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Stoker - indagine su famiglia senza indizi

Written by  31 May 2013
Published in Cinema
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Il nuovo film di Park Chan-wook è un noir psicologico-familiare hitchcockiano ed estetizzante, ma con molte zone d'ombra nelle psicologie dei personaggi. In sala dal 20 giugno.

 


 


Abbiamo visto pochi giorni fa a Parigi (in lingua originale e con sottotitoli francesi, come fanno i veri cinefili, qui da noi pura fantascienza) il nuovo film di Park Chan-wook, quindi vi proponiamo la nostra recensione prima dell'uscita nelle sale italiane, attesa per il 20 giugno.

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Peraltro, ne avrete già letto forse anche su Nocturno di maggio nell’articolo di Dario Vecchiato e, sostanzialmente, noi condividiamo il suo giudizio: il primo film hollywoodiano del grande regista della Trilogia della Vendetta è un bel noir, girato da dio (mancherebbe!) e interpretato da un trio di attori in gran spolvero (insieme nella foto qui a destra): Mia Wasikowska (già Alice burtoniana) è India Stoker, la giovane protagonista, fresca orfana di padre amatissimo, ora in balìa della madre assai meno amata – Nicole Kidman, in un ruolo di genitrice inquieta/nte già reso alla grande in The Others – e circuita dal mellifluo zio Charlie, il controllato e insopportabilmente affabile Matthew Goode.

Ma è anche vero che Stoker non sarà ricordato come il nuovo capolavoro del regista di Old Boy e Lady Vendetta (a tutt’oggi i vertici del regista secondo il sottoscritto e non solo), come già non lo fu il precedente vampiresco-cattolico Thirst.
Vecchiato lo accosta a L’Ombra del Dubbio di Hitchcock (del 1943, con Joseph Cotten) e, su questo aspetto, io avanzerei qualche puntualizzazione: d’accordo che ci troviamo in una situazione di giallo familiare d’ambientazione alto borghese, merletti e arsenici psicologici in cui il Maestro britannico sguazzava; ma il virtuoso coreano introduce delle varianti sottili ma determinanti nel modello, che classico appare nella confezione ma forse è assai meno nella sostanza.
Infatti, laddove i gialli di Hitch erano meccanismi a orologeria in cui alla fine tutto tornava alla perfezione (azioni, moventi e prove), con Stoker ci troviamo in uno psycho-thriller in cui però rimangono oscure le motivazioni appunto psicologiche che guidano almeno due dei personaggi principali.
(spoiler trama)
In breve, perché il folle Charlie – sin dal manicomio in cui è stato rinchiuso dal primo crimine infantile – ambiva a ricongiungersi con una nipote (India, nella foto sotto a sinistra circondata dalla folle collezione delle scarpe-doni del padre defunto), che sino a quel momento non aveva neppure mai visto? Dato lo sviluppo che avrà il loro rapporto (ok spoilerare, ma questo proprio non posso anticiparlo, c’è un limite a tutto), sembra che fra l’uomo e la ragazza ci sia una sorta di legame genetico, un’ereditarietà della propensione alla violenza (si veda l'intensa scena erotica della doccia, da cui il fotogramma sotto a destra), che però possiamo solo intuire senza più dimandar.

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E, ancora, perché la madre imbelle e – si intuisce – pure alcolista, comunque anaffettiva e distante dalla figlia, è così distaccata da tutto ciò che la circonda? Cos’è accaduto in passato fra lei e il marito defunto… o fra lei e la figlia medesima?
(fine spoiler)

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Capite che, tenendo nelle tenebre aspetti così rilevanti delle psicologie dei personaggi, il giallo si tinge di un aspetto di mistero, una sorta di nemesi storica del sangue (per riferirsi alla tragedia greca, che già nei capolavori del regista era influenza ben presente), che però qui tende quasi al sovrannaturale, come se i personaggi galleggiassero in una dimensione di indefinitezza “lynchiana” dell’individualità.

Ma Park Chan-wook non è un distrattone: è un finissimo architetto calcolatore delle più delicate geometrie (non solo fotografiche, anche qui preziose come sempre) dei suoi film. Se ha lasciato oscuri dei nessi è perché l’ha voluto, non gli sono certo sfuggiti per errore.
Eppure, la ratio di tale nebbia non ci arriva e questo ci impedisce di mettere a fuoco la “morale del suo sguardo”, laddove – come si diceva poc’anzi – i suoi passati capolavori erano proprio inesorabili macchine tragiche, anche e proprio nella concatenazione sofoclea di colpe e responsabilità che guidavano gli avvenimenti sulla china senza ritorno della violenza.

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Da Stoker invece si esce con una vaga sensazione di estetizzante gratuità, che spiace dover associare all’opera di uno dei massimi cineasti emersi dall’estremo Oriente nel 2000.

Ciò detto, sia ben chiaro che Stoker è comunque un film ottimamente girato, pieno di finezze, godibilissimo e da vedere assolutamente, foss’anche per poi discutere delle scelte drammaturgiche del suo autore.

Buone visioni, la tarda primavera 2013 si mostra gravida di noir interessanti: a breve torneremo con Blood e Only God Forgives.


Mario G

Last modified on Friday, 31 May 2013 23:03
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