Risultati della ricerca per: “la corda d'argento”

  • La corda d’argento di Re Ventriglio e del Mago Lucertola

    La corda d’argento di Re Ventriglio e del Mago Lucertola

    The Silver Cord, 25° album dell’iperprolifica band australiana, vira sul suono dei sintetizzatori e dei vocoder dei primi ’80, omaggiando Moroder e Donna Summer con un disco doppio di quasi due ore, arricchito dagli extended remix di tutte la canzoni dell’album base.


    KGLWGli inesauribili King Gizzard & the Lizard Wizard, australiani poco più che trentenni che dal 2012 ad oggi si trovano già a festeggiare il 25° album come dei novelli Mothers of Invention, dello Zappa che fu hanno oltre che la prolificità anche l’apertura musicale a 360°: infatti, dopo aver dragato a man bassa l’immaginario psichedelico, quello del progressive, del jazz rock e poi persino del thrash metal, per questo The Silver Cord, (solo!) terzo album del 2023 (tecno-copertina qui a destra), si tuffano senza remore nelle sonorità elettroniche di fine anni ’70-primi ’80, insomma tra Kraftwerk e Moroder, per capirci.

    duranSembra che un vento di Ottanta spiri intenso sulle lande del pop rock contemporaneo, come dimostrano anche gli ultimi due parti dello Steven Wilson solista (sull’ultimo torneremo presto), che coi Porcupine Tree abitò a lungo quei territori di revival psych/prog che sono sempre stati considerati la più autentica griffe sonora dei KG&LW, a dispetto della loro programmatica infedeltà agli stili e alle categorie musicali. Come presto torneremo anche sull’assai interessante ultimo parto dei Duran Duran (a sinistra la lussuosa veste halloweenianadel vinile appena pervenutoci), che di quella stagione furono protagonisti, insieme ai colleghi Simple Minds, i quali a loro volta hanno appena pubblicato New Gold Dream – Live From Paisley Abbey, celebrazione dal vivo del loro capolavoro dell’82.

    Ma, mentre l’elettronica di The Harmony Codex del Wilson è raffinata come se il suo autore si ponesse sulla scia del Peter Gabriel solista di Shock the Monkey o del Bowie dei Timidi Mostri, i KG&LW sembrano giocare divertendosi anche con le scorie più kitsch dell’epoca: non solo sintetizzatori d’ogni sorta (come vediamo nella programmatica foto di copertina) e drum machine, ma anche vocoder vintage da Kraftwerk o Rockets d’antan (peraltro già palesemente omaggiati nella Cyboogie di (soli) 11 album addietro (era Fishing for Fishes, del 2019) e nel relativo spiritoso videoclip in tutine e caschi (qui sotto).

    Ci sono tutti quei birignao, quegli effetti di vibrato, quelle grancasse in saturazione, che davvero fanno tanto disco music electro di quell’epoca là, anche un tantino “sporca”, cioè lofi, come se anche la registrazione fosse d’epoca, benché riletta alla luce del dopo-techno da rave, un po’ come se dei Primal Scream dell’era Screamadelica tornassero a baloccarsi con suoni ancor più rétro dance di quelli che li resero star nel ’90.

    Sicché l’effetto, superato lo shock delle sonorità inaspettate, risulta ancora una volta difficile da definire, perché nella sua apparente “superficialità da lustrini: guardatevi a mo’ d’esempio il lungo videoclip che riunisce in un unico electrosupertrip visuale i primi tre brani Theia / The Silver Cord / Set (lo vedete qui sotto).

    KGLWLi vedete? Non sono proprio dei fighetti sexy in tutine con pailletes; sembrano dei giovanotti un po’ goliardici che si divertono a ballottare in modo stupido in scenari naturali, postprodotti in cromatismi stranianti e con effetti di transizione a pennello (digitale, ovviamente!) per passare da un’inquadratura all’altra, che ci riportano alla visione divertitamente psichedelica dei Nostri.

    Fedeli solo alla propria follia, anche se le 7 canzoni del nuovo album nella loro lineare forma (electro)pop sembrerebbero un allontanamento da quel mood verso un’orecchiabilità più lineare e sbarazzina, i KG&LW presentano The Silver Cord (distribuito da Virgin Music) in un lussuoso doppio formato: il doppio vinile (ma lo scoprite anche su Spotify) contiene gli “Extended mix” di ciascun brano – dai 10′ e qualcosa ai 20’41” di Theia – portando così la durata complessiva dell’album completo a quasi 2 ore!

    KGLWLa prima versione è davvero condensata, elimina tutto il grasso superfluo“, spiega il cantante e polistrumentista Stu Mackenzie, che forse possiamo definire il ‘leader’ del bislacco settetto. “È la versione ‘totale’: quelle sette canzoni che hai già sentito nella prima versione, ma con un sacco di altra roba che registriamo mentre la realizziamo. È per i veri Gizz-heads. Adoro i dischi di Donna Summer con Giorgio Moroder, e adesso non ascolterei mai le versioni brevi: sono una di quelle persone che vuole sentire tutto. Stiamo testando i limiti dell’attenzione delle persone quando si tratta di ascoltare musica, forse – ma sono fortemente interessato a distruggere tali concetti.

    Curiosamente, sono proprio questi “neverending remix” (come li si chiamava proprio nella disco golden age) a collegarsi alla dimensione più psychedelic/kozmic che siamo soliti considerare tipica del vorace ensemble, poiché dà vita a curiosi ibridi fra elettronica motorik alla Kraftwerk (diciamo della Autobahn di oltre 20′) e approccio space alla Tangerine Dream/Neu!, che è probabilmente la vera definizione dell’attuale fase dei KG&LW: versioni interminabili, che galleggiano nello spazio libere di spingersi in qualsiasi direzione l’improvvisazione dei Nostri (anche ai synt) decida di guidarle.

    KGLWAl momento non saprei dire se The Silver Cord (a lato il poster del loro tour americano 2024, ancora non si conoscono sperabili date italiane) verrà ricordato come il migliore album dei KG&LW, forse no, ma penso che – come appunto per il loro principale ispiratore Frank Zappa – il migliore disco del gruppo sia l’ascolto bulimico e furioso della loro intera, policroma e spiazzante discografia, che proprio nella varietà capace di sorprenderti ad ogni svolta stia la loro forza, piuttosto che nel disco (o ancor meno) nella canzone-capolavoro che esprime tutto nei suoi 3’30”.

    Sarebbe bello ora aspettarli a una sorta di Sgt Pepper-girodelmondoin80minuti che spaziasse fra tutte le loro anime articolate in un unico album… chissà se lo vedremo mai.

    Frattanto, The Silver Cord si becca il suo 7,5/10 per Posthuman.

    Ci si ritrova presto, per riparlare dei citati Duran Duran e Steven Wilson, restate connessi.

    Mario G

  • La città della paura indicibile – Jean Ray più satirico che tenebroso

    La città della paura indicibile – Jean Ray più satirico che tenebroso

    Il titolo del romanzo del 1943 edito da Officina Alcatraz ispira orrori lovecraftiani ma lo scrittore belga spiazza le attese tenendoci in bilico fra occulto e giallo di provincia.


    hodgsonRicordate i detective dell’occulto? Parliamo (come leggete al link sotto il testo) di quegli antenati di Martin Mystère, Dylan Dog e John Constantine (ma anche dell’Harry D’Amour di Clive Barker), personaggi come il Thomas Carnacki di William Hope Hodgson, il John Silence di Algernon Blackwood, o il Jules de Grandin di Seabury Quinn, germogliati sui pulp magazine d’inizio secolo come Weird Tales o Black Mask già come una prima forma d’ibridazione fra generi da poco codificati: il giallo deduttivo e razionalista esploso col successo dello Sherlock Holmes di Conan Doyle e del Poirot di Agatha Christie, insieme all’orrore sovrannaturale dominato dai racconti di Poe, Stoker, Stevenson, Lovecraft, di cui talvolta gli stessi autori erano pregiate firme (per es., Conan Doyle scrisse anche numerose storie del mistero).

    RayRayImmaginiamo che fossero questi i riferimenti che aveva in mente Jean Ray, quando nel 1943 diede alle stampe La città della paura indicibile, oggi riproposto in bel volumetto da Agenzia Alcatraz (copertina a sinistra), che riproduce in copertina un artwork filologico dell’edizione originale del romanzo (di Bibliothèque Marabout). Romanzo che – abbiamo letto in giro – ha suscitato qualche perplessità fra i fan del “Lovecraft europeo”, che si aspettavano un nuovo affresco a tinte gotiche paragonabile al Malpertuis (in procinto di essere a propria volta ristampata da Officina Alcatraz), l’opera più celebrata del belga, di cui trovate anche i Racconti del Whisky editi da Hypnos (al momento Il gran notturno dev’essere esaurito).

