La Sposa! Il mostro “preferirebbe di no”

La Sposa!

Horror, gangster, musical, metaletteratura e una grande storia d’amore: il secondo film di Maggie Gyllenhaal è il capolavoro tarantiniano che aspettavamo da tempo, già forte candidato a film dell’anno.

Intimo, ma epico allo stesso tempo” secondo Christian Bale (che interpreta la creatura di Frankenstein). “È mostruoso e umano contemporaneamente”: senza tanti giri di parole, Maggie Gyllenhaal alla sua seconda regia già pone una pesante candidatura a film dell’anno, offrendoci un grande esempio di cinema vorticoso come il Tarantino che ci manca da tempo (qui sotto il trailer italiano).

Fanta-horror (la creazione della Sposa da un cadavere di donna assassinata, su richiesta di Frank/Bale alla dottoressa Euphronious/Annette Benning), poi un frenetico musical (le scene di ballo nel jazz club underground che assomiglia a una discoteca moderna, e poi nella festa chic) e poi ancora… già, il gangster movie, perché la fuga in auto per l’America degli anni ’30 della coppia di amanti-mostri è una fantastica epica di Bonnie & Clyde del XXI secolo. E naturalmente, su tutto, la struggente storia d’amore di due outcast che fanno paura a chiunque li guardi bene e quindi hanno solo l’uno l’altra al mondo per sperare di poter sperimentare anche l’accettazione e la passione oltre all’esclusione e alla violenza.

Se non vi basta, se siete dei cinefili raffinati, sappiate che il film si apre con una geniale cornice metanarrativa, in cui è la stessa Mary Shelley (sempre Jessie Buckley) a possedere la giovane escort Ida, facendole vomitare al bar le verità inconfessabili per cui verrà uccisa da un laido mafioso italoamericano, i cui sgherri poi inseguiranno la Sposa rediviva (come la polizia e il detective corrotto Peter Sarsgaard con la sua abile assistente Myrna/Penelope Cruz) per metterla a tacere definitivamente. È al termine di questa cornice iniziale che la Shelley ci annuncia che “è ora di scrivere un sequel”, ovviamente del suo celeberrimo romanzo Frankenstein o il moderno Prometeo del 1818, iniziatore di una mitologia cinematografica di oltre 180 pellicole ad oggi. L’autrice letteraria tornerà a comparire di tanto in tanto nel corso della trama, come contraltare della Sposa.

Nel romanzo però il personaggio della Sposa non veniva creato: in realtà nasce nel 1935 come sequel del successo del Frankenstein di James Whale, interpretata da Elsa Lanchester per complessivi soli tre minuti, nei quali tuttavia riesce a rendere iconica l’acconciatura “a covone” dei capelli elettrificati con la ciocca bianca a fulmine.

Pettinatura poi ripresa come ricorderete nell’immortale Frankenstein Junior di Mel Brooks, citato anche nell’inizio del balletto alla festa, che poi sfocia in una sorta di selvaggia zombie dance alla Thriller di Michael Jackson/John Landis.

La Sposa compare poi in una ventina di pellicole, tra cui va ricordata la versione sexy pop de Il mostro è in tavola, Barone Frankenstein (Flesh for Frankenstein) di Morrissey/Margheriti (1973, con la ventenne, bellissima Dalila Di Lazzaro accanto a Udo Kier e Joe Dallessandro).

In seguito, sarebbe arrivata  La sposa promessa di Franc Roddam (1985,) con Sting nel ruolo del barone Frankenstein e Jennifer Beals come sposa.

Mentre in Frankenstein oltre le frontiere del tempo (Frankenstein Unbound) di Roger Corman (1990), tratto dal romanzo sci/fi di Aldiss compare Bridget Fonda come Mary Shelley (e un’altra rockstar come Michael Hutchence nel ruolo del poeta Shelley).

Va da sé poi che se Reanimator di Yuzna deriva da Lovecraft, il sequel Bride of Reanimator è una sorta di libero crossover delle due fonti.

