Disco psychedelia – Part 2

Dance psychedelia - part 2

Dalla techno da rave a Steven Wilson e ai crossover contemporanei, da Climax a Sirat, dalla colonna sonora de La Sposa all’ultima Biennale Musica consacrata all’elettronica, fino agli electro-punk francesi Mandy Indiana.

Dancing to the music of the stars
As she comes from Jupiter or Mars
(…) Cosmic feeling, coming through the light

(Rockets, Cosmic Feeling, 1979)

Rispondeva Steven Wilson a un’intervista ai tempi del suo disco più electropop The Future Bites che (cito a memoria) “il suono del sintetizzatore negli anni recenti si è evoluto più di quello della chitarra elettrica”. Ecco perché un altro musicista con le orecchie allerta, pur provenendo proprio dall’area del revival psichedelico/progressive, si andava spostando verso le sonorità più dance pop. Mi ha fatto pensare: se lo diceva un grande del rock recente, allora aveva ragione l’amico Assante a scrivere che ormai il rock stava diventando “roba da vecchi nostalgici”? Per nostra fortuna la mossa non è stata definitiva, perché poi c’è stato un ritorno dei Porcupine Tree e un nuovo disco solista dalle sonorità cosmiche come The Overview.

Però l’apertura mentale del Wilson anche verso la musica dance ha trovato poi conferma anche dalla sua parallela carriera di ingegnere del suono per i remix in Dolby Atmos di grandi classici della musica che – iniziata coi monumenti del prog di Jethro Tull, King Crimson, Yes e Gentle Giant – è recentemente approdata a valorizzare anche capisaldi della new wave, come Ultravox, XTC, Simple Minds e Tears for Fears, fino ad approdare a ben cinque album degli Chic, premiata ditta del già lodato Nile Rodgers (cfr. Part 1).

La conferma la sterzata electro-disco degli imprevedibili King Gizzard and the Wizard Lizard di The Silver Cord (del 2023), un altro gruppo che ha fatto del nomadismo fra psichedelia, prog, jazz rock e persino thrash metal la propria cifra.

Dunque qual è davvero la psichedelia moderna? Il revival di sonorità vintage percorso da molto alternative rock, talvolta anche con spiritosa riproposizione di look colorati d’epoca, o le glaciali sonorità della techno da rave, che alcuni indicano come la nuova musica “da trance”?

Il fenomeno in realtà risale già agli anni ’90 e si è saldato alla scena dell’indie rock attraverso il capolavoro dei Primal Scream citato al termine della prima parte di questo servizio, cioè lo Screamadelica che ha dato la stura a tutta la scena di crossover fra rock psichedelico, a volte anche hard, e sonorità elettroniche – dal big beat al trip hop – in cui svettano nomi come Daft Punk, Prodigy e Chemical Brothers.

Personalmente, pur avendo molto apprezzato un film su quella scena come Sirat – originalissimo, di elevata qualità drammatica e cinefila e meritatamente premiato – io faticherei ad ascoltare quella musica fuori appunto da quel contesto di rave cui è destinata.

Piuttosto, a livello di puro piacere d’ascolto personale, preferisco sicuramente ascoltare la colonna sonora del parimenti deflagrante (e per certi motivi concettualmente paragonabile) Climax di Gaspar Noè (2018), che nel suo score ha messo gustosissimi remix (ancorché strumentali) di Supernature diCerrone, Born To Be Alive di Patrick Hernandez, Tainted Love deiSoft Cell accanto a Pump Up The Volume dei M/A/R/R/S, Aphex Twin fino all’immancabile Moroder e addirittura alla malinconica Angie dei Rolling Stones in chiusura (qui sotto il trailer).

Un vero incrocio generazionale in cui si capisce come il nuovo nasca inesorabilmente dal passato (di seguito invece vi godete la folgorante scena del ballo proprio su Supernature).

E non ci addentriamo qui anche nella storia dei remix da dance club, che ha coinvolto dagli artisti commerciali come Madonna, Duran Duran e Prince fino ai più indie sperimentali come Nine Inch Nails (v. più sotto), lo stesso Robert Wilson e il Rob Zombie di cui s’è appena scritto, fino a Jon Spencer e ai già citati King Gizzard (col Bowie che sta in entrambe le famiglie, v. qui sotto il remix che cita Steve Reich), ché ci vorrebbe ormai un libro già solo per quelli (hmm, mumble…!).