    RaySpiazzando allegramente le loro aspettative con gusto ironico un po’ irridente, Ray (foto a destra) ci diverte deridendo vizi e piccole miserie borghesi di un minuscolo villaggio inglese – l’immaginaria Ingersham – dove va a trascorrere tranquillamente (spera lui) gli anni della pensione Sidney Terence (detto Sigma Tau) Triggs, goffo scrivano di Scotland Yard, incapace persino di gestire il traffico ma ritenuto dai buoni villici una specie di Sherlock Holmes della capitale, mentre invece ci troviamo tra le mani un protagonista tutt’altro che geniale, anche se fortemente intenzionato a dipanare il mistero delle morti violente (la prima e più iconica è visualizzata nel disegno di Roberta in apertura) e delle inspiegabili sparizioni di numerosi, tranquilli abitanti del piccolo borgo nebbioso, sempre più assediato dalla “paura indicibile” del titolo.

    Il povero Sigma Triggs s’impegna a fondo e sventa anche qualche grossolana malefatta, ma per la soluzione finale dovrà attendere l’arrivo del suo ex capo da Scotland Yard che, come un bonario Holmes al suo Watson, gli sciorina tutte le sotterranee trame degli apparentemente innocui perbenisti del paese, quasi anticipatrici delle tresche giallo-peccaminose (ma del tutto terrene) dei meschini personaggi lacustri di un Piero Chiara.

    Sicuramente più efficace nella satira di costume che nella creazione di un mondo oscuro lovecraftiano (alla fine Ingersham non è Dunwich) che i suoi fan pregustavano sin dal titolo e dalla copertina, Ray mostra la sua abilità di narratore piuttosto nel tenerci costantemente in bilico fra spiegazioni razionali di fenomeni apparentemente esoterici e il perenne dubbio che però non sia tutto lì, che un qualche fantasma dietro certe morti “per paura” ci sia davvero. Forse proprio quello che vide persino lo scettico Triggs, dell’unico criminale da lui mandato alla forca, che gli minacciò imperitura persecuzione postuma?

    sleepyHUn impianto “quasi tarantiniano” cui potrebbe non essere estranea anche l’influenza del racconto La leggenda di Sleepy Hollow, pubblicato da Washington Irving già nel 1820 cioè oltre un secolo prima del romanzo di Ray), da cui un altro principe del pulp ironico come Tim Burton ha tratto l’omonimo Mistero di Sleepy Hollow con Johnny Depp e Christopher Walken nel 1999.

    alcatrazSe dunque i bozzetti da commedia sono inevitabilmente legati ai costumi (e alle pruderie) dell’epoca e la spiegazione finale arriva un po’ troppo servita su piatto d’argento al pesto Triggs dal fin troppo onnisciente ex capo Humphrey Basket, è proprio nel gioco birichino fra i generi che va cercato il principale appeal del romanzo di Jean Ray per il lettore odierno.

    owensPrevotMa, per i fan del weird fiammingo, segnaliamo che Agenzia Alcatraz ha già in catalogo l’antologia in due volumi (Il demone di febbraio e La notte del nord) del suo connazionale Gérard Prévot, però risalenti agli anni ’70, insieme al Cerimoniale Notturno di Thomas Owen, di cui speriamo di darvi pure conto presto, per un quadro completo della scuola belga del Bizarre, ancora sconosciuta in Italia e quindi meritevolmente scandagliata dall’omonima collana di Officina Alcatraz.

    Mario G

    (recensione scritta durante la degenza in ospedale di cui s’è parlato QUI. Un ringraziamento speciale a Rob G – autrice del disegno originale in apertura dedicato alla storia di Jean Ray, “Miss Suzan Summerlee” – anche per la consulenza su Irving)

     

     

  • Il Cigno Nero “voleva solo essere perfetta”

    Il Cigno Nero “voleva solo essere perfetta”

    Il film di Aronofsky, candidato a 5 Oscar e vincitore di uno (Portman), esce nelle sale italiane dal 18 febbraio. Portandoci un altro grande personaggio di performer destinato a riflettersi nello specchio oscuro delle proprie paure di fallire.

     


     

    La recensione di Posthuman sul film Cigno Nero – Black Swan di Darren Aronofsky l’avevate già letta a firma di Walter in occasione della presentazione del film al Festival di Venezia 2010 (e la potete ripassare QUI).

    Ora finalmente il film arriva anche al pubblico italiano (in sala dal 18 febbraio, vedete la locandina italiana in apertura e altri poster internazionali nelle illustrazioni ai lati di quest’articolo), e vincitore (su ben 5 nomination) dell’Oscar 2011 per la migliore attrice protagonista (Natalie Portman sbaraglia persino Nicole Kidman "dei dolori" di Rabbit Hole), che riporta l’alloro al regista che già l’aveva guadagnato col precedente The Wrestler.

    Mica bruscolini, insomma: anche se – a quanto pare – ancora non bastano a comporre le divergenze di opinioni che il film genera: abbiamo sentito spettatori e giornalisti al termine delle proiezioni lamentare un eccesso di melodramma, di "peso", addirittura definirlo "imbarazzante, fin ridicolo".

    articles5_cigno3.jpg

    Personalmente, concordo con Walter: anche a mio parere questa durezza è eccessiva, per quanto si possa concordare che non è facile ripetere l’operazione Wrestler, benché (o forse proprio) con una materia sostanzialmente simile (un’artista e il suo mondo di spettacolo, riflesso di una vita che va in frantumi).

    articles5_cigno2.jpg

    Peraltro, Cigno Nero è anche (come sempre) assai ben girato, con metodica attenzione ai riflessi, gli onnipresenti specchi (in sala da ballo, al trucco, in casa), che ci servono sul piatto d’argento le sempre meno certe rifrazioni della psicologia di Nina-Portman, sempre più incapace di rimettere insieme i cocci in cui si va infrangendo il suo delicato euqilibrio.

    Certo, là c’era la geniata di trasformare una materia squallidissima (il becero mondo muscolare del wrestling, l’America da strapaese) in metafora d’auteur di una sconfitta esistenziale.
    Qua abbiamo l’austero mondo del teatro e del balletto classico, che fa autorialità già da sé, così riducendo implictamente (o apparentemente) il contributo della visione del regista: anzi, rischia di risultare persino un po’ stucchevole, con la metafora cigno-ballerina, che il dramma esistenziale dell’artista stavolta scivoli appunto nel mélo per "eccesso di cornice a stucco".

    Eppure, l’impianto psicanalitico freudiano è quasi hitchockiano: protagonista repressa, madre incombente, sessualità negata (l’epoca poi ci consente l’apertura saffica di cui s’è tanto parlato), frustrazioni a man bassa; su tutto, la crudele paura di non farcela, di "non esser perfetta", che ci favorisce il collegamento fra il passaggio della giovane ballerina all’affermazione come star e quello (parallelo) della ragazza verso una sofferta maturità esistenziale.
    Forse "troppo hithcockiano?

    articles5_black_swan_dance.jpg

    Potrebbe essere un eccesso di "programmaticità" a nuocere a una pellicola che, peraltro, tocca temi assai simili al pur lodatissimo La Pianista di Haneke, sempre ambientato (ancorché in una provincia assai più piccolo borghese) in questo mondo dell’arte classica (là il pianoforte, qui la danza), che sembra nutrire solo perfidie e sadismi inenarrabili, celati sotto educati sorrisi.

    Nella sua messa in scena della discesa agli inferi della giovane étoile, Aronofsky sceglie una succulenta strada lynchiana: la macchina da presa ci mostra sempre più spesso, man mano che il dramma avanza, scene che iniziano realistiche e in cui poi accade qualcosa di surreale e inquietante: la protagonista e il suo riflesso allo specchio non si corrispondono, all’improvviso l’immagine della disinibita rivale sbuca come una persecuzione dal buio, il corpo di Nina rivela sempre più profonde e imbarazzanti ferite sanguinanti (graffi sulla schiena, sulle mani, unghie spezzate)… E noi veniamo lasciati nel dubbio se ciò che vediamo accada realmente o se sia solo una proiezione dell’inconscio tormentato della ballerina.

