Il cinece Bi Gan celebra la poesia del sogno attraverso un fantastico e fluviale trip metacinematografico fra epoche e generi differenti, visivamente sontuoso quanto narrativamente impervio.
“Chi non sogna è come una candela che non brucia,
può durare per sempre”
(cit. dal film)
In un tempo imprecisato, l’umanità ha scoperto che rinunciare ai sogni significa vivere per sempre. Ma esistono ancora individui che continuano a sognare: sono i “Deliranti” che, consumando lentamente la propria vita, acquisiscono la capacità di viaggiare attraverso il tempo e le visioni. Quando uno di loro viene trovato in una fumeria d’oppio da una misteriosa ragazza, viene riportato in vita attraverso un gesto straordinario: una pellicola cinematografica viene innestata nel suo corpo. Da quel momento, la creatura attraverserà epoche e identità diverse, vivendo molte vite fino alla fine del mondo, forse fino alla fine del cinema stesso.


Questa la sinossi ufficiale di Resurrection, opus magnum del cinese Bi Gan (soggettista, sceneggiatore, regista e produttore esecutivo del film, di cui qui sopra vedete locandina italiana e alternativa internazionale), che leggete nel relativo minisito promozionale, dove trovate anche la quindicina di sale in cui dal 23 aprile I Wonder Pictures distribuirà coraggiosamente la fluviale pellicola (due ore e 36 minuti!), meritatamente premiata a Cannes 2025 come il capolavoro visivamente lussureggiante che è, ma narrativamente davvero impervia da seguire, a dispetto dell’incipit apparentemente (“semplicemente”) fantascientifico (qui sotto il trailer italiano); una metastoria che potrebbe alla lontana rievocare memoria del (pure non facile) 2046 di Wong Kar-wai.
I colori dei tempi
La creatura di cui sopra (dall’aspetto marcatamente horroristico) è definita dal regista stesso “Mostro del cinema”: “qualcuno che soffre, che desidera qualcosa di meglio, ma che, a modo suo, si sta anche autodistruggendo, una figura presente in diverse letterature. (…) Questo mostro del cinema vaga attraverso un secolo di illusioni e sogni. Con il passare dei cento anni, la vista, l’udito, il gusto, l’olfatto e il tatto gli vengono strappati via uno dopo l’altro, finché, alla fine, perde completamente la coscienza.”

La prima mezz’ora dello stordente trip nella fumeria d’oppio (cinema come droga?) è probabilmente la più abbagliante: totalmente muta, omaggia le origini del cinema, innestando i movimenti dell’attrice (Shu Qi) in spazi surreali, utilizzando tecniche come la stop motion, sovrapposizioni di montaggio alla Méliès (che mi hanno ricordato anche l’Orfeo di Villoresi) e visioni di visioni, con intensi quadri monocromi rossi e blu ipersaturi alla Bava/Argento e citazioni che ritornano indietro fino a L’arroseur arrosé dei Lumière.

La seconda sezione del film è dominata dai toni bluastri e ricorda un cupo noir spionistico con rimandi al cinema espressionista tedesco, pur restando ben lungi da una trama lineare, in cui domina il senso dell’udito, che il personaggio perde a seguito di una terribile autopugnalata (simbolica come il taglio dell’occhio di Buñuel). I personaggi inseguono una misteriosa valigetta che si rivela contenere un theremin e ci regalano un’ammirevole sparatoria fra gli specchi che omaggia La signora di Shangai di Welles (la ripassate qui sotto lo still da Resurrection).

La terza si svolge in un tempio buddhista innevato ed è dominata dal gusto – e da cromatismi bianchi e verdastri – si parla del “sapore del peccato”: “io sono lo spirito dell’amarezza, raggiungerò presto l’illuminazione”, dice il mistico al personaggio che rompe la statua di Buddha e a cui viene detto di colpirsi un dente col frammento di roccia “più amaro”. Ormai noi miseri prosaici occidentali abbiamo “mollato gli ormeggi” e ci lasciamo trascinare dal regista fra i suoi flutti poetici (notevole la riflessione sulle rane che gracidano per attrarre partner per riprodursi, ma col rischio di richiamare anche i predatori pipistrelli che possono divorarle), senza più alcuna speranza di tenere un filo di racconto logico.

La successiva è sui toni dorati e si svolge a bordo di una piscina, dove un adulto inganna un bambino sulla propria capacità di leggere le carte da gioco e un vecchio desidera sapere cosa c’era scritto nella lettera lasciata da sua figlia, che non ha visto per molti anni e poi è morta. Il senso dominante qui è quello dell’olfatto, se anche il “fiuto” del vostro recensore non è andato perduto per colpa di qualche calo d’attenzione che le barocche circonvoluzioni delle numerose vicende che s’intrecciano (richiedendo sicuramente più di una visione) gli hanno causato.

Il ritmo sale nell’ultima sezione à bout de souffle, in cui si torna ad atmosfere da crime orientale, con una coppia di teppistelli ripresi in vertiginosi piani sequenza in una fuga di tugurî di una metropoli asiatica portuale, i cui toni dall’ocra arancio (che mi hanno ricordato L’elemento del Crimine di von Trier) si accendono nel rosso “profondo” (la cit. non è casuale), portandoci in un karaoke bar in cui si consuma una nuova scena simbolicamente sanguinosa, nell’attesa che una chiatta (qui il riferimento è L’Atalante di Vigo) approdi alle 7 di un ceruleo mattino, quando la giovane cantante si rivela una (sempre simbolica) vampira e il film ritorna ad omaggiare l’horror, anche se tutto mentale.

Le porte della percezione
“- Quale porta non può essere aperta?
– La porta della mente.”
(cit. dal film)
Con il ritorno del dissanguato personaggio sul tavolino in cui l’attrice della fumeria iniziale lo trucca con le protesi di lattice da “Mostro del cinema” che abbiamo visto due ore addietro, svelando la finzione filmica, l’opera ci riporta all’ambientazione fantascientifica di partenza, con la parete rossa di lampadine che avete visto nel trailer che apre una porta, la quale a sua volta dà su un infinito blu cosmico, che poi si rivela una superficie d’acqua, come nella finestra de Le sang d’un poète di Cocteau (scena citata anche nel mio prossimo romanzo La quinta del lupo, rivedetela qui di seguito).
Per poi chiudersi su una malinconica sequenza di fantasmi di luce che prendono posto in un’elegante sala cinematografica liberty di cera, che poi si scioglie cancellando tutto, ogni visione: “Quel mondo del cinema è crollato, e alla fine tutti arrivano a prenderne atto in sala”, spiega sempre il regista nell’intervista riportata nel press kit. “Non è un’espressione profonda, ma è certamente molto carica di emozione. Ed è allora che l’arte diventa la cosa più utile: non si limita a registrare quel momento, lo canta — questa cosa così triste, qualcosa di rassegnato, che non è nemmeno disperazione, né speranza. Se dovessi descriverlo sul piano emotivo, parlerei di una malinconia profonda, di un rimpianto intenso”.

Colonna sonora dei francesi “spaziali” M83, ma non cercateci dello shoegaze propriamente detto, neanche la colonna sonora del film segue un genere lineare!

Se cercate “una storia semplice” Resurrection non farà per voi. Ma se accettate di tuffarvi in una finestra liquida sull’intera storia del cinema inteso come poesia pura, cercate subito la più vicina a voi delle sale che offriranno quest’astratta gemma al pubblico italiano, temiamo per non molti giorni.
Mario G


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