L’incubo surreale di un’interminabile strada senza meta del debuttante Alexander Ullom, in sala dal 28, ricorda le atmosfere di Backrooms e di The Cube, sfruttando al meglio una produzione poverissima.
Quattro amici poco più che ventenni – James (Phinehas Yoon), Day (Akira Jackson), Fisher (Noah Toth) e Tyler(Mitchell Cole) – appena usciti dal college, vogliono trascorrere insieme una delle ultime serate prima che le loro vite prendano direzioni diverse: uno sembra avere già un’esperienza militare alle spalle e s’è appena mollato con la fidanzata, ma si dichiara “pronto a sistemarsi”; l’altro – di origine asiatica – ingaggia caparbiamente un’assurda discussione su quale sarebbe la peggiore minaccia da cui trovarsi attaccati, se uno stormo di corvi, un orso o un cacciatore armato e paradossi così (qui sotto a sinistra il poster ufficiale italiano e a destra un’interessante versione variant grafica, NdR).


Alla ricerca di qualcosa da mangiare, imboccano per errore una strada isolata che attraversa un bosco, senza sapere che la minaccia da cui non sapranno come difendersi sarà assai più imprevedibile. Accorgendosi che la svolta verso l’autostrada che si attendevano ben prima non si vede proprio, pensano d’aver sbagliato strada e invertono la marcia: si trovano davanti un muro d’alberi che assurdamente blocca loro il ritorno. Ne concludono che bisognava per forza andare avanti, ma “avanti” è un concetto che si rivelerà assai sfuggente: la strada prosegue senza svolte, senza fine, senza meta (come vedete nel trailer italiano del film qui sotto).
Imprigionato nell’incubo stradale, il gruppo perde il lume del raziocinio: com’è possibile una strada senza sbocco? Il cammino continua indefinitamente, senza che il serbatoio si svuoti, che i passeggeri sentano fame o sete dopo ore, giorni di viaggio. Hanno forse avuto un incidente e questo è il limbo visto da morti? Le soste non possono superare il minuto e mezzo, dopo di che orde di selvaggi o pazzi o altri guidatori finiti fuori pista sbucano dal bosco e attaccano l’auto cercando di introdurvisi con la forza. Bisogna fuggire subito, guidare sempre, darsi i turni, cercare di mantenere una cognizione del tempo trascorso in quell’auto, non sprecare l’unica barretta alle arachidi disponibile come cibo da viaggio.

Un’auto abbandonata sul ciglio della strada risulta vuota. Dov’è finito il suo guidatore? Fra i pazzi nel bosco? Il contachilometri però rivela un dato agghiacciante: fermo a 999.999, significa che il suo proprietario ha superato il… milione di chilometri (e l’auto è orientata nel senso di marcia opposto a quello dei ragazzi)!

C’è una meta? Ci sarà un ritorno? Qualcuno si sfoga urlando la propria frustrazione (v. foto sotto), qualcuno dispera e scende dall’auto, incurante di qualunque pericolo possa rappresentare la boscaglia circostante, piuttosto che cedere alla follia di una guida infinita. James resiste: pragmatico e razionale da buon cinese rifiuta l’inconcepibile continuando ad accumulare “informazioni” sull’assurda situazione in cui si trova, in vista di una comprensione che prima o poi dovrà per forza arrivare…

Arriverà? A dispetto del titolo del film – It Ends vorrà pur dire qualcosa… – non vi sveleremo la svolta finale, comunque surreale, che lascia aperto il corso della storia, come diversamente non si potrebbe data la situazione di partenza.
Il debuttante regista Alexander Ullom pesca da un immaginario – più surreal/weird che autenticamente horror, come leggerete in giro (in pratica non scorre una goccia di sangue, potete andare anche colla morosa!) – che ha le radici ne La Lunga Marcia di Stephen King (di cui ancora ci manca di visionare la versione filmica di Francis Lawrence) e dell’inevitabile The Cube di Vincenzo Natali, principe delle odissee in ambienti incomprensibili e inestricabili, di cui recentemente è stato (meritatatmente) molto apprezzato l’epigono Backrooms, apertamente citato come fonte dallo stesso giovane regista Ullom. Il quale, con un budget di produzione da 30.000 dollari, certo ha fatto i miracoli trasformando un banalissimo boschetto americano in un universo folle e soffocante, praticamente senza effetti speciali.

Forse il suo coraggioso debutto ultra-indie, giustamente stringato anche nella durata (soli 89 minuti, come ormai raramente accade al cinema) risente un po’ di tanta povertà e risulta leggermente più statico dei nobili modelli di riferimento, ma va anche detto che la strada come metafora della vita, il suo essere senza fine come ricerca disperata di un senso per il nostro cammino su questa terra e l’ingresso nell’età adulta come comprensione del fatto che probabilmente quel senso risiede nelle relazioni con chi ci sta intorno piuttosto che nella meta cui tendiamo, dona a un film di genere semplice e “povero” un manto di significato tutt’altro che secondario.
Il viaggio di It Ends nelle sale italiane inizia il 28 ottobre con I Wonder Pictures.
Prendete posto e… cercate le vostre risposte: chi alla fine morderà la barretta?
Mario G

