Il nuovo musical bowiano di Ivo Van Hove alla Ruhr Triennale 2026 diverte come concerto di una tribute band del Duca ma difetta di drammaturgia del concept distopico.
“Vedrai, è una cosa ‘very experimental’”, mi dice il ballerino della compagnia con cui domenica 30 sono arrivato alla Jahrhunderthalle Bochum, dopo avergli chiesto un’indicazione della strada senza sapere d’aver proprio incontrato un… addetto ai lavori!
Stesso cammino, differenti visioni: secondo me infatti Rebel Rebel, secondo lavoro teatrale di Ivo Van Hove sull’eredità musicale di Bowie dopo Lazarus (foto di scena sopra il titolo e qui sotto) manca proprio di quello sperimentalismo cui il Biondo ci ha abituati lungo la sua proteiforme carriera musical-multimediale Qui sotto la famosa session di Terry O’Neill per l’album Diamond Dogs, NdR).

L’ambientazione sarebbe perfetta: lo spazio ex industriale della Jahrhunderthalle (qui sotto, foto mie) è ideale per la scenografia postapocalittica fatta di container metallici e bidoni in fiamme, chiusa sullo sfondo da un grande schermo che continua la distesa dell’hangar, ma sul quale nel corso dello spettacolo verranno proiettati skyline metropolitani, incendi, pianeti lontani in avvicinamento e astratti caleidoscopi pop.


La band (qui sotto, ancora foto mia prima dello show) anche: 7 elementi – due chitarre, due tastiere, sax, basso e batteria – funzionali alla ricchezza degli arrangiamenti che dovranno riprodurre (anche se in quello spazio io avrei potenziato un po’ l’amplificazione) delle ben 28 canzoni dell’Halloween Jack in cui si snoda lo show, tratte non solo dall’orwelliano Diamond Dogs ma dall’intero suo archivio, dal debutto del 1967 fino a The Next Day.

Le riportiamo di seguito per i veri fan:
- Future Legend/Diamond Dogs (e qui siamo nel previsto mood orwelliano)
- Modern Love
- Rock’n’Roll Suicide (canta Diego Rodriguex, cioè il Boy senza nome)
- When You Rock’n’Roll With Me (entra Girl – Ari Notartomaso – cantando. Da qui in avanti le canzoni sono praticamente sempre dei duetti)
- Word On A Wing
- Let’s Dance
- We Prick You
- Sweet Thing
- Rebel Rebel (il Gang leader – Daniel Donskoy, terza voce e fisico statuario – cerca di strappare l’amata a Boy)
- The Loneliest Guy (bella coreografia tutta maschile)
- What In The World
- You Feel So Lonely You Could Die
- Spaceboy (versione melodica in crescendo cantata da Girl)
- Be my wife
- We’re the dead (unico dialogo recitato dai due amanti, si stacca dal testo della canzone)/Five Years
- Starman
- Heroes (coreografia romanticamente sdolcinata a mio parere)
- Dirty Boys (si riaccende la violenza urbana)
- If You Can See Me (lotta brutale in gabbie metalliche, v. ultima foto in basso, NdR)
- We are hungry men (ballerini fra il pubblico)
- Stay (con originale coreografia hip hop)
- When I Live My Dream
- Life On Mars (il pianeta rosso sullo schermo si avvicina verso di noi)
- Slowburn
- I’m deranged (un faro dondola sul palco da destra a sinistra, contro un’affascinante proiezione astratta sullo schermo)
- Spaceboy (versione martellante, più vicina al remix Pet Shop Boys con un bel video astratto ed esplosione di rifiuti sparsi sul palco, foto sotto)
- The motel (strisciano fra i detriti i due amanti sfiniti)
- Golden years (applausi finali).

Come vedete, una selezione ampia e originale, con molti brani poco noti, anche dal primo album omonimo come da quelli meno glamour della maturità dell’artista. Purtroppo, è proprio la drammaturgia a difettare allo show. In apertura ci viene proiettata una didascalia introduttiva: in una società dittatoriale, il potere proibisce ogni relazione umana, lasciando campo libero a feroci gang giovanili, la cui violenza è funzionale alla repressione governativa. Due giovani innamorati (foto qui sotto, NdR) osano ribellarsi nel nome della passione. Riusciranno a sopravvivere?

