Al Teatro Out Off fino al 25 la “reazione euripidea” dei celebri sperimentatori torinesi Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa violenta la tragedia classica con arditezze vocali alla Bene, sberleffi grotteschi e scenografie psichedelico surrealiste.
“Senza Ebbrezza non c’è Amore / e senza Amore,
Penteo Regolati! L’uomo umano crolla, muore!”
(dal testo di Marco Isidori)
“Il teatro non può riferire, deve ferire”
(da Danzare in ceppi, di Isidori1)
La perfetta definizione di “avanspettacolo d’erudizione dionisiaca” usata nel titolo del nostro articolo proviene dal saggio di Roberto Cuppone incluso nel libro I teatri della Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa (vol. 2°, Editoria & Spettacolo, 2025*), che ci viene gentilmente offerto all’entrata dell’Out Off insieme al bellissimo Marcido 2007-2025, anch’esso 2° volume di un’illustratissima, coloratissima rassegna della teatrografia dell’indomita compagnia torinese, la quale violenta i palchi dell’avanguardia italiana dal 1986 e qui presenta (fino al 25 ottobre) le proprie “Istruzioni per l’uso del Divino Amore: mana enigmistico” ossia Le Baccanti di Euripide che “precipitano” a contatto col reagente Marcido.
Nientemeno (qui sotto un trailer dello spettacolo, NdR).
Testo euripideo che è stato interamente riscritto dal regista Marco Isidori – il quale vi interpreta Cadmo – con istrionismi lessicali che spaziano dall’aulico al contemporaneo anche popolaresco e giovanilistico (“piazzista”, “parruccone”, “sbarellare”, “fottuto saltimbanco”, “Patapumfete!”). “Il testo è stato tradotto nell’unica lingua che ci sembrò consona per stabilire un equilibrio politico tra l’indisciplinata e semipinocchiesca parzialità dello sguardo con cui fissammo gli interrogativi della tragedia, e la temperatura dello stato odierno della socialità” (da Danzare in ceppi1, ermetica introduzione al copione scritta dallo stesso Isidori, NdA). Per capirci, si va dalle cantatine vetero pubblicitarie “Du-du-dudù” (“Dufour”, ricordate?) all’esplicito “Al cazzo si prosternano, altro che a dio, le farfallacce”! (la foto qui sotto però ritrae la scena del Messaggero/Pastore, con al centro a sinistra Marco Isidori, a destra Alessio Arbustini e di spalle il Coro, NdR).

Scene e costumi ovviamente sono opera della di sempre partner in crime Daniela Dal Cin, mentre il carmelobeniano Paolo Oricco (foto qui sotto a sinistra, ormai un veterano della Marcido dall’alba dei 2000) tracima nel ruolo di Dioniso come un acuminato Piero Pelù (a destra) – ma dai lunghi capelli bianchi alla Johnny Winter (al centro) – dando al “Divino Amore” sfrenato, irridente e lussurioso una lussureggiante phoné, “musica verbale scenica inedita, unica, senza paragoni nell’intero orizzonte del teatro italiano” (* ibidem, pg. 302), che declina l’innaturalità vocale sperimentata dal citato Carmelo Bene con gli sberleffi giullareschi di un Dario Fo. “Perché il grottesco va sempre a braccetto col tragico”, ci spiega Isidori stesso, a margine della prima nei camerini. E l’impiego di un registro grottescamente straniante – specie nei dialoghi fra Dioniso/Oricco e Penteo/Ottavia Della Porta – è da sempre griffe meditata dei Marcido. Anche se è un grottesco sempre meditato e voluto, non certo un escamotage per “buttare tutto in caciara” e farla facile.



I Marcido infatti aprono la rilettura euripidea addirittura con un comico prologo da avanspettacolo recitato con accento napoletano su una scena (sempre dipinta dalla Dal Cin) con tanto di Vesuvio in eruzione, di (dico davvero) spiazzante clownerie, cui infatti il pubblico (in gran parte di studenti liceali) plaude più volte a scena aperta, come davanti agli