La Gyllenhaal aggiunge alla propria ricetta citazioni di Romeo e Giulietta e soprattutto quel “preferirei di no” (“I would prefer not to“), mantra dello Scrivano Bartleby di Melville ripetuto più volte come emblema dell’orgoglioso rifiuto “femminista” di adeguarsi al ruolo che il mondo ha scelto per lei, oltre a numerosi omaggi al cinema degli anni ’30, ricreato attraverso le scene in b/n dei film dell’(immaginario) divo Ronnie Reed, una specie di Fred Astaire interpretato dal fratello della regista Jake Gyllenhaal, modello ideale per il romanticismo di Frank/Bale, che l’amore nel corso di un secolo di vita l’ha conosciuto solo al cinema, dove peraltro più volte si vede apparire al fianco degli attori del film (commedie musicali, ma anche horror) che divora avidamente, prima solo poi con l’amata Sposa.

Al di là della cultura cineletteraria, la forza del film sta nell’aver assegnato una sofferta e ribelle psicologia al “mostro femmina” che storicamente è sempre stata presentata come creatura di compagnia per la tragica solitudine del reietto mostro maschio rigenerato da Victor Frankenstein. E che, alla ricerca della sua vera (e pure tragica, quando lui gliela svela) origine, nella lotta contro il mondo per esistere nell’inesorabile diversità e nel suo nuovo “amore mostruoso”, accettato, “sposato” contro ogni buon senso, diventa vera protagonista della vicenda, criminale, assassina, addirittura ispiratrice di un movimento protofemminista di “sorelle” di tutt’America, che vedono nel suo (geniale) look (ideato dalla truccatrice Nadia Stacey) – capelli frisè ossigenati dall’alta tensione in faccia e sbaffo di bava nera dalle labbra sulla guancia destra – un simbolo di rivolta contro il patriarcato ancora opprimente nei ’30 (anche Penelope Cruz è la vera detective risolutrice della caccia ai “mostri”, ma viene accettata solo come segretaria di un detective maschio). La sequenza della rivolta delle donne nelle strade è fulminea e non ulteriormente tematizzata ma il segnale arriva forte e chiaro.

Non tutto il molto materiale che smuove il film è perfettamente sviluppato, ma chissenefrega, quando dà vita a un film così folgorante, frenetico e intenso fra tragedia, ironia e postmodernismo! Un film che si spinge molto oltre la rilettura fedele e sontuosa ma forse un po’ calligrafica del Frankenstein di Guillermo Del Toro dell’anno scorso con Oscar Isaac, Jacob Elordi e Mia Goth.

D’altissimo livello anche qui tutto il comparto visivo, comunque: oltre già citato al trucco/protesi dei “mostri”, i costumi di Sandy Powell, le scenografie anni ’30 di Karen Murphy (fantastico il laboratorio steampunk della Dr.ssa Euphrosnious) e la fotografia di Lawrence Sher, in anamorfico (formato molto largo 2:39), ma in IMAX per sequenze surreali e magiche o comunque che lo richiedessero a livello emotivo.

La Gyllenhaal nelle note di produzione insiste molto sulla componente “punk” dell’emarginazione dei suoi emarginati personaggi arrivando a citare l’amore di Sid & Nancy come ispirazione: le musiche del film, affidate alla compositrice/violoncellista dark ambient islandese Hildur (Ingveldardóttir, se riuscite a pronunciarlo!) Guðnadóttir (già Oscar per Joker), non contengono autentiche canzoni punk “come genere musicale propriamente detto, ma dovevano essere punk come attitudine e al tempo stesso romantiche”, spiega sempre la regista, che comunque ha seguito l’approccio “alla Sinners” di mescolare brani d’epoca, musica classica (ricordo Schubert) e canzoni moderne della cantante electropop svedese Fever Ray, che contribuisce con due brani (nella concitata scena del club, sotto un assaggio), il cui sassofonista David Murray ha collaborato alla colonna sonora, insieme a Lee Ranaldo (chitarrista dei Sonic Youth, il “vero punk” del team) e a un’orchestra sinfonica.

Noi l’abbiamo visto in anteprima stampa in lingua originale sottotitolata ma torneremo sicuramente a vedere questo romantico “Kill Bill del terzo millennio” in versione doppiata in una sala IMAX, dove è in distribuzione da oggi (giovedì 5 marzo 2026) per Warner.
Obbligatorio, la “fottuta Sposa” ci fa apprezzare la vita come quando… si viene dalla morte!

Mario G

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