Disco psychedelia – Part 1

Disco music composite

Riflessioni di un rocker maturo sulle sottovalutate ricchezze della musica in 4/4 nel flusso sonoro tra la metà dei ’70 e l’inizio dei ’90.

Recentemente sono caduto nel guilty pleasure di acquistare la colonna sonora di uno dei film storici sulla golden age della disco music: Thank God It’s Friday, il “cugino povero” lanciato l’anno seguente (1978) sull’onda dell’hype della più famosa Saturday Night Fever (1977), più black della disco music versione Bee Gees, in cui fa la parte del leone l’inossidabile duo Donna Summer col produttore-asso Giorgio Moroder e che si conclude con una cover-fiume di Je T’Aime (Moi Non Plus) di Serge Gainsbourg che sfiora i 16’, miagolata dalla Summer su un lussureggiante arrangiamento orchestrale ordito dal sagace trentino e comprendente una sontuosa sezione fiati, archi (forse sintetizzati), percussioni, sax solo jazzistico, chitarra funky e languidi coretti femminili, che mi ha spinto a qualche riflessione della maturità sulla molto esecrata musica ritmata in quattro quarti che all’epoca noi rockettari snobbavamo come il babàu e che – ok, leggera, ballabile, commerciale (orrore) e priva di “messaggi di rivolta” obbligatori nella musica cosiddetta “progressiva – a ben guardare tanto idiota non era.

Mi sono reso conto infatti che diversi “martelli” della disco di quell’epoca erano, oltre che cover di canzoni già note, brani piuttosto lunghi e riccamente strutturati. Ripassiamoli un attimo:

1) 1976: Giorgio Moroder ricucina in chiave disco elettronica Nights in white satin dei progressive pop Moody Blues, grandissima canzone che nell’antro dello sciamano di Ortisei diventa Knights in white satin: un trip di synth, organo, archi sintetizzati (e sax non accreditato) di ben 14’38” (nella full version qui sotto), completamente autonomo dall’originale, di cui conserva solo l’immortale tema melodico.

2) Don’t Let Me Be Misunderstood, scritta da Bennie Benjamin, Gloria Caldwell e Sol Marcus per Nina Simone, che la canta nel 1964, poi passa in mano agli Animals, indi viene rilanciata a cosmico tormentone nel 1977 (non potevi accendere la radio senza sentirla quell’anno) dalle Santa Esmeralda (presenti anche su Thank God It’s Friday)con Leroy Gomez (già sax di Elton John), in una versione disco di quasi 8 minuti (ma nell’extended remix passa i 16’), con chitarra flamenco accanto all’elettrica del riff, nacchere, hand claps, assolo di tromba e sensuali spagnolerie che sedurranno persino lord Quentin trent’anni dopo a farne colonna sonora per il duello di Uma e Lucy alla katana nel nippo giardino innevato di Kill Bil Vol. 1l, (2003, qui sotto di seguito).

3) Il successo spinse le fortunate gitane (in realtà franco-statunitensi) a riprovare la stessa miscela l’anno seguente rileggendo sempre in chiave disco spagnoleggiante The House Of The Rising Sun, traditional folk blues reso immortale dalla versione (ancora) degli Animals del 1964, stavolta con Jimmy Goings a reggere il confronto col titanico Eric Burdon. Non arriverà al medesimo successo del predecessore, ma io a 14 anni mi ero preso l’album (e ovviamente allora lo sapevo a memoria). Averceli, oggi, 14’57” (questa la durata dell’extended version del brano) di “ballabile” così, eh… !

4) Lo stesso anno (sempre 1978), i francesi Rockets sparano nel cosmo un’altra cover di lusso: On the road again, nata come un caldo blues rock ‘68esco dei Canned Heat, nelle mani degli argentei alieni trasformata in una suite di ben 8’36” a cavallo fra space rock elettronico e ritmi disco, che comunque (ascoltare al link qui sotto per sincerarsi) alla faccia di synth e vocoder, marchio di fabbrica delle siderali sonorità cosmiche di Christian Le Bartz, Gerard L’Her ed equipaggio fantarock, nella versione estesa dell’album omonimo sul finale sfoggiava anche una trascinante sezione di fiati soul.