    Però Aronofsky non vuole sovvertire completamente la percezione della realtà, ormai griffe riconosciuta del David Lynch maturo: si accontenta di farci osservare dall’interno i tortuosi meandri di una mente in bilico. Intorno a lei la realtà continua ad mantenere le forme a noi note: la (comunque non svelabile) scena finale s’incarica di chiarirci dove stavano le alterazioni e quale incubo è appena finito. Tragicamente, proprio come accade nel romanticissimo balletto al centro della vicenda.

    articles5_black-swan-cassel.jpg

    Ed è forse proprio in questo parallelismo che sfiora un che di manierismo e di prevedibilità un film che comunque rimane una festa per gli occhi, forte di ottime interpretazioni: della candidata Portman (già insignita di Golden Globe e Bafta per l’interpretazione) e del brusco coreografo Cassel (accanto alla protagonista nella foto qui a sinistra); dell’isterica mamma Hershey e della sexy rivale Mila Kunis (a sua volta premio Mastroianni a Venezia 2010), come della non meno sulfurea ex-étoile Wynona Rider.

    Del resto, c’è chi ha fatto del manierismo della macchina da presa la propria griffe stilistica, come ad esempio Brian De Palma (sarà l’hitchcockismo abbondante che me lo fa pensare?) e oggi è considerato un auteur di primo piano del cinema americano, in qualche modo pre-tarantiniano. Dal canto suo, Aronofsky non ci fa girar la testa coi carrelli circolari, ma in fatto di specchi e di riflessi multipli in scena non si nega nulla!

    Come sapete, siamo dei fan di Aronofsky, che abbiamo difeso anche quando il suo L’Albero della Vita sembrava il San Sebastiano dei sarcasmi critici. Black Swan forse non sazierà tutti i palati, come sorprese The Wrestler proprio dopo lo sfortunato The Fountain. Ma è sicuramente una pellicola da vedere per decidere a ragion veduta da che parte schierarsi.
    E perché, anche se si scegliesse di appuntargli qualche critica, è sempre un grande psycho noir teatrale d’alta scuola. Avercene…

     

    Mario G

  • Le Metamorfosi del vampiro – 3

    Le Metamorfosi del vampiro – 3

    La creatura più versatile e “mutante” dell’immaginario fantastico di tutti i tempi (e di tutte le culture) continua a rinnovarsi, al cinema come in letteratura e nel fumetto, prestandosi alle metafore più diverse: dalla politica all’eros, dal romanticismo adolescenziale all’accettazione della diversità e a temi etico filosofici “alti”.

    ————————————————————————

    Terza parte ed ultima (chissà…) della nostra cavalcata a briglia sciolta nella galassia vampirica: nella prima parte (che leggete per esteso su Nocturno QUI), siamo partiti dall’attualità (mostre, opere teatrali, film recenti) per mostrare come la creatura più duttile e “culturalmente mutante” dell’immaginario fantastico di tutti i tempi si adatti alle evoluzioni della società e dei suoi linguaggi, offrendosi a sempre nuove declinazioni, fra le quali abbiamo inizialmente messo a fuoco quelle politico sociali, apparentemente le più distanti dalla figura del solitario dandy mantellato dai canini lunghi.
    Nella seconda parte di questo servizio (che leggete su Vitapensata: QUI) abbiamo approfondito le origini del mito del vampiro e la sua capillare presenza nelle leggende popolari e arcaiche di buona parte delle civiltà del globo, a qualsiasi latitudine e in qualsiasi epoca storica, forse un’altra, forse LA cagione del suo universale e intramontabile successo.

    A questo punto, torniamo al cinema e allarghiamo lo sguardo sulle più disparate e talvolta imprevedibili declinazioni e in cui la figura del vampiro ha saputo rigenerarsi, continuando ad abitare le correnti più recenti del cinema di genere, post Matrix e post Kill Bill (i due capisaldi che fungono da pietre miliari dell’evoluzione del cinema di genere recente), suggendo sempre nuova linfa ora dal mondo dei fumetti, dei manga, degli anime e dei videogiochi, ora da sponde “alte” come la filosofia, le riflessioni etico religiose e così via.

    Oddio, a ben vedere, il rinnovamento non è un “salto” che possiamo individuare fra un prima e un dopo, è un processo costante: ad es. il dossier n. 1 di Nocturno (“Vampiria”) intraprendeva il viaggio partendo dagli anni ’60, con i film della Hammer, che innalzano il tasso emoglobinico ed esplicitano le metafore erotiche del fatal morso rispetto ai classici della Universal degli anni ’30, cui dobbiamo la definizione del cliché estetico di Dracula, oggi a tutti noto come un gentiluomo ‘800esco dai capelli neri impomatati e dal lucido mantello. In effetti, l’ultima parte della produzione Hammer, in bilico tra crepuscolarismo estetico ed esigenze (non sempre azzeccate) di rinnovamento, spostò la focalizzazione vampiresca dallo zannuto Dracula alla Mircalla-Carmilla di Le Fanu.

    articles5_vampiramanti.jpg

    Questo trittico settantesco, chiamato la Trilogia dei Karnstein, nasce e si esaurisce giusto in un triennio (1970-1972), ovvero un film all’anno, da Vampiri Amanti a Mircalla, l’amante immortale per concludersi in Le figlie di Dracula che col vampiro di Stoker c’entra poco, tirando esso in ballo piuttosto l’Inquisizione e la stregoneria. Ad ogni modo, la teutonica trilogia, reperibile su YouTube, avrebbe dovuto sottrarre la Hammer dalla malasorte, andando appunto a corteggiare il saffismo che il pubblico smaliziato di quegli anni pareva apprezzare, ma il risultato non fu certo dei migliori. A ben vedere, il film più autenticamente erotico resta ancora oggi il primo della serie, per la regia di Roy Ward Baker, con la bella e pettoruta Ingrid Pitt che gigioneggia, zinne al vento e lingua dardeggiante… ops, canini sfoderati, con l’altrettanto bella e pettoruta Madeline Smith, regalandole infine un morso sui prosperosi seni (ormai il collo è superato, come vedete nella foto a destra). Ma la Hammer ha gli anni contati: si trascina zoppicante per i Settanta, sparando gli ultimi colpi con il gotico-marziale La leggenda dei sette vampiri d’oro, 1974, e si rannicchia nello spazio angusto del televisore per i primi Ottanta. Poi chiude i battenti e ritorna in attività di recente. Rispolverando i suoi vecchi proiettili d’argento come Christopher Lee, scritturato per The Resident. Ma le sorprese non finiscono, perché la compagnia alimenta vecchie fiamme mai sopite, ovvero quell’assetante non so che di gotico-emoglobinico dei fasti draculeschi, ed ecco che l’imminente remake americano di Lasciami entrare (Let Me In, di cui qui a sinistra vedete una locandina mentre della versione di Alfredson abbiamo già parlato nella prima parte del servizio), tra le varie fonti di finanziamento, si avvale di una quota Hammer. Il lupo perde il pelo ma non il vizio.

    articles5_letmein.jpg

    Naturalmente, il turbolento decennio dei ’60 era destinato a innovare radicalmente gli stilemi del gotico anche fuori della perfida Albione: ecco quindi che l’incendio divampa immediatamente nel libertino maggio parigino, dando inizio alla carriera di Jean Rollin, che su vampire sexy, spesso nude e lesbicheggianti ha edificato la propria nomea di nicchia nel cinema bis; per sviscerare la quale servirebbe un corposo saggio ad hoc, per cui per ora vi rimandiamo semplicemente al citato dossier di Nocturno e a un nostro articolo qui.

    Nello stesso periodo, tracimava anche la sconfinata filmografia ero-horror dello spagnolo Jess Franco, sul quale è difficile aggiungere qualcosa al doppio dossier nocturniano (60 e 61) “Succubus” (tutt’al più occorrerebbe forse “togliere” qualcosa, nel senso di temperare l’entusiasmo da fan evidenziando anche le numerose pellicole inguardabili realizzate dal tìo Jess).

