Lavoro finale del laboratorio permanente del IV anno di MTM Grock Scuola di teatro a cura di Susanna Baccari e Antonio Syxty, aggiorna Splendid’s di Genet all’era della visibilità social con una convincente prova dell’intero cast.
“Bisogna mentire per essere veritieri, se è vero che sono
un prigioniero intento a recitare scene dalla propria vita interiore, non esigerete nient’altro che una recita.” (da Splendid’s)
“Quest’hotel è un corpo vivo. È vivo, trasuda tutto il male
che c’è stato qui dentro.” (da Buio in scena)
Le due citazioni in apertura non sono tratte dallo spettacolo Hotel Genet (in scena al Teatro Leonardo, 10-18 ottobre). La prima proviene da Splendid’s, l’opera di Jean Genet da cui la drammaturgia (di Debora Virello) diretta da Susanna Baccari e Antonio Syxty è liberamente tratta.

La seconda proviene dal mio romanzo Buio in scena, in cui lo stesso testo viene messo in scena da una compagnia di veri carcerati, impegnati come attori dal regista Cortez a recitare i delinquenti genettiani, che poi l’intensità della performance li porterà a ritornare tragicamente (qui sotto copertina del romanzo e della relativa riduzione drammaturgica, entrambe di Roberta Guardascione).



Nei brani inseriti nel romanzo anch’io mi discostavo dal testo di Genet, immaginando che la drammaturgia dei miei detenuti letterari raccogliesse spunti dai loro drammi personali, per cui mi ero nutrito anche di visioni di Burroughs e di testi scritti dal fotografo da battaglia Antoine D’Agata (Positions, qui sopra, mentre sotto vedete la cover del libro italiano che possiedo io, NdA).

Capite quindi perché Splendid’s è un testo particolarmente importante per me: scritto da Genet nel 1948 e pubblicato postumo solo nel 1993 (ci spiegano le note che scorrono su uno dei due schermi video ai lati della scena) tradotto da Franco Quadri e messo in scena al Piccolo nel 1994 (ci spiega Syxty) – ideale spunto per Le Iene di Tarantino (che però è del ’92 – vede un gruppo di delinquenti (più uno sbirro rinnegato) che hanno svaligiato un hotel, disperatamente barricati nello stabile ormai circondato dalla polizia, che esita ad attaccarli perché hanno un ostaggio: è l’elegante, borghese “Americana”, figlia del proprietario, che gli assedianti non sanno essere purtroppo già morta, uccisa per sbaglio non si sa bene da chi della banda.


Una situazione disperata, destinata a crollare ben presto in tragedia, non appena si paleserà che lo scrupolo non può neanche salvare quella vita innocente, che offre a Genet un plot noir para gangsteristico, ideale per mettere in scena i suoi criminali-eroi belli, perdenti e statuari nella loro trasgressiva, fascinosa immoralità; e ambiguità, nel testo rappresentata dalla decisione del capobanda Jean/Johnny di travestirsi da donna per passeggiare sul balcone dell’hotel illudendo gli assedianti che l’ostaggio è ancora in vita.

Lo spettacolo al Teatro Leonardo adatta quel testo a un gruppo di 7 (ottimi) attori usciti dal laboratorio permanente del IV anno di MTM Grock Scuola di teatro – Marco Arzani, Manuel Bellotti, Stefano Lo Cascio, Bruno Troise, Daniele Niccolò Villa, Gemma Baroni e Federica Sintini – aggiungendo quindi due figure femminili mentre l’originale due atti prevedeva un cast tutto al maschile, e aggiornando la drammaturgia al presente: Gemma Baroni interpreta Pierrot, il criminale più giovane, sempre intenta a promuovere dal suo cellulare la popolarità social delle gesta della banda (v. qui sotto, NdR), ormai fenomeno mediatico di cronaca, dando così senso tutto contemporaneo al sottotitolo dell’opera “Tutti vogliono essere guardati mentre cadono”. Perché, come recita una battuta, “La vergogna serve per essere guardati meglio” e “noi non cambiamo vita, cambiamo solo inquadratura”.

Ancora più particolare il personaggio misterioso di Federica Sintini (qui sotto, NdR), che in scena si chiama Jannette e assomma in sé il ruolo di “fantasma” dell’Americana ormai già defunta che ci racconta squarci della sua pure tragica vita, di allegoria della Morte che incombe su tutti i criminali e infine di alter ego al femminile dell’autore stesso, che commenta l’azione un po’ come un corifeo della tragedia greca.

Nonostante queste “infedeltà” (“Non gridate all’inverosimiglianza!”, avverte del resto Genet. ”Ciò che seguirà è falso e non siete tenuti a prenderlo per oro colato.”), il lavoro funziona alla grande: l’affettazione, questa finzione disperata di delinquenti finiti che si atteggiano agli eroi drammatici da fumetto che non sono, anelando solo alla “fine magnifica” (v. titolo dell’articolo), possibilmente sotto i riflettori, è perfettamente resa dalla recitazione gridata dei giovani attori, tutti d’età coerente coi personaggi di Genet, come il loro incessante moto frenetico ad armi in pugno su e giù per la scena del salone d’hotel (ben realizzata da Francesca Biffi, responsabile anche dei costumi in nero e bianco da Iene tarantiniane) e nel primo settore di poltroncine della platea del Leonardo.

E che si amplia grazie alle riprese da videocamere di sicurezza a circuito chiuso che vengono proiettate sullo schermo a destra del palco, che ci mostra i banditi in movimento nei locali dell’hotel quando escono di scena.

Ottima anche la colonna sonora, irta di canzoni d’epoca francesi, tra cui l’immancabile La Vie En Rose, in una versione moderna più ritmata che non ho saputo purtroppo riconoscere (ma non quella di Grace Jones) e la tragicissima Je Suis Malade di Lara Fabian (qui sotto):
…Che ovviamente s’impenna sulla Jean Genie di David Bowie (da ‘Aladdin Sane’ del ’73), canzone il cui titolo era appunto un voluto calembour col nome anglicizzato di Genet, apoteosi glam rock dei “magnifici perdenti” i cui “crimini devono fiorire”, adorati dall’autore francese secondo cui “il teatro serve a rendere desiderabile ciò che la vita rifiuta”.
Sicuramente il “ragazzo folle” inglese Bowie (“A-lad-in-sane”) avrà sentito intensamente frasi dell’autore francese come “Nessuno è protagonista della propria tragedia, al massimo ne è il costume” o “il travestimento non nasconde, consacra”. Ma il testo – da noi ancora poco noto – gronda massime marmoree ad ogni rigo: come “Gli hotel appartengono ai fuggitivi” (e me la sono lasciata scappare quando scrivevo il mio romanzo!).

Operazione pienamente riuscita e fedele allo spirito del suo autore, non resta che augurarsi che da lavoro di fine corso torni in scena (o vada in tournée) come spettacolo del tutto degno del palcoscenico che… sognano i suoi “eroi traditori”. Al momento, possiamo solo anticiparvi che Federica Sintini sarà nel cast de La vita interiore di Syxty (da Moravia) attualmente in prova e in programma al Teatro Litta per il prossimo novembre.
Mario G
P.s.: foto di scena by Alessandro Saletta, courtesy MTM, tranne quella sopra il titolo, scatto di una scena di gruppo by Mario G (con smartphone) la sera di venerdì 16