Ma è indubbio che la nuova elettronica stia guadagnando sempre nuove posizioni, anche a livello di riconoscimento culturale: basti osservare che la nuova direttrice della Biennale Musica, Caterina Barbieri, è a propria volta una compositrice e musicista elettronica nata nel 1990 e diplomata (in chitarra classica e composizione elettroacustica) a Bologna, al Royal College of Music e all’Elektronmusikstudion di Stoccolma; “regina dei droni”, come viene definita in un ambito da sempre più incline alla musica classica contemporanea, è oggi pubblicata dall’etichetta specializzata Warp e che ha diviso il palco coi citati Aphex Twin, campioni dell’elettronica più astratta e concettuale.

I leoni assegnati per il 2025 dalla sua direzione sono l’Argento all’artista statunitense di origine boliviana Chuquimamani-Condori, QUI trovate il suo bandcamp per assaggiarla; e l’Oro (alla carriera) a Meredith Monk, compositrice, cantante, coreografa, regista e performer ormai 83enne, che definire “elettronica” è probabilmente riduttivo, ma si tratta comunque di scelte che indicano uno sguardo teso all’innovazione.

Tornando all’ambito più strettamente discografico, freddamente techno strumentale è l’ultimo album dell’ “impavido” (Fearless) Death in Vegas, Death Mask (2025), del tutto privo dei cantanti ospiti come Bobby Gillespie (dei citati Primal Scream), Jim Reid (Jesus and Mary Chain) e Iggy Pop che per esempio impreziosivano il suo più policromo The Contino Sessions del 1999.

La londinese Halina Rice ha fatto un esaurito al BASE di Milano lo scorso 5 marzo con la sua IDM accompagnata da astratte videofigurazioni, suonando il suo terzo album Unreality (qui sotto un clip ripreso in Svizzera).

Mentre la svedese Fever Ray è venuta alla ribalta con la colonna sonora del recentissimo La Sposa di Maggie Gyllenhaal, di cui s’è detto da poco qui sul sito. E da poco Goodfellas distribuisce in Italia il secondo album dei francesi Mandy Indiana, Urgh (uscito in febbraio per Sacred Bones, vedete la copertina al centro del composite sopra il titolo dell’articolo), fieramente schierato su un electro punk rumorosamente sperimentaleggiante, molto interessante anche se assai poco ballabile in verità.

Dunque, a valle di tutti questi percorsi ed elucubrazioni, che cosa possiamo definire davvero “psichedelia” oggi? Mi torna alla mente la prima intervista che feci nel lontano (credo) 1992, col non socievolissimo Adi Newton dei Clock DVA, a margine del loro concerto al Bloom a supporto dell’album Man-Amplified: alla mia domanda se considerasse dance music l’elettronica glaciale su cui s’era assestato il loro sound, il leader mi rispose che era tutto relativo, che in fondo uno poteva ballare “anche muovendo le dita così (e piegava gli indici ritmicamente, NdA) oppure roteando le pupille.”
Risposte del cazzo con cui mettere in difficoltà il giovane intervistatore inesperto, certo, ma oggi comincio forse a vederci un senso: cos’è psichedelia, un’etichetta che è stata applicata a Sgt Pepper, Space Oddity, i Pink Floyd, i Soft Machine e il furioso Jimi Hendrix, Tim Buckley, Kevin Ayers e il crepuscolare Nick Drake, gli XTC, Julian Cope, gli shoegazer e addirittura gli sperimentali Pere Ubu, fino a Vibravoid e Goat e chi più ne ha più ne metta.

Una definizione che vale per tutto significa ancora qualcosa? Ecco, definendo queste riflessioni quelle di “un vecchio rocker” (v. occhiello part 1), secondo il me di oggi è psichedelico il flusso cosmico (il “cosmic feeling” della cit. in apertura) di tutta la musica che continua ad invader(m)ci dopo quasi 50 anni di passione per le sue mutevoli correnti, stili e sottogeneri, electro dance, acid house, hip hop, jazzy, punk, noise industrial, pop o anche metal che sia.

(nello psycho-composite qui sopra: un poster del rock-illustrator Malleus, una copertina dei Vibravoid e una dei Tool)

Perché – come già scrivevo nella recensione all’ultimo Rob Zombie – per quanto possa sembrar banale, in tutto ciò che ascoltiamo ora scorre ed è distillato ciò che è stato prima.

Buoni ascolti, muovete i piedini.

Mario G

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