    Sicuramente, però, un mondo espressivo cui avrebbe guardato in pieni anni ’80 Tony Scott per il suo decadente Miriam si sveglia a mezzanotte dark (e incredibilmente lesbo-sexy in epoca reaganiana), un nostro piccolo culto sul quale non staremo a tornare ancora, immaginandolo sufficientemente noto a voi cinefili, insieme agli altri capisaldi mainstream del rinnovamento vampirico: il sontuoso e plumbeo Nosferatu di Herzog, il filologico e “americano” Bram Stoker’s Dracula di Coppola (alta matrice del “vampiro romantico” oggi di gran moda), L’Intervista col Vampiro pieno di rimorsi di Neil Jordan, il fumettistico Dal Tramonto all’Alba di Rodriguez/Tarantino. Tutta roba che sapete a memoria.

    Come anche sapete dell’esistenza delle parodie, da Gianni e Pinotto (nel ’51!) al più blasonato Per Favore non mordermi sul collo di Polanski, da Fracchia contro Dracula allo Zora la Vampira dei Manetti, fino all’imminente e inevitabile parodia in stile Scary Movie della Twilight-saga (Mordimi). No, in questa sede vogliamo dedicarci a delle declinazioni più originali del tema, nel senso di sintesi (filmicamente buone o mediocri) più particolari e sconosciute, o quantomeno più attuali.

    Iniziamo dalla FANTASCIENZA
    oltre al soft sexy ma sciatto Space Vampires del Tobe Hooper mid-Eighties, non dobbiamo dimenticare che di vampiri in fin dei conti parlava il romanzo Io Sono Leggenda di Matheson, per quanto curiosamente esso venga considerato implicitamente il punto di partenza della Notte dei Morti Viventi di Romero e quindi del cinema zombesco.
    Alla fine dove sta la differenza fra i due filoni? Fondamentalmente nell’individualismo: lo zombie è sempre (se non erro, direi fino al romanzo Abel di Claudia Salvatori) “decerebrato”, quindi la sua è la minaccia dell’orda selvaggia (già, l’imminente La Horde francese). Il vampiro invece è intelligente, spesso astuto, quindi agisce individualmente, è un solitario dalla ricca psicologia. Ma di vampiri parlano comunque L’Ultimo Uomo della Terra di Ubaldo Ragona (precursore italiano di Romero già nel ’64) come il recente (e becero) blockbusterone Io Sono Leggenda di Francis Lawrence col pessimo Will Smith (di cui però già incombe un sequel-prequel), tutti film ambientati in un imminente futuro e più o meno fedelmente ispirati al romanzo di Matheson.

    articles5_perfectcreature.jpg

    Nella prima parte vi abbiamo già parlato del futuribile Daybreakers, quindi non ci ritorniamo qui, anche se di fanta-vampiresco trattasi a tuti gli effetti, passando invece segnalarvi il curioso Perfect Creature (2006, foto qui a destra), di Glenn Standring che fonde un’ambientazione imprecisatamente futuribile con un décor da Inghilterra vittoriana, così connettendosi al cosiddetto filone del fantastico steampunk (cfr. Nocturno di settembre); la pellicola neozelandese mette in scena un precario patto di convivenza umani-vampiri, messo in pericolo dalle brame sanguinarie del luciferino vampiro-cattivo Edgar.
    E non dimentichiamo che di “virus emofago” parla anche il fanta-videoludico Ultraviolet del 2006 con la bellissima Milla Jovovich, anche se in questo delirio fumettistico tutto cliché patinati, sparatorie acrobatiche e duelli alla katana (appunto, l’immancabile derivazione Matrix-Kill Bill di cui sopra), il coté action schiaccia qualsiasi pretesto vampiresco.

    ACTION
    Ma il brutto film di Kurt Wimmer ci serve per ricordare che il cinema commerciale USA, in anni recenti, ha fin troppo spesso fuso ambientazioni gotico futuribili, derivazioni fumettistiche e armamentari guerreschi micidiali con le inevitabili capriole virtuosistiche di atleticissimi succhiasangue e relativi cacciatori: nascono così le parallele trilogie di Blade (con Wesley Snipes, super attrezzato cacciatore di vampiri blaxploitation), figlia di un celebre comic Marvel degli anni ’70; e Underworld, trittico originale, ossia non derivato da un fumetto, anche se potrebbe benissimo esserlo come iconografia; trittico (per ora, un 4° è nell’aria) concluso nel 2009 dal prequel La ribellione dei Lycans, che trasporta la vicenda nel passato, all’origine del secolare conflitto vampiri-licantropi, così fondendo la saga vampiresca con un immaginario più fantasy-medievale.
    Insomma, blaxploitation per il “diurno” Blade, un pioniere del soprabito in pelle, contro un gotico moderno e matrixianamente irto di trench neri, sotterranei bluastri, vampiri bellissimi… cos’hanno in comune le due mini-saghe per accostarle, dunque? Proprio la vocazione action, che alla fine prevale sull’atmosfera e sull’horror in senso stretto: gli immancabili combattimenti acrobatici con attori volanti, fermi immagine, ralenti sui dettagli e tutto l’armamentario di effetti speciali che costituiscono l’abc del cinema d’azione contemporaneo inventato dai frateli Watchowsky e da Tarantino, che infesta inutilmente anche il mediocre La Setta delle Tenebre (2008) di Sebastian Gutierrez, su cui non c’è molto altro da aggiungere alla recensione che già ne facemmo in anteprima.

    WESTERN
    Una componente, quella dell’azione frenetica e violenta, che troviamo decisamente presente anche nell’horror-western Vampires di Carpenter (1998) col torvo James Woods; per le atmosfere desertiche, quasi un remake de Il Buio Si Avvicina della Bigelow, ma che risente sicuramente anche del tarantiniano Dal Tramonto all’Alba (giallo-western-horror, a sua volta padre di 2 meno noti sequel straight to video, oggi disponibili in unico cofanetto), il quale era infatti uscito giusto d’un paio d’anni prima.

    FANTASY

    articles5_guardiani.jpg

    Per tornare agli sconfinamenti della matrice gotico vampiresca verso il fantasy postmoderno, un ottovolante passato-presente-futuro ben più folle di Perfect Creature lo mette in scena il blockbuster russo I Guardiani della Notte di Timur Bekmambetov (una scena qui a sinistra), incipit dell’ambiziosa (e ad oggi tuttora incompiuta) trilogia (dopo I Guardiani del Giorno, da noi uscito solo in hv, la produzione de I Guardiani del Crepuscolo non è ancora iniziata) tratta dai romanzi di Sergej Luk’janenko, in cui i vampiri convivono con mutantropi, streghe e stregoni, profezie-occultismo-technothriller e chi-più-ne-ha-più-ne-metta. Film stordente nel suo accumulare sottotrame e riferimenti visivi agli ultimi 20 anni di cinema horror fantastico internazionale, come se il cinema russo cercasse di recuperare il tempo perduto, vale comunque la visione proprio per una ricchezza visionaria da cui è affascinante lasciarsi travolgere.

    FUMETTI, ANIME
    Fumetti, fumetti… quanti “vampiri di carta” ci sono in questo servizio? Non di solo Blade vive il sangue, certo: per es., c’è anche il discreto 30 Giorni di Buio, niente di trascendentale ma visibilissimo e tratto dalla (quella sì) strepitosa saga a fumetti di Steve Niles/Ben Templesmith: “30 Giorni di Notte”, con succhiasangue tornati completamente e assolutamente oscuri, cattivi e… artici! Sì, siamo sempre nel campo di un action horror vagamente carpenteriano (La Cosa), ma l’idea dell’ambientazione nella notte artica è elementare quanto geniale (e ci risulta che il sequel, ambientato a New Orleans come il secondo episodio del fumetto, sia già in cantiere).