Non vi staremo a fare qui tutta la storia della disco music e dei lunghi dance remix che hanno fatto sanguinare i piedi del sabato sera dallo Studio 54 fino alle notti new dandy del Blitz di Londra e a cascata del Plastic di Milano, dell’Aleph di Gabicce e poi di Ibiza, ma insomma parliamo di gente che – pur nel commerciale – sapeva cantare e suonare da dio, e architettava arrangiamenti anche complessi per brani che, per quanto ballabili, erano tutt’altro che banali e ripetitivi: siamo proprio sicuri che non avessero assorbito anche nel funk la direttrice verso l’espansione della musica sparata nell’etere dalla psichedelia e poi dal progressive?

Certo che uno con le orecchie ben aperte come Bowie fiutò il nuovo trend in arrivo da Philadelphia (patria della disco music-Philly Sound), abbigliandoci subito senza tante remore il proprio luccicante Young Americans già nel ’75, l’anno in cui Donna Summer faceva scandalo coi suoi sexy mugolii in Love To Love You Baby, che il fido Moroder nella versione 12 pollici estendeva fino a ben 16’49” di “dancing delight” con orchestra d’archi e pianofortino che oggi definiremmo lounge.

Ma l’autentica disco revolution sarebbe esplosa nel fatidico ’77 del punk, con l Feel Love, in cui il sensual gorgheggio della Summer si stende su un tappeto totalmente elettronico tessuto sempre dall’archistar Moroder (15’51” nel Patrick Cowley mix): narra la leggenda che il 45 giri fu allungato da Brian Eno (non uno che non s’intendesse di sintetizzatori, per capirci!) al suddetto Bowie, col quale stava ordendo la monumentale trilogia di album “berlinesi”, dicendogli all’incirca “se vuoi capire la musica del futuro è tutta qui”.

Il Biondo (ignaro futuro criptoprotagonista di Soniche Oblique Strategie) aveva orecchie allerta, s’è detto: non se lo fece ripetere e nell’82 cantò Cat People (per la colonna sonora dell’omonimo film di Schader) col Moroder, poi nell’83 si fece produrre Let’s Dance da Nile-Lefreakc’estchic-Rodgers, facendo arrabbiare i fan (come me) ma mettendo a segno il top seller della sua carriera.

Così, tra l’altro, sdoganando definitivamente il mago della disco music, che da quel momento – da anticristo del rock – divenne IL produttore-guru ricercatissimo da tutti i bei nomi della musica che guardava oltre, da Debbie Harry dei Blondie (in verità la prima a cercarlo), ai Material, Laurie Anderson, Bryan Ferry, Jeff Beck, INXS, Duran Duran, Daft Punk  e… date solo un’occhiata a QUESTO LINK!

Il ’77 era anche l’anno del debutto del glaciale-folgorante duo synth-voce dei Suicide, i “Velvet Underground elettronici”: e di lì, grazie ai nuovi sintetizzatori e drum machine, sarebbe partito lo tsunami dell’electro pop (disco music era passato di moda) che ha imperversato negli anni ’80: Cabaret Voltaire, Depeche Mode, New Order e tutte quelle band a duo come Soft Cell, Eurythmics, Tears for Fears, Pet Shop Boys, che molto economicamente potevano contrarre l’organico a un solo tastierista che “faceva tutto”, lasciando al cantante il solo ruolo di front man oltre alla parte vocale.

Per sentir paragonare la nuova dance music alla storica psichedelia ci sarebbe voluta però una nuova rivoluzione: quella della techno da rave, dell’Haçienda di Manchester e della collegata scena detta Madchester, culminata con lo Screamadelica dei Primal Scream (1991).

Per i successivi sviluppi vi rimandiamo alla seconda parte di questo servizio.

Mario G

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