Torna al Teatro della Cooperativa fino al 18 il bruciante testo di Renato Sarti sulle mai sopite nostalgie del fascismo nella storia italiana, da Piazza Fontana ai recenti inviti a votare “con una X, come Xª MAS”.
“Uno deve rimanere sempre torturato dentro.”
(dal testo)
Personalmente non sono mai stato un grande fan del teatro di narrazione e del teatro d’impegno civile. Ma il testo scritto e diretto da Renato Sarti nel 2000, prodotto dal Teatro dell’Elfo, riproposto in lunghe tournée per l’Italia finché nel 2004 è approdato sul palco del Piccolo Teatro di Milano (quello sorto dove prima i fascisti torturavano gli arrestati, NdA), andava visto per forza. Perché oggi che c’è qualcuno capace di fare lo spiritoso invitando i propri elettori a “fare una bella X sulla scheda elettorale, proprio come il simbolo della Xª MAS”, quel testo – inizialmente interpretato da Bebo Storti (che campeggia nella foto di copertina del libro Oscar Mondadori (qui sotto accanto al nuovo protagonista) e nel trailer sotto del 2022 – oltre al suo costante valore di monito ora acquisisce una valenza sinistramente profetica.


Quindi Sarti c’aveva visto giusto, mi dico io levandomi le fette di salame dagli occhi, quindi lui percepiva già da un quarto di secolo i segni della risorgente nostalgia di fascismo ormai dilaganti nella scena politica attuale, erano già nell’aria? Ma certo, mi risponde il monologo sin dal titolo, Mai Morti appunto, ripreso dal marziale nome di uno dei più sanguinari reparti che componevano il sinistro corpo militare guidato dal futuro aspirante golpista nero Junio Valerio Borghese. Reparto che ormai con le operazioni di marina non aveva più nulla a che fare, ma durante la Repubblica di Salò operò come “SS italiane” – a diretto riporto di quelle tedesche – in operazioni antipartigiane in cui ebbe modo di rivaleggiare in crudeltà con quelli che la storia ha incoronato come maestri assoluti.

Il protagonista del testo teatrale, senza nome, oggi è interpretato con proterva e ironica iattanza dal truce, efficacissimo Gabriele Falsetta (44enne, mentre Storti ora è sui 70, lo vedete nelle foto di scena sopra e di seguito, NdR): un nostalgico che si sveglia nella sua stanzetta irta di “cimeli”, che tutto conosce e parla come se fosse orgoglioso reduce di tutte le nefandezze del fascismo, dall’Etiopia ad oggi. Parte dall’orgoglio per la strage di Piazza Fontana (“ai funerali bastava un piccolo ordigno e avremmo fatto il capolavoro della tensione”, cito a memoria), si compiace degli eccellenti depistaggi messi in atto sulla morte dell’anarchico Pinelli volato dalla finestra della Questura di Milano dopo l’interrogatorio del commissario Calabresi, in cui tutti i sottoposti di quest’ultimo convennero sullo “scatto felino” dell’interrogato verso la finestra, salvo dopo 3 anni ammettere che invece l’interrogato aveva “avuto un malore” e forse era caracollato nel vuoto a causa di quello. Depistaggi favoriti da un magistrato “fedele” e dall’indomito Bruno Vespa, all’epoca lettore del prudentissimo TG Uno democristiano.

Poi risale all’indietro, ai “giorni gloriosi” in cui il generale Graziani benediva con tonnellate di iprite fascista (già proibita dalla Convenzione di Ginevra) i massacri degli “infedeli” etiopi ad Addis Abeba e dintorni (da uno a due milioni di morti), in quella coraggiosa operazione coloniale fascista che diede vita a “campi di concentramento che nulla avevano da invidiare a quelli futuri dei nazisti” e di cui narrò anche un giornalista sempre fiero della propria indipendenza ideologica come l’allora giovane militare Indro Montanelli, che all’epoca acquistò una dodicenne eritrea per sposarla in forma di “madamato” e in seguito negò sempre l’impiego di armi chimiche sui villaggi etiopi, invece ampiamente confermate dai rapporti inviati dal fronte a Mussolini.

Ed eccoci giunti alla parte più dura da sostenere, della drammaturgia e delle memorie storiche: la repressione della Resistenza ai tempi della RSI da parte dei “valorosi camerati” della Legione Ettore Muti, come il bieco torturatore Umberto Bertozzi, giudicato fin troppo efferato… dalle suore venete che ospitavano qualche partigiano in convento? No, dalle stesse SS tedesche, da Borghese e persino da Mussolini!
Noi miseri pennaioli horroristi siamo spesso accusati di compiacerci in scene graficamente sanguinarie “pour épater le bourgeois”, ma siamo dei ridicoli dilettanti: ad ascoltare l’agghiacciante elenco di percosse, torture, bruciature e mutilazioni, stupri di gruppo alle donne (e non solo), dilaniamento tramite cani, praticati dagli indomiti militari della Compagnia “O” del Bertozzi e scanditi da Sarti/Falsetta col mantra “urla strazianti per…”, vi giuro che anche ai cultori dello splatter vengono i brividi.
Perché quella è storia. Non è fantasia (per quanto malata), è cosa vera: concepita e attuata da uomini “normali” su presunti “concittadini traditori”, su donne, preti, bambini/e, anche sui figli dei partigiani per far confessare i genitori. Insomma, vien da temere che, per il finale del suo Salò, Pasolini non abbia dovuto inventare niente.

Si potrà argomentare che sono le stesse nequizie praticate dai tedeschi nei lager, dagli inglesi nel loro rimpianto fulgore coloniale, dagli americani sui nativi indiani, dai francesi in Algeria e dalle milizie di qualunque dittatura, da Stalin a Pol Pot a Pinochet fino a Putin e Netanyahu; ampliando il dibattito filosoficamente all’intera natura umana, unica specie che avanza fieramente nella propria storia su questo pianeta sgranocchiando le ossa dei propri simili. Ma quel che qui conta è che quelle furono praticate da italiani su italiani, nell’ambito di quella che ancora troppo spesso viene sminuita nelle proprie responsabilità come una “dittatura da operetta”, animata da “dilettanti buontemponi” a paragone dei marziali nazisti tedeschi, i veri cattivoni.

Un alleggerimento che fa solo il gioco dei revisionisti, per favorire il ritorno di quella schiatta di criminali e repressori che – come dice il titolo del testo – non se n’è mai veramente andata via dal Paese e aspetta pazientemente solo il momento di ritornare sul proscenio da vincitrice. Il testo – ci ha confermato lo stesso Sarti – viene costantemente aggiornato e ora festeggia naturalmente l’arrivo di un governo “amico” che presto trasformerà le semplici ronde notturne per rastrellare “puttane, froci, trans, negri, drogati e zingari” nel nuovo esercito regolare fascista che il lurido protagonista di Mai Morti attende per tornare a rendere “l’antifascismo reato”.
“Non crediate di liberarvi di noi, noi siamo il sangue di questa nazione!” è l’inquietante finale (sempre citato a memoria, perdonate eventuali inesattezze) di quest’atto unico, che io vorrei tanto veder affollato di scolaresche (se non temessi che possa essere un po’ troppo duro per ragazzi minorenni), o acquistato per una diffusione televisiva.
Perché ci aiuta a ricordare che è accaduto, davvero. Quindi, come diceva Levi, può accadere di nuovo. E ci siamo così vicini…
Mario G
P.S.: foto di scena di Laila Pozzo, per gentile concessione del Teatro della Cooperativa.