    Mentre, in campo di animazione (e di cultura nipponica), l’interessante quanto breve (45’) Blood – the last vampire (2000) di Hiroyuki Kitakubo dal romanzo di Mamoru Oshii (già regista dei Ghost in the Shell e dell’ottimo Avalon) e prodotto dalla Production IG (che ha curato la parte animata di Kill Bill I) consiste di un interessante innesto di retro s/f (ambientazione nel ’66 in Viet Nam), spade da samurai maneggiate da una cacciatrice adolescente e mostruose creature demoniache. Viste da un occhio… a mandorla, ovviamente!

    articles5_lastvamp-buio3.jpg

    Il quale non ha mancato di generare a sua volta un ulteriore spin-off in carne ed ossa: The Last Vampire – Creature nel buio, da noi uscito quest’estate direttamente in hv Sony; ancora una volta ci troviamo fra katana e superpoteri (un’immagine qui a destra).

    articles5_priest_04_big.jpg

    Stessa sorte (generare un film con attori, che uscirà nelle sale nel 2011) è toccata finalmente anche al darkissimo manga (o manhwa) di Hyung Min-Woo Priest, con Thirst di cui parliamo più avanti l’altro esempio di fusione fra cultura orientale, religione cristiana (o almeno sua iconografia angeli-demoni-preti-inferno etc.). Del fumetto vedete un’immagine qui a sinistra, mentre il film avrà la locandina che vedete in apertura del servizio: curioso che la pellicola abbia trasformato proprio in vampiri gli angeli caduti con cui combatteva il religioso rinnegato Ivan Isaacs nella storia a nuvolette (peraltro irta anche di schiere di zombie). Del film si sa che schiera lo stesso team regista-protagonista (Scott C. Stewart e Paul Bettany, con Sam Raimi coproduttore) del pure "celeste-pulp" Legion, che forse avrete già visto al cinema o in dvd; e che modifica l’ambientazione del manga, da uno strano west con cavalli, diligenze e armi moderne, a un futuro apocalittico (che ricicla scenografie bladerunneriane), in cui il totalitarismo religioso ha tratti orwelliani.
    E’ presto per trarre conclusioni, non è detto che si tratti di un capolavoro e non dell’ennesimo action hollywoodiano che ha preso alcuni spunti dal manhwa di culto per gettarli in un nuovo picchiaduro che dei molti strati di senso (e riferimenti culturali) del fumetto non serbi che un lontanissimo aroma innocuo per i palati mcdonaldizzati (e il trailer disponibile non fuga del tutto il dubbio), ma va detto che – almeno sulla carta – il soggetto contiene praticamente tutti gli elementi di cui parliamo in questo servizio: derivazione comic, azione, fantascienza, western. etica e religione, atmosfere dark… tutto. E questo, oltre all’essere una succosa primizia, gli vale la pole position di dare l’immagine di riferimento per l’intero speciale.

    Va da sé che – con l’aiuto della CGI – il rapporto fra fumetti, cartoni animati, video game e cinema con attori “reali” si fa sempre più stretto. Cinema d’azione e d’effetti speciali, trasposizione di classici supereroi e, ovviamente, horror… ci si preannuncia alle porte per la prossima(e) stagione(i) una vera valanga di brividi 3D, all’interno della quale si è già ovviamente scatenato un formicolante chiacchiericcio sul peraltro ancora misteriosissimo Dracula 3D, annunciato da Sua Maestà Dario Argento (di cui a destra vedete una bozza di locandine presumibilmente del tutto ipotetica).

    articles5_dracula3d.jpg

    Ma, ad esser dei veri filologi, andrebbe indagato anche l’oscuro e morboso legame che stringe in un abbraccio di sangue e perversioni il fumetto sexy horror pulp nostrano con l’omologo filone del b-movie anni ’60 e ’70 di cui vi abbiamo accennato sopra. Un legame che ha origine probabilmente col personaggio americano di Vampirella e ha diramazioni in quei fumetti pulp italiani “impresentabili ai genitori” che negli anni ’70 si sbirciavano nelle camere dei fratelli maggiori: testate impagabili come Oltretomba, Sukia (!), Jacula (!!) e appunto lo Zora già omaggiato al cinema dai Manetti Bros, tutti popolati voluttuose protagoniste ricalcate sulle fattezze di Ornella Muti o di altre sexy dive del momento. Materia per un altro libro anche questa: libro che, fortunatamente, almeno nel campo del fumetto (se non anche delle derive filmiche) esiste già, è VIETATO AI MINORI – Vamp e vampire:Jacula, Zora, Sukia e Yra, a cura di Graziano Origa (Rizzoli 2007). Purtroppo, in questo campo l’osmosi filmica è sbarrata dalla censura di mercato: qualsiasi pellicola attuale percorresse lo stimolante cammino di un conturbante horror erotico che fonda desideri trasgressivi e brame sanguinarie si condannerebbe da sé al limbo dei festival e dei circuiti alternativi.
    Quelo toccato più o meno a tutti i film di cui si va a trattare di seguito.

    FILOSOFIA, ETICA E METACINEMA
    E ora, alati pensieri. Sarebbe opinabile se sia un film “vampiresco anomalo” o “filosofico cannibalico” il Cannibal Love – Mangiata Viva (Trouble Every Day) di Claire Denis del 2001, con un’intensa Béatrice Dalle e Vincent Gallo genetista eretico, in cui torna ad incarnarsi (mai termine più appropriato) in moderne forme di cinema autoriale anticonvenzionale il mito della mantide, creatura dalla sessualità esuberante e letale come una moderna LIlith (recuperatelo assolutamente ora che si trova in dvd italiano CG!). La morbosa pellicola francese – quand’anche apocrifa come vamp movie – ci traghetta sul versante più filosofico, intellettuale e metacinematografico della nostra analisi. Interzona di film oscuri, anche nel senso di difficili da trovare e misconosciuti al grande pubblico, ma – come spesso accade – proprio per questo da scovare e valorizzare.

    In quest’area troneggia sempre l’immenso The Addiction di Abel Ferrara (1995), coi suoi vampiri-filosofeggianti nei bassifondi di una NY undeground in b/n come nei primi corti punk di Richard Kern. Ma, trattandosi di film già “canonizzato” criticamente, noi ve lo ricordiamo en passant spostandoci subito su un film quasi gemello per ambientazione metropolitana contemporanea e fotografia in b/n: Nadja di Michael Almereida (prodotto da David Lynch, che vi compare in un cameo); film che in verità precede di un anno il capolavoro di Ferrara, ma senza la medesima lucidità concettuale e programmatica nell’analizzare il rapporto fra i fratello e sorella protagonisti, divisi dal rapporto con un padre vampiro; e questo benché il film sfoggi un lussureggiante apparato visivo (e musicale, che spazia dai Portishead ai My Bloody Valentine), che alla fine ne rimane il pregio più deciso.

    articles5_nadja.jpg

    Interessanti riflessioni sul vampirismo come lotta contro il tempo “alla Dorian Gray” è sviluppata anche nel film di debutto del geniale Guillermo del Toro: Cronos (1993), uno dei pochi film (l’unico?) guidato da personaggi vecchi, ché tali sono sia il protagonista “buono” sia l’antagonista “cattivo”, il cui scontro ruota intorno al sinistro aggeggio scarabeiforme di un antico alchimista, la cui puntura dona appunto vita eterna (e chi l’agogna di più dei vecchi?), ma a prezzo della mutazione vampiresca cui si può essere più (il cattivo) o meno (il buono) disposti. Altro film inconsueto nel panorama, che sarebbe ingiusto condannare all’oblio dei “minori”.

    articles5_cronos2.jpg

    Minore dobbiamo concordare, e con dispiacere, che lo sia invece Thirst, film del 2009 del grandissimo Park Chan Wook (regista dell’immenso Old Boy e dell’intera Trilogia della Vendetta), che aggiorna in versione coreana il dilemma uccidere per vivere-accettare di morire con il suo interessantissimo apparato filosofico “meticcio” di cultura (e ambientazione) orientale ed etica cristiana (il protagonista è un prete cattolico coreano). Film passato in Italia solo ai festival, come ogni opera di Wook è girato magistralmente, eppure purtroppo non riesce a scuoterci quanto la tragedia edipica di Old Boy o la spietata vendetta di Lady Vengeance facendoci sentire profondamente il dualismo fra desideri vitali (sangue alimentare, sesso tentatore) e motivazioni etiche all’origine del contagio (il prete muta prestandosi a un esperimento per curare un virus mortale).

    articles5_thirst_1.jpg

    E alla fine i temi si sfilacciano un po’ nelle componenti grottesche delle scene familiari-pulp o sui pazzeschi poteri (gli immancabili voli sui tetti di notte) del prete-vampiro.

    articles5_marebito.jpg

    Restando in ambito orientale, assai più riuscito è il nipponico Marebito (2004) di Takashi Shimizu (regista di Ju-On/The Grudge), il quale – grazie a quell’inquietante indeterminatezza che i giapponesi riescono ad infondere alle loro creature fantastiche rispetto ai registi americani, che devo sempre “spiegare” tutto – fonde felicemente una misteriosa vampira muta scovata nelle viscere della metropolitana di Tokyo, con le ossessioni meta cinematografiche del protagonista (Shinya Tsukamoto, il regista di Tetsuo), un video maker che vive attraverso la propria videocamera.

    articles5_marebito_2.jpg

    Oltre allo sfumare dei confini fra reale e immaginario, il film di Shimizu si può anche leggere come metafora del rapporto divorante, quasi cannibalico, fra il regista e la propria opera (l’operatore arriverà ad uccidere per nutrire la misteriosa vampira muta), con gli immancabili riferimenti che spaziano da Cannibal Holocaust a Videodrome.

