“I’m the Passenger, and I ride and I ride…”

Passenger

Passenger, settimo film del norvegese Øvredal è un buon horror per una serata televisiva, ben girato e con un bel crescendo di suspense, ma sprecata in un finale troppo action “all’americana”.

“Non siamo noi a fare il viaggio,
è il viaggio che fa noi”
(cit. da un dialogo del film)

Due giovani, un nero e un orientale, viaggiano in auto di notte. La fermata per la pipì di uno sarà la tragica fine, ma dell’altro rimasto in auto (è la sequenza che vedete nel poster internazionale qui sotto, mentre quello italiano lo vedete più in basso, NdR).

Questa la cornice introduttiva: in realtà i protagonisti del film Passenger (qui sotto il trailer) sono altri: una simpatica coppietta coloured – Tyler (Jacob Scipio) e Maddie (Lou Llobell) – che lascia San Francisco per il sogno (più di lui che di lei) di vivere in camper on the road senza fissa dimora.

Dopo una sosta in un grande accampamento di camper – dove si svolge la festa del “Burning Van”, penso un riferimento all’esistente Burning Man californiana – scoprono di essere stati marchiati con un’inesorabile maledizione: i tre graffi paralleli sulla carrozzeria sono gli stessi visti sull’auto dei primi due sfortunati, che peraltro a un certo punto si vedranno sfrecciare accanto, sempre col parabrezza sfondato.

Significa pericolo, spiega loro lo pseudobiblion “Haunted Highways” pescato in autogrill (un suggerimento per noi autori di cinelibri immaginarî?!): il “Passeggero” è un’entità demoniaca che per misteriosi motivi conduce alla morte (apparentemente per terribili incidenti stradali) i viandanti notturni che hanno la sventura di incocciarlo sul proprio cammino.

Da quel momento sarà un’incessante “corsa con il diavolo” (sì, il riferimento è proprio al non dimenticato Race with the devil del ’75 con Peter Fonda, il cui trailer visto a 10 anni in tv mi è rimasto in mente per sempre finché non l’ho trovato in dvd!).

Una fuga in crescendo di suspense, con buoni jump scare che partono dalla bella scena in cui Maddie si trova improvvisamente da sola nell’immenso parcheggio deserto – ripresa con lunghe carrellate circolari a 360 gradi – e comincia a temere di non essere poi veramente del tutto sola (vi dà un’idea l’altro poster internazionale qui sotto).

E bella poi la scena del cinema allestito nel bosco da Tyler per riguardarsi romanticamente Vacanze Romane, in cui – quando i due fidanzati cominciano a temere di essere spiati da qualcuno dietro il telone dello schermo – lei fa luce col proiettore a lui che cammina fra gli alberi al buio, così proiettando sui tronchi e sul promesso sposo inquadrature in bianco e nero di Gregory Peck e Audrey Hepburn (eccoli qui sotto davanti alla Bocca della Verità nel film del ’53, purtroppo non abbiamo uno still del “film nel film” attuale).

Il soggetto basic sembrerebbe quello di un classico horroretto teen, ideale per una serata a birra e pop corn, ma per fortuna il norvegese André Øvredal conosce il mestiere e ci risparmia il peggio della nefasta tipologia, gestendo al meglio gli spazi deserti, la fotografia (Federico Verardi), le riprese dalle telecamere di sicurezza del camper, le apparizioni del demone sub specie di figura che compare a tratti sul ciglio della strada come un autostoppista, o all’improvviso nello specchietto retrovisore del camper, in realtà vuoto (v. lo still sopra il titolo).

Purtroppo, l’originalità già mostrata dal norvegese in Autopsy e nel particolare punto di vista di Demeter – Il risveglio di Dracula (che di Dracula segue solo il viaggio in nave, però poi come svolgimento di trama non m’aveva fatto impazzire) qui s’incaglia in una visualizzazione un po’ stereotipata del Babau in forma della prevedibile testa di morto avvizzita con zanne, artigli e cappuccio nero (v. still qui sotto, ripreso dal trailer del film), quando finalmente appare ai malcapitati (ricordate quanto scrivevo pochi giorni fa su Mother Mary?). E poi in un finale troppo “americano”, nel senso dell’immancabile lotta col mostro che risolve l’incubo in chiave di action.

Il che va benone se ci stiamo opponendo a un feroce serial killer umano; ma se il Male è un’entità sovrannaturale, chi garantisce il fiero “cowboy a stellestrisce” che potrà proteggere la sua bella e i sacri valori della famiglia a mazzate da baseball con qualche profitto, specie seguendo l’inevitabile spiegone della ricetta magica per ottundere i poteri del Male stesso (“entrate nella chiesa di St. Cristopher, protettore dei viaggiatori, magari lui...”)?
E da quando in qua poi il diavolo dovrebbe patire l’umane mazzate?

Per capirci, il povero Nicholson in Shining perdeva anche con un’ascia contro la buona Duvall disarmata, ma poi il colpo di coda della foto finale ci lasciava intuire che Jack fosse la personificazione di una jattura ricorrente nell’hotel maledetto (ricordate l’inseguimento nella neve qui sotto, vero?).
Ora voi mi direte che non ci volevo io a capire che facilmente un Kubrick mangia in testa a un Øvredal anche nel 2026, però io l’horror soprannaturale con lo spiegone razionale for dummies ho il diritto di stigmatizzarlo e quindi lo faccio.

Passenger resta comunque un accettabile horror, giustamente compatto (94’), in cui il norvegese ha fatto fruttare al massimo un budget sicuramente inferiore a quelli di Kubrick, direi più da visione su piattaforma che in sala forse (dove comunque esce oggi), sicuramente con una valida colonna sonora (a cura di Christopher Young, uno specialista dello spartito da brivido) ricca di blues on the road, che si chiude doverosamente sulla The Passenger di Iggy, nella bellissima versione di Siouxsie & the Banshees (da Through the Looking Glass, l’album di cover del 1987, sotto il clip).

Solo… non mettetevi in auto per tornare a casa al buio dopo la visione!

Mario G