Il quadro autorizzava ad attendersi che Van Hove avesse raccolto il progetto di musical da 1984 coltivato da Bowie nel ’73, poi abortito per il rifiuto dei diritti da parte di Sonia Orwell, ritentato in chiave cinematografica tra il ’75 e l’80 e infine mai realizzato; mentre la gang violenta sa tanto di Wild Boys burroughsiani, innesto già presente nel concept di David (qui sotto con alle spalle la scenografia alla Metropolis del Diamond Dogs tour, NdR).

Purtroppo, la struttura del musical scelta dal regista ci priva dei dialoghi, affidando così lo sviluppo del plot ai testi (non proprio lineari) delle canzoni interpretate dai due innamorati contrastati dal Gang Leader, mentre gli altri 11 ballerini in scena si esprimono unicamente attraverso il gesto coreutico, che per necessità deve essere mantenuto alquanto didascalico per farci comprendere le situazioni evocate: ecco perché le risse e le scazzottate di strada (v. qui sotto) evocano più un West Side Story che il teatro danza astratto di Anne Teresa De Keersmaeker o la performance concettuale di Marina Abramovic, che come abbiamo annunciato circondano come titani la creazione del direttore artistico della Ruhr Triennale.

Un didascalismo che talvolta lambisce il ridicolo involontario, come quando sui poetici versi “I, I wish you could swim / Like the dolphins, like dolphins can swim” il Boy imita delle bracciate di crawl, o quando il pianeta rosso appare sullo schermo durante Life On Mars. e poi, se ci troviamo in una distopia politica terrestre, che c’entra l’alieno di Starman? In un’intervista riportata sul leaflet dello spettacolo, Van Hove ricorda quando chiese a Bowie il senso di un verso di The Man Who Sold The World, sentendosi rispondere “come faccio a ricordarmelo? L’ho scritta 50 anni fa!”, come dimostrazione che le canzoni non hanno un significato univoco; specie quelle del Bianco Duca, letterariamente ricche ma quasi sempre simboliste, se non addirittura ermetiche, quindi difficili da impiegare come spina dorsale di una trama. Che infatti alla lunga si perde, rendendo lo show godibile come ideale concerto di una tribute band di Bowie (infatti il pubblico applaude alla fine di ogni brano) che non come una piéce teatrale propriamente detta, come invece risultava Lazarus, pur non esattamente una trama lineare.

Le esecuzioni musicali, ossatura della performance, sono competenti e (fin troppo?) fedeli, sicuramente aggiornano le canzoni più remote del primo album ma – se paragonate alle interpretazioni dei classici da parte di Manuel Agnelli nella versione italiana di Lazarus – non possono vantare la stoffa interpretativa di una personalità affinata in 40 anni di militanza nel rock alternativo italiano (bando all’esterofilia per una volta!); una forza che Van Hove avrebbe avuto con sul palco dei big come – per dire – Nina Hagen o Blixa Bargeld. Qui, cantando i ballerini-attori stessi, assistiamo sì a delle performance fisiche e vocali notevoli, tipiche appunto del musical, ma che non ci lasciano il rimpianto di non avere l’album della colonna sonora (come appunto fu fatto per Lazarus) sul nostro scaffale.

Non avendo avuto la possibilità di dialogare col regista sul suo lavoro durante la trasferta nella Ruhr, non siamo in grado di anticiparvi se anche Rebel Rebel sia destinato ad atterrare in Italia, oltre che di motivare le scelte del nutritissimo juke box bowiano in scena, degli acrobatici agganci fra canzoni di stili ed epoche tanto diverse fra loro e… nemmeno se i due amanti alla fine hanno vinto la loro battaglia (anche se tendo a credere di sì perché il regista nelle sue note parla di un “finale di speranza”). Se arriverà anche nel Belpaese, il suo impianto non necessita di traduzione e il cast potrebbe rimanere lo stesso, con i sottotitoli dei testi dei brani che scorrono sui display come a Bochum.

Per chi come me (e l’attenta community di Velvet Goldmine) anelava a una compiuta messa in scena dello storico concept fantadistopico, arricchito dai riferimenti agli “amanti eroici berlinesi” e magari da evocazioni del successivo, cupo concept cyberpunk di Outside (da cui pure vengono pescati ben quattro brani), toccherà attendere… un nuovo pseudobiblion?
Gli almeno duemila presenti nell’enorme hangar della Jahrhunderthalle non peccavano di sì ambiziose aspettative, quindi hanno tributato generosi scrosci di applausi – fin troppi ad ogni numero – all’intero cast.
Mario G.
P.S.: a parte gli scatti di Mario G dello spazio, le foto di scena ufficiali dello spettacolo sono © Jan Versweyveld