    Abbiamo finito? No, coi vampiri non si finisce mai: abbiamo trascurato centinaia di titoli, tra pulp, trash, vero horror e commedia, divertimento adolescenziale e sicuramente qualche spunto interessante. Per esempio, ormai bisognerebbe includere nell’analisi per forza qualche serie televisiva, dopo il successo di Buffy (originata da un originale filmico del ’92 di scarso successo) e della più recente True Blood (al debutto in chiaro su MTV proprio quest’autunno), subito seguita da Vampire Diaries della CW (in Italia Mya Premium Gallery) e dall’annunciata Gates della ABC. I fan di Lost, 24 o 6 Feet Under – vampiri a parte – sostengono che le serie tv ormai siano spesso meglio dei film prodotti per le sale. Noi non ne siamo così sicuri ma… lasciamoci qualche argomento di discussione per il 2011, no?

    Resta il fatto che – solo negli ultimi tre anni – possiamo assistere a film di vampiri come appunto Perfect Creature, Twilight (trilogia), Lasciami Entrare, Daybreakers e Thirst, che (belli o brutti) sono comunque asolutamente differenti fra loro per temi, trattamenti, ambizioni e ambientazioni. Quale altro ‘mostro’ conoscete in grado di fare altrettanto?
    Buone visioni, forse un nuovo vampiro è già dietro l’angolo per sorprenderci nel buio.

    Mario G & Marco Marchetti

  • Riflessioni dal festival di Venezia 66

    Riflessioni dal festival di Venezia 66

    Si è chiuso il 12 settembre il 66° festival del cinema di Venezia. A riflettori spenti, qualche riflessione su uno dei festival più importanti per il cinema. Ve lo diciamo subito: è stato un buon festival.

     

    —————————————————————————–

    Marco Muller può essere soddisfatto, il festival è riuscito. La difficile alchimia tra cinema d’autore mondiale e star hollywoodiane era un mix difficile da gestire ma alla fine il festival ha dato spazio a tutti. Basta guardare i premi: leone d’oro alla carriera di John Lasseter, mago della Pixar, autore tra gli altri del bellissimo Wall-e (su posthuman ce ne siamo occupati in questo articolo). Il vincitore è Lebanon un leone d’oro meritato, ottimo film, tema importante. Anche il leone d’argento è di primissima qualità, dell’artista Shirin Neshat.

    Ma cosa altro si è visto a Venezia? Procediamo in ordine sparso.
    Beh, c’era Michael Moore, con il suo "Capitalism a love story" (Capitalismo: una storia d’amore), dove l’america scopre i guasti di un capitalismo selvaggio che non mantiene più le promesse di benessere degli anni 50. Scritta per essere d’ispirazione a molti americani (compresi gli americani di casa nostra), per spiegare loro che il socialismo non è quella bestia cattiva della propaganda americana.

    articles3_est_ven 295.jpg

    Una chicca per tutte: le imprese fanno una assicurazione sulla vita ai lavoratori. Peccato però che le famiglie non intascano una lira e quando la mortalità va al di sotto della media annuale e non ci sono gli incassi previsti le compagnie discutono sul come mai non muoiano abbastanza lavoratori. Li chiamano "dead peasant", "contadini morti", i lavoratori a cui viene fatta la polizza vita.

    Interessante il lavoro del regista cingalese Vimukthi Jayasundara "Ahasin Wetei" (Between Two Worlds) il film surreale ed onirico, parte da un presunto attacco terroristico, un boicottaggio non ben definito alle tv del paese e alle sue strutture. Una scena classica di devastazione metropolitana a cui segue una fuga. Il personaggio sospeso tra mondo rurale, mondo metropolitano, tra modernità e tradizione, tecnologia e sapere, è in fuga alla ricerca dei ricordi, in un viaggio temporale a ritroso che lo riporta nella giungla in compagnia delle persone che hanno tessuto la sua vita e che vagano in questo sogno/ricordo connettendosi casualmente ai suoi spostamenti di spazio e tempo. Un grido disperato che rivela una conflitto verso una modernità indecifrabile che sta travolgendo la vita del paese.

    articles3_est_ven 302.jpg

    Altro film in programmazione che ha suscitato non pochi dibattiti "nei bar" della biennale è stato "Det Enda Rationella" (A Rational Solution) di Jörgen Bergmark. Una coppia modello, inserita nella comunità, di saldi principi, che fa corsi "matrimoniali" nella cappella del posto, si trova a dover fronteggiare una violenta crisi di coppia. L’uomo infatti si innamora della donna del suo migliore amico e dopo qualche mese di "clandestina" relazione extraconiugale decide di passare alla soluzione razionale e di proporre agli altri due coniugi ignari (la moglie e il suo migliore amico) la soluzione razionale. La soluzione razionale è la condivisione degli spazi e la trasparenza, la condivisione di quella che va dipanandosi come una relazione passionale e temporanea. L’uomo sostiene infatti che presto le cose torneranno al loro posto e se loro rimangono uniti ed insieme attendono la naturale conclusione di questa relazione extraconiugale, le sofferenze saranno arginate. Il finale chiaramente drammatico disvela la natura fondamentalmente non razionale delle relazioni tra le persone. C’era proprio bisogno di farci un film? Il film svedese ha creato schieramenti con risposte opposte.

    Non è mancato il puro stile Bollywood alla rassegna attraverso la soap di Anurag Kashyap "DEV. D" di circa 144’. Un’epopea per il regista fatta di amori, drammi, tradimenti, ricongiungimenti a tempo di musica indiana strappalacrime. Interessante come l’industria dell’intrattenimento indiana riesca a sfornare passioni a tinte forti con intrecci di semplice fattura che per quanto grotteschi a tratti rappresentano il cuore "folk" dell’india e trascinano ancora pubblico (indiano) al cinema. Ho dei dubbi funzioni in Europa. D’altra parte anche Hollywood riesce ancora a produrre orribili sceneggiature (un tempo si diceva polpettoni) puntando sul divismo, non vedo perchè la stessa cosa (cioè produrre polpettoni) non debba accadere in India o in Cina.

    Non volevo parlare dei film premiati perchè la stampa ne dà già un ampio resoconto, i riflettori sono tutti per il vincitore che è senza dubbio un’opera degna per vincere Venezia. Però, un grande film è anche il leone d’argento "Zanan bedoone mardan" (Women Without Men) dell’artista Shirin Neshat. Una fotografa oltre che regista e si vede subito, sin dalla prima inquadratura. Le raffinatezze delle composizioni, la poesia leggera e lenta di queste donne in fuga dalla violenza "maschile", ne fanno un film con una estetica di ampio respiro, probabilmente dopo Abbas Kiarostami e Mohsen Makhmalbaf l’Iran mostra al mondo un’altra grande artista che può con pochi mezzi realizzare un film semplice ed intenso con la creazione di immagini di grande impatto. Spero che la sua filmografia possa essere lunga e prolifica nel futuro.

    Abbiamo visto Tehroun (teheran) di Takmil Homayoun Nader dove il protagonista va in giro a chiedere l’elemosina con un bebè a noleggio. Questo personaggio sembra spietato e senza scrupoli, invece scopriamo quanta fatica stia facendo per costruire se stesso, avere un lavoro ed una famiglia. Intorno a lui si stringono amorevolmente gli amici, e intorno alle vicende di questo bebè ruotano le vicende di questi personaggi, che cercano di sopravvivere nonostante tutto, nonostante una città che non li aiuta, una società violenta che cerca di intrappolarli in meccanismi malavitosi. Alcuni riescono a spezzare queste logiche perverse altri ne pagheranno le spese. Ben diretto, gli attori sono autentici, un altro buon film che difficilmente raggiungerà le sale.

    Non ci è piaciuto Honeymoons di Goran Paskaljevic, il film pur interessante come "soggetto" proponendo punti di vista multipli tra lo sguardo "albanese" / "serbo", sulla scia di feste nunziali, è comunque un film non uniforme e un pò sconnesso, dove i momenti di dramma sono ovattati e sembrano arrivare al momento sbagliato. Gli attori cercano di tirare fuori le proprie emozioni ma personalizzano troppo un film che in fondo vuole solo far vedere i gruppi etnici che ha alle spalle.
    Paskaljevic non è Kusturica, gli manca la poesia e la vena grottesco-surreale e non può nemmeno essere un drammaturgo perchè il risultato è quasi una amara involontaria commedia sulle ottusità serbo/albanesi, che meriterebbero invece un approfondimento più serio.

