Il decimo album del gruppo guidato dai fratelli Lippe è un nuovo viaggio sonoro in un art/prog dalle levigature leggermente Eighties, in cui la band alterna testi in inglese e in italiano.
Ogni album dei Twenty Four Hours – questo At the Edge of Faith è il loro decimo, il terzo nella Gaz-collection – al di là della collocazione “ufficiale” della band nell’alveo del neo prog, con venature psichedeliche e art rock (tutto vero), rappresenta sempre un viaggio sonoro a sé stante, il che in un mondo di cloni ed AI è vanto non da poco.

Io li avevo scoperti col loro “doppio bianco” Close Lamb White Walls (in realtà loro sesto parto) di cui avevo tessuto le lodi nel 2018, titanico sforzo di celebrare quattro monumentali album della storia del rock: il White Album dei Beatles, l’Agnello Giacente a Broadway dei Genesis, il Muro pinkfloydiano e Closer dei Joy Division (da cui peraltro deriva anche il nome del gruppo, con ospitate deluxe di due ex TuxedoMoon).

Poi – dopo Ladybirds e Rubbish (i primi con canzoni in italiano, che purtroppo mi mancano, ma mi propongo di colmare la lacuna) – è venuto il Free Rock Project del 2022 registrato in casa durante la pandemia, con le sue divagazioni strumentali, in realtà più freejazzistiche che rock.

E ora questo raffinato At the Edge of Faith (da cui i titolo dell’articolo), decimo di una band ormai quarantennale, ma per il sottoscritto il primo in cui si intrecciano brani cantati in inglese e in italiano: scelta che però secondo me risulta meno felice perché non riesce in quella felice “sintesi alla Agnelli” fra ritmica rock e lingua di Dante, che nei testi di Paolo Lippe lascia invece sempre l’impressione di un monologo narrativo recitato, che si inserisce un po’ a forza in una scansione di tempo musicale cui fatica ad adattarsi (anche senza sentirsi obbligati per forza all’uso della rima fra i versi, beninteso).

Per quanto riguarda invece le sonorità, il nuovo album mi sembra più compatto sulla forma canzone e meno propenso alla divagazione strumentale tipicamente prog rispetto al citato Close Lamb White Walls, con parti solistiche più concise, in cui svetta il prezioso sax di Ruggero Condò (già protagonista del Free Rock Project), con un profumo – riconosciuto dallo stesso Lippe – a un sound levigato leggermente anni ’80, come se ai Genesis fossero idealmente subentrati i Marillion come punto di riferimento (passate il paragone magari un po’ forzatino), peraltro con parti vocali meno melodiche però rispetto al passato e più sussurrate, talora fin “digrignate” fra i denti (sarà la declinante “fiducia… in un’umanità latitante e disumanizzata” cui afferisce il titolo del disco?).

Ma bisogna sempre tener presente che la rete dei riferimenti musicali dei 24Hours è intricatissima come la jungla nera di Sandokan: come dimostra del resto la copertina, uno scatto di Antonio Tartaglione ispirato alla storica cover dell’album Unhalfbricking dei Fairport Convention (si potrebbe dire l’influenza più remota dal “24Hours music blend”), che ritraeva in primo piano i genitori di Sandy Denny che avevano ospitato il gruppo (di sfondo nel giardino, v. foto qui sotto) durante le registrazioni; qui sul proscenio i coniugi proprietari del trullo pugliese in cui è stato inciso il nuovo disco, “catturando la straordinaria acustica delle tipiche costruzioni della Valle d’Itria”, ci spiega Paolo Lippe da fine cultore di hi-fi qual è (tra l’altro convinto sostenitore della superiore qualità della musica attuale, per tecnica dei musicisti e tecnologie di ripresa, rispetto ai capolavori storici sempre lodati con malinconia vintage).

Il CD comunque passa i 76′ grazie a un’estensione (che si ritroverà poi nelle versioni digitali dell’album che verranno diffuse sulle piattaforme di streaming all’esaurimento delle copie fisiche in vinile e compact) di tre brani supplementari: Applauso al Buio, cui segue un mix differente del primo singolo Lament dedicato alle tragedie attuali (con citazione anche per i bambini vittime di Gaza, qui sotto il clip di lancio autoprodotto).
Ma osate affrontare anche l’imprevedibile confronto dei Twenty Four Hours con le sonorità techno un po’ alla Outside di Bowie/Eno di La Consapevolezza della Fine: sette minuti con gustoso sax in sottofondo e testo italiano recitato surreale, che è ispirata al Quaderno Azzurro di Daniil Charms (1937), probabilmente la chicca più innovativa delle imprevedibili “Ventiquattr’Ore” della musica italica da scoprire.
Mario G
(P.S.: tutte le foto del gruppo in studio sono courtesy Antonio Tartaglione/Twenty Four Hours)


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