavoro di Erba/Mangini con le armi della stessa ironia, ma (consapevoli come chiunque scriva che ogni sforzo creativo, anche imperfetto, vale di più dell’inchiostro per cassarlo) preferiremmo tentare una riflessione costruttiva. Il teatro italiano è tradizionalmente un teatro di “regia”, più che di scrittura di nuovi testi: chi sa nominare almeno tre drammaturghi italiani importanti da Pirandello ad oggi, mentre tutto il mondo mette in scena Schnitzler, Strindberg, Cechov, Beckett, Pinter, Genet, Kane e Nothomb? La battuta classica è: come faccio uno spettacolo “impegnato” sull’arroganza del potere totalitario? Prendo Antigone (che tra l’altro non costa nemmeno diritti), metto a Creonte divisa nera e stivali da nazista e il gioco è fatto.
Quindi dovremmo festeggiare che qui invece si è scelto un tema attuale, si è osato scrivere un testo originale e, da appassionati di fantascienza, dovremmo pure essere contenti che il genere è approdato – rara avis – sulle tavole dell’importante palco del Parenti, anche se non con l’intensità dei Libri da Ardere di De Capitani o del Ballard di Phoebe Zeitgeist (per fare un paio di esempi di cose viste in passato su tematiche distopiche).


Però, proprio perché appassionati di fantascienza, noi crediamo di poter chiedere di più alla messa in scena di questo genere che qualche tutina argentata: le riflessioni dickiane su realtà vs virtualità, quelle ballardiane su follia e feticismo dei consumi, le apocalissi virali di Burroughs, possono nutrire ben altra drammaturgia nel devastato presente in cui si stanno puntualmente avverando tutte. Possibile che in questo pianeta “che va a rotoli”, i cui abitanti “passano metà del loro tempo a costruire e l’altra metà a distruggere” (dal testo di Erba), tutto quel che noi riusciamo a ricavare sia una risatina compiacente?


C’entra poco, ma tornando a casa dopo lo spettacolo a teatro ho rivisto quel capolavoro del Suspiria di Guadagnino, in cui Tilda Swinton/Madame Blanc – scoprendo Susie/Dakota Johnson poco propensa a fare i salti nella danza – le impone una serie di ripetizioni di quei salti finché la sua elevazione da terra non è soddisfacente. Ecco, quel che personalmente chiederei alla drammaturgia nazionale non è abbandonare la strada del fantastico come metafora dell’attualità “perché il budget non consente”, ma piuttosto di osare non uno ma dieci, venti testi distopici (o noir, o pulp, horror, fantasy o erotici) sul futuro/presente che ci si spalanca davanti agli occhi come un baratro (ambiente, epidemie, guerre, nuove povertà).

Prima o poi vedremo anche noi esplodere una Sarah Kane qui a Caracas... pardon, nel fu Belpaese. 

Ci si tornerà, su questo tema. Intanto, se volete contribuire al dibattito, vedete e diteci la vostra: Posthuman è sempre aperto ad ospitare i pareri di chi lo legge, anche discordanti dai nostri.


Mario G

 

Last modified on Friday, 01 July 2022 15:48
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