    Abbiamo visto anche Gordos del regista spagnolo Daniel Sánchez-Arévalo, una commedia amara, graffiante sul problema del "grasso", ossessione contemporanea. Il grasso minaccerebbe la magrezza che è uno status symbol, sinonimo di bellezza e produttività. Il film mostra come la superficiale analisi per cui i grassi sono "quelli simpatici e di buon umore" ma "senza controllo su se stessi", non spiega affatto i problemi delle persone. Lottare contro il grasso nasconde una battaglia diversa, che nulla ha a che fare con il grasso, è la battaglia della difficile accettazione ed individuazione del sé, è la battaglia per trovare il senso della felicità in una vita che facciamo fatica a decifrare. Davvero bravi gli attori, arguti, dinamici, ti trascinano nelle loro vite private con naturalezza.

    Il film egiziano "Wahed-Sefr" (One-Zero) di Abou Zekri Kamla ci ha lasciato un po’ perplessi invece. Un conduttore televisivo in crisi, un’estetista alla ricerca di clienti che sopravvive con piccole truffe, un figlio violento, una donna in crisi nel suo rapporto d’amore. Insomma un Egitto diviso e precipitato nei suoi problemi personali, poi però arriva la partita e tutti si uniscono in un carosello di felicità.
    Mi è parso superficiale e didascalico non è un problema di regia o di lavoro degli attori è davvero la sceneggiatura ad essere debole e a non avere la giusta intensità, come se passasse sopra i reali problemi dei personaggi.

    Aspettative deluse per il film "Al mosafer" (The Traveler) di Ahmed Maher: nonostante una bella fotografia, la recitazione è pessima e la storia davvero noiosa e saponata. L’attrice che da il volto a "Nura" potrebbe cambiare mestiere. L’apparizione di "Omar Sharif" non può bilanciare un film mal scritto e mal diretto.

    Il regista cinese Liu Jie torna con un film che ha per protagonista un giudice: "Touxi" (Judge). Confesso di aver amato molto il suo precedente lavoro, di cui questo film ricalca forse l’ispirazione ma sebza la stessa forza espressiva del precedente. Un film discreto, comunque, ben diretto, che a tratti ci fa vedere una Cina burocratica, rigida e spietata in cui coesistono corruzione ma anche umanità. Il difficile passaggio verso la modernità, verso nuove leggi, verso un nuovo stato di diritto che cancella per esempio la fucilazione per un semplice furto d’auto, è la trappola/catarsi personale e morale del protagonista.

    Abbiamo apprezzato "L’oro di Cuba" di Giuliano Montaldo un discreto lavoro su quello che il regime castrista ha portato a Cuba cercando di non rielaborare la solita immagine statunitense del comunismo affamatore di popoli. Viene presentata l’isola con la sua storia di rivoluzione da una dittatura per affidarsi a Castro che da tutti viene ricordato come un "liberatore". In questi anni poi lo sviluppo della cultura, della formazione ha reso Cuba un posto migliore, sconfiggendo alcune emergenze sanitarie e cercando di portare lavoro a tutta l’isola. L’embargo viene percepito come profondamente ingiusto perchè è la negazione della possibilità per Cuba di dimostrare che ha vinto la sua scommessa quando ha appoggiato la rivoluzione castrista o eventualmente di poter proseguire oltre.

    Davvero bello il gruppo di "corti", di storie dal titolo "Korotkoye Zamykaniye" (Crush) dei registi Petr Buslov, Alexei German jr., Boris Khlebnikov, Kirill Serebrennikov, Ivan Vyrypayev. I corti rappresentano degli amori forti esplosi in condizioni impossibili. Un giornalista in crisi d’identità aiuterà "involontariamente" un ragazzo con problemi psicologici a dimostrare il suo amore per una "vicina di casa". Un calzolaio sordo si innamora di una sua cliente. Per timidezza ne venera la scarpa con il tacco sognando di poterla riconsegnare e confessare la sua passione. Un sacrificio sarà necessario per superare questa barriera. Un corto dalla scrittura perfetta, diretto e interpretato in maniera esemplare forse il migliore dell’antologia Crush. Anche le buffe disavventure di un’aragosta pubblicitaria gigante, un costume indossato da un ragazzo determinato a non perdere il lavoro e a trascinare clienti dentro il ristorante che rappresenta, divertono il pubblico di Venezia. Il ragazzo viene picchiato in continuazione da tutti i potenziali clienti quando lui cerca di baciarli per convincerli ad entrare. Finisce con l’innamorarsi di una donna in fuga picchiata (dal fidanzato) e perseguitata anche lei come il nostro matto protagonista.

    Un’altra storia d’amore all’interno di un ospedale psichiatrico, una specie di lager sadico, dal sapore arruginito di una russia con sottomarini dismessi da smantellare. Il protagonista, non così matto come potrebbe sembrare si innamora della dottoressa, pagandone amare conseguenze. Spero vivamente che arrivi nelle sale.

    Bellissimo Mr. Nobody di Jaco Van Dormael. Il regista torna alla macchina da presa dopo "l’ottavo giorno" e sforna un capolavoro. I suoi temi dell’umano tornano prepotenti con un teorema forte: "Tutto quello che scegliamo ha senso. Ogni scelta è la scelta giusta", ma lo affronta dal punto di vista dell’umano "mortale", dell’ultimo che non ha potuto usufruire della tecnologia per essere immortale, l’ultimo che ancora possa insegnare qualcosa all’umanità. Questo tentare di corto circuitare presente-passato-futuro è il grande merito e la forza espressiva del film che si presenta come un’opera matura e originale. Un film post-umano, con una teoria chiara di quello che stiamo rischiando nel passaggio all’epoca del cyborg. Rivendica fortemente l’umano il "signor nessuno" che la nostra cultura sta soffocando in sogni di onnipotenza. Assolutamente da non perdere.

    Un pò di nostalgia a rivedere I magliari di Francesco Rosi, una pellicola restaurata, con uno straordinario Alberto Soldi, un venditore di stoffe "farabutto" come va di moda dire oggi, con tutti i vizi e le virtù di noi italiani. Sceneggiatura ben scritta e regia solida. Da rivedere per ricordarsi come fare buoni film in Italia.

    articles3_fotogreenaway.jpg

    Dopo "the nightwatching" lo stupendo film di Peter Greenaway del 2007, arriva "The Marriage" a Venezia un medio-metraggio di 40’ in collaborazione con l’olandese Reiner van Brummelen, direttore della fotografia specializzato negli effetti speciali. Una performance di live-cinema con l’autore in sala che commentava dal vivo le immagini. Greenaway mostra ancora la sua grande cultura in storia dell’arte e ci svela i segreti delle "Nozze di Cana" il quadro del pittore del Cinquecento Paolo Veronese. Il documentario diventa anche performance teatrale grazie ai commenti in sala del regista che sale sul palco a commentare e presentare le immagini. Gli effetti speciali, poi ci fanno vedere con differenti prospettive di ombre e luci il dipinto, svelandone le storie intricate che sono dietro all’elaborazione del Veronese.

    Deludente il diario-docufiction "Seo-wool eui ul-gul" (Faces of Seoul) di Gina Kim. L’artista che ci ha abituato ad opere di altro genere e livello presenta un diario sciatto con immagini girate con una telecamerina in giro per Seul. Ci dispiace dirlo ma non comprendiamo il senso di questa operazione se non la mancanza di mezzi finanziari per l’artista. Le immagini, brutte, fanno da sguardo opaco e triste del testo a tratti troppo personale dell’artista.

    Segnaliamo poi "Teat Beat of Sex" di Signe Baumane, una ventina di episodi animati da due minuti l’uno che parlano del sesso dal punto di vista della vagina. Esilarante ed istruttivo.

    Segnaliamo la brutta opera prima di Jorge Navas "La sangre y la lluvia" (il sangue e la pioggia) rivisitazione colombiana, implicita ed inconfessabile di Taxi driver. Un tassista viene massacrato di botte e cerca di capire perchè chi ha ucciso il fratello adesso vuole rendergli la vita difficile e prima di presentarsi all’appuntamento della resa dei conti incontra una bella donna con cui stringe amicizia e la trasporta nell’inevitabile incontro con la morte. Nei festival ci sono anche questi film. D’altra parte è un’opera prima, il regista saprà rimediare.

