Rob Zombie, quel Gran Satanasso

Rob Zombie, cover art of 2026 album The Great Satan

Con The Great Satan, suo ottavo album da solista, l’horrorista cinefilo del Massachussets non sposta le coordinate del suo impatto sonoro: punk, metal ed elettronica industrial dritti “in yer face” e conditi dall’usuale iconografia pulp da grindhouse.

Rob Zombie, il musicista che meriterebbe l’Oscar dei titoli ultrapulp delle canzoni, ognuna un potenziale (e certo che a lui piacerebbe!) immaginario film fanta-horror di Ed Wood a base di alieni invasori di latta, mostri stupratori irsuti (come lui) e fanciulle vampire discinte (l’onnipresente musa Sheri Moon, v. gallery qui sotto), è del resto l’unico ad essere davvero riuscito a rendere realtà le sue fantasie bis-cinefile in una filmografia ad oggi di otto titoli.

Come i suoi album solisti fuori dai primitivi White Zombie (cui ne vanno aggiunti ben tre di remix curati da vari bei nomi della scena elettronica, v. l’altra gallery di seguito, anche se il primo sono remix di canzoni del gruppo): di cui l’ultima, quest’ottava sanguinosa portata di cui ci occupiamo, è il nuovo The Great Satan, uscito il 27 febbraio per Nuclear Blast.

Anche qui 15 titoli programmatici (Punks and Demons, di cui sotto vedete il clip,(I’m a) Rock ‘N’ Roller) e senza freni inibitorî, come Tarantula, o “La bara del ratto nero”, “Il signor uomo lupo acido”, “Animali zozzi”, per chiudere con un “Grave (o forse tombale) Malcontento”. Suonano più buffi tradotti in italiano, no? Sembra di essere già a un drive-in gestito da Joe Lansdale!

Roba da far giubilare un Tarantino, che infatti chiamò anche lo Zombie a girare un fake trailer del suo doppio film Grindhouse con Rodriguez, quel Werewolf Women of the SS che prometteva eccessi nazierotici poi purtroppo mai sviluppati in lungometraggio compiuto (qui sotto il trailer del film che non fu, con l’ormai compianto Udo Kier).

Programmatico anche il melting pot sonoro del nuovo album: la consueta robusta miscela di maleducazione punk su granitici riff heavy metal, innestati su groove costruiti su rovine di architetture hip hop ed elettronica industrial, un maelström su cui qua e là vengono a galla detriti di sitar, organo Hammond e altri ossicini garage-psichedelici, distorsioni vocali new wave al vocoder, archi (campionati), il tutto sbriciolato nel lavico calderone. In (I’m a) Rock ‘N’ Roller emerge persino una citazione testuale della bowieana Moonage Daydream (“I’m an alligator / I’m a space invader”), qui sotto il video clip.

Perché poi – riflessione che mi son trovato a fare tempo fa ascoltando le varie evoluzioni dei nostrani Death SS, tra l’altro probabili ispiratori dell’horrorismo zombieano – in ciò che arriva dopo c’è sempre distillato quel che c’è stato prima: quindi anche nel moderno metal – checché sia sempre stato sbrigativamente considerato musica “tamarra” – filtrano ascolti di psichedelia, prog, wave, dark, industrial, rap e perché no anche techno.

Spezie che sarebbero anche più gustose se ogni tanto l’inferno sonoro e le urla selvagge rallentassero quel tanto da lasciarci apprezzare una “canzone” con una melodia degna di tal nome, che il Nostro certamente ama, dato che poi le infila a tradimento nelle colonne sonore dei suoi film, in cui sfoggia Velvet Underground e Iggy, Rush, J. Geils Band, Manfred Mann, Sonny and Cher, Allman Brothers Band, Otis Rush, Lynyrd Skynyrd, solo per far qualche esempio nobile…

Canzoni che ama e di cui quindi sarebbe sicuramente capace, come dimostra la conclusiva Grave Discontent strumentale. Anche disseminare fra gli arrangiamenti un po’ di quell’elettronica che ha già dato vita a ben tre titoli di remix del suo catalogo sarebbe un interessante crossover all’interno dell’album stesso… o è dunque già finita la liaison fra metal e techno?

Purtroppo, sembra che l’obiettivo di quest’ultimo disco sia più l’impatto brutale quasi da live (come vedete anche dai video assai poco horror girati per i singoli del disco, rispetto agli ambiziosi minifilm citazionisti del passato, tipo il titolo jeanrolliniana Living Dead Girl che omaggiava palesemente il Caligari espressionista, v. copertina del dvd di Rollin sopra e videoclip qui sotto), piuttosto che non la ricerca di ampliamento della tavolozza sonora.

Forse lo Zombie ha voluto accontentare il suo pubblico più classicamente metallaro, peraltro ormai praticamente l’ultima isola non ancora sommersa dai marosi della crisi del mercato discografico.

Se così è, speriamo che i fan gli garantiscano risorse utili a tornare anche dietro la macchina da presa, che sia per le perdute “licantrope naziste” sia soprattutto per una ripresa di quel Rob Zombie più visionario e lynchiano delle Streghe di Salem, per me suo capolavoro mentre per il mercato modesto successo, che lo ha obbligato a prodursi il successivo 31 col crowdfunding.

E in musica di quello più policromo di Educated Horses (che tra l’altro diede il titolo al film con una canzone dell’album).

Mario G

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