Il 75enne inesauribile sassofonista di Chicago fa ballare ritmi afrofuturista al milanese Arci Biko Club con un’energia solare e contagiosa, nell’ambito dell’undicesima edizione del festival jazz milanese.
“Quel periodo è rimasto in me come un accordo sospeso:
non si è mai risolto davvero, è solo svanito nel rumore della città.”
(Samuel Delany, da Heavely Breakfast)
Entrano in sala alle spalle del pubblico e lo fendono salmodiando una litania afro, mentre il leader, con cappello da cowboy (v. video clip live qui e foto più sotto, NdR), soffia in un lungo tubo che suppongo sia un Valiha, bambù cetra o tubo arpa africano.
Sempre ballando come in una cerimonia rituale afrofuturista raggiungono il palco e i propri strumenti.

Sono in sei, due bianchi e quattro neri: Idris Ackamoor si alterna fra sax contralto, tenore e tastiera elettronica che usa come piano elettrico e organo Hammond; la come lui anziana Sandra Poindexter al violino, Bobby Cobb alla chitarra, Riccardo Di Vinci al basso, Gioele Pagliaccia alla batteria e – centrale nel sound dell’ensemble – Lorenzo Gasperoni, il polipo delle congas. All’occorrenza tutti cantano: le parti soliste il leader e la voce femminile della Poindexter, l’altra solista più in vista nel cocktail, tutti gli altri a coro quando il brano lo richiede (sul fondo nelle foto qui sotto, NdR).


Ensemble affiatatissimo in cui – accanto al leader e alla violinista-cantante – spicca la più giovane sezione ritmica marcatamente funky, speziata dalle onnipresenti percussioni di Gasperoni (nelle mie foto lo vedete di spalle in primo piano, NdA).

Con una discografia ufficiale stranamente assai più ridotta della sua età anagrafica e dell’ormai cinquantennale militanza nella fusion afrobeat – il suo gruppo Pyramids è in giro dai ’70 ma i primi dischi erano autoprodotti e venduti in poche copie ai concerti, se lo cercate su Wikipedia il più “antico” disponibile risale al 1998! – Idris Ackamoor è approdato ieri sera all’Arci Biko Club di Milano, cuore soul-black ‘n funk della Barona, con la sua miscela “afrofuturista” intrisa della fantascienza black di Samuel Delany e Octavia Butler (specie l’ultimo album Afro Futuristic Dreams, copertina qui sotto, ampiamente proposto nel concerto di ieri sera).

Miscela incandescente, con qualche anticipazione di un nuovo album in arrivo, plasmata sul suo apprendistato negli anni ’70 alla corte di Cecil Taylor – principe del pianoforte free jazz – e quindi riscaldata in un calderone fortemente ritmico che ha le proprie pietre angolari nell’afro funk di Fela Kuti, nel martellante Miles di Pangaea e Agharta, in cui l’ossessione ritmica iterativa collega il minimalismo europeo con le radici della musica tribale africana e la sua tensione mistica rituale, DNA di qualunque voluta psichedelica poi esplorata dalla folta corrente del pop rock e del jazz rock progressivo bianco nel fertile periodo trascorso dal 1967 a tutti gli anni ’70, quello dei Soft Machine e dei Gong, Weather Report, Mahavishnu Orchestra e dei Return to Forever (tutti discepoli davisiani ovviamente), le cui rifrazioni cromatiche brillano anche sul prisma dei Pyramids (basti pensare a che stagioni musicali evoca lo stesso nome della band…!).




Notate anche l’assonanza visiva fra le copertine degli album dei Pyramids con quelle (disegnate dal tedesco Mati Klarwein) per il monumentale Bitches Brew del Davis, per Abraxas di Santana etc. (v. galleria qui sotto, NdR).




Shakerate la miscela così ottenuta con qualche cadenza bossa del succitato Carlos chitarrista, che echeggia qua e là con profumi caraibici, e avrete completato il quadro a 360 gradi del flusso della musica che dall’Africa ha impregnato il Sud America e di lì il ceppo del blues, jazz, soul, rock, funk che il Nord America ha portato alle sue massime evoluzioni con lo sviluppo degli strumenti elettronici, fino alla techno e all’hip hop (parte integrante del movimento afrofuturista, come ben illuminato dal visionario saggio Più brillante del sole di Kodwo Eshun, qui sotto la copertina accanto a Idris col sax, NdR), facendone la musica del mondo intero.


Dal fondo sono sbucati, dietro le quinte accanto al piccolo palco rifluiscono dopo due entusiasmanti ore d’improvvisazione su ritmi che obbligano i piedi a muoversi, col leader che dà il ritmo con una bacchetta su una pazzesca pettorina-washboard metallica, mentre con l’altra mano tiene l’armonica a bocca che continua a suonare finché non è completamente eclissato ai nostri occhi, come il sole – da cui evidentemente assume l’energia inesauribile che sostiene i suoi 75 anni come se fosse ancora un ragazzino – nella notte, che ormai segna mezz’ora oltre la mezzanotte sui nostri orologi europei.
Ma dov’è stato nascosto finora, uno così?!
Serata assolutamente entusiasmante, speriamo di tornare a voi con altre scoperte dall’undicesima edizione del festival jazz milanese.
Mario G
P.S. a parte le copertine dei dischi riprodotte, tutte le foto e la video ripresa del concerto sono state scattate da Mario G con smartphone la sera del 29 ottobre 2026: tecnica grezza ma feeling fedele della serata.