    Interessante ma non riuscito il film olandese: "De laatste dagen van Emma Blank" (The Last Days of Emma Blank) di Alex van Warmerdam. Un noir allucinato e cattivo, graffiante che risente dell’influenza francese di Claude Chabrol. Il film però è più criptico e sbilanciato di quanto ci si potrebbe aspettare. Siamo nella villa di Emma Blank, una ricca signora che maltratta la sua servitù. La donna sta per morire ed ha promesso in eredità tutte le sue ricchezze al gruppo di domestici che si prendono cura di lei (ma questo lo scopriamo lentamente dalle battute di frustrazione dei personaggi). Purtroppo non è facile stare dietro ad una donna sadica come Emma Blank. La servitù sopporta con la prospettiva di arricchirsi. Ad un certo punto però scopre che Emma Blank non è più ricca ed ha perso tutto tranne la casa.
    La reazione arriva violenta (e tardiva) ed è qui che forse il film mostra tutti i suoi limiti. Le vittime si trasformano in aguzzini "spillano" a terra Emma lasciandola morire di fame e sete. Una morte orribile a cui fa seguito la scena della sepoltura. Il gruppo poi va in pezzi e dimostra tutta la sua crudeltà, rapidamente. I personaggi rimangono come pupazzi nelle mani del regista a cui sta a cuore il suo teorema, ma non ci porta dentro pronti a fare la stessa cosa.

    Un pò buffo (involontariamente) il thriller Celda 211 dello spagnolo di Daniel Monzón per i suoi personaggi fumettati. Il soggetto è interessante: un secondino al suo primo giorno di lavoro si trova dentro una rivolta carceraria, per non essere ammazzato finge di essere uno degli insorti. Alla fine scoprirà la lealtà e la forza dei detenuti, in particolare del loro leader.
    La scarsità di mezzi si fa sentire e l’intreccio semplicistico alla fine è facilmente prevedibile. Gli attori fanno il possibile per dare spessore ai loro personaggi ma sembrano usciti da un western anni 70. Però ci siamo divertiti alla fine e pensiamo che possa avere delle chance in sala. Ma siamo lontani dall’opera d’arte.

    Venezia era anche Lebanon, Metropia, Soul kitchen, la doppia ora, Gulaal, Tom Ford, George Clooney, Matt Damon, e Michele Placido però vi volevamo raccontare la parte più nascosta che non raggiunge i riflettori. Venezia è anche l’occasione per vedere film da tutto il mondo, certo pochi saranno i film "riusciti", però è un’occasione unica per farsi un’idea del panorama cinematografico mondiale. Alla fine è stato un buon festival con molti buoni film e qualche ottimo film. I premi sono stati condivisi.

    articles3_est_ven 311.jpg

    C’era intesa anche per il clima generale che si respirava.

    Infatti a proposito di questo facciamo una riflessione. Tutti parlavano delle difficoltà in generale dell’industria cinematografica, la crisi economica ma soprattutto le miopie politiche che continuano a tagliare fondi e a non organizzare una politica per il settore. Praticamente potremo apostrofare un canzone di Vasco Rossi: "siamo soli".
    Il monopolio o l’oligopolio della distribuzione italiana sta strozzando la cultura penalizzando le scelte di visione.

    Non c’è un circuito per i cinema d’essai, nessun sostegno finanziaro nei cinema "comunali" o "universitari", le rassegne e la programmazione di buoni film sono lasciati alle iniziative private o alle scuole di cinema. Non è vero però che la cultura "non fa mercato", diciamo che non fa lo stesso "ricco mercato" delle produzioni pop-generaliste americane.
    Non è un motivo sufficiente per cancellarla dalle sale. Nessuno legge i libri di meccanica quantistica ma questo non è un motivo sufficiente per cancellarli dalle librerie. A Venezia si potevano ammirare produzioni sud-americane, asiatiche, europee, e tutte le volte la domanda era sempre la stessa: vedremo mai in sala questo film?

    Per non parlare di un tema molto sensibile: i giovani autori e le opere prime. Anche la sezione corto-metraggi ha dimostrato che ci sono in giro parecchi talenti è che un peccato non mostrare le loro opere in giro per le sale. Perchè per legge non si obbliga le sale a mostrare un cortometraggio di giovani autori all’inizio di ogni proiezione?
    Perchè il ministero non fa un portale gestito da critici cinematografici (non politicizzati e di prestigio) dove poter postare tutte le opere prime, con tanto di critica e valutazione (si potrebbero mettere tutti gli autori selezionati dai principali festival italiani per esempio)? Il migliori (una diecina per esempio) dovrebbero poter usufruire dei finanziamenti del ministero… in questo modo ci sarebbe una valutazione chiara e trasparente dei pochi fondi che vengono messi a disposizione e un continuo monitoraggio della creatività nazionale. Ma è solo un’idea, giusto per far capire che come tanti problemi in Italia la cultura (quella cinematografica poi…) è solo un altro nella lista dimenticato.

    Per alcuni dei nostri politici la cultura è un ostacolo. Registro come shockanti le dichiarazioni che hanno definito Venezia "ciarpame culturale", uno dei festival più importanti del mondo che l’europa ci invidia, e sempre questo tipo di politici ha auspicato il taglio dei fondi per Venezia e la biennale. Ma se non si ha il buon senso di proteggere Venezia, come si potrà fare qualcosa poi per il cinema in generale?

    Ricordiamo i PREMI UFFICIALI (dal sito della biennale)

    La Giuria Venezia 66, presieduta da Ang Lee e composta da Sandrine Bonnaire, Liliana Cavani, Joe Dante, Anurag Kashyap, Luciano Ligabue, Sergei Bodrov dopo aver visionato tutti i venticinque film in concorso, ha deciso di assegnare i seguenti premi:

    Leone d’Oro per il miglior film: Lebanon di Samuel MAOZ (Israele, Francia, Germania)
    Leone d’Argento per la migliore regia: Shirin NESHAT per il film Zanan bedoone mardan (Women Without Men) (Germania, Austria, Francia)
    Premio Speciale della Giuria: Soul Kitchen di Fatih AKIN (Germania)
    Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile: Colin FIRTH nel film A Single Man di Tom FORD (Usa)
    Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile: Ksenia RAPPOPORT nel film La doppia ora di Giuseppe CAPOTONDI (Italia)
    Premio Marcello Mastroianni a un giovane attore o attrice emergente: Jasmine TRINCA nel film Il grande sogno di Michele PLACIDO (Italia)
    Osella per la miglior scenografia: Sylvie OLIVÉ del film Mr. Nobody di Jaco Van Dormael (Francia)
    Osella per la migliore sceneggiatura: Todd SOLONDZ per il film Life During Wartime di Todd SOLONDZ (Usa)

    LEONE DEL FUTURO – PREMIO VENEZIA OPERA PRIMA (LUIGI DE LAURENTIIS)
    La Giuria Leone del Futuro – Premio Venezia Opera Prima (Luigi De Laurentiis) della 66. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, composta da Haile Gerima (Presidente), Ramin Bahrani, Gianni Di Gregorio, Antoine Fuqua, Sam Taylor Wood ha deliberato all’unanimità di assegnare il

    Leone del Futuro – Premio Venezia Opera Prima (Luigi De Laurentiis): Engkwentro di Pepe DIOKNO (Filippine) – ORIZZONTI
    Nonché un premio di 100.000 USD, messi a disposizione da Filmauro, che saranno suddivisi in parti uguali tra il regista e il produttore.

    PREMIO CONTROCAMPO ITALIANO
    La Giuria Premio Controcampo Italiano della 66. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, composta da Carlo Lizzani (Presidente), Giulio Questi, Marina Sanna ha deliberato all’unanimità di assegnare il

    Premio Controcampo Italiano: Cosmonauta di Susanna NICCHIARELLI (Italia)
    “per la capacità di ricordare attraverso gli occhi di una adolescente un momento cruciale del Novecento”
    Al regista Kodak offrirà inoltre un premio del valore di 40.000 Euro in pellicola cinematografica negativa nei formati 35 o 16mm (a discrezione del vincitore) che gli permetterà di girare un altro lungometraggio.

    Menzione Speciale: Negli occhi di Daniele ANZELLOTTI e Francesco DEL GROSSO (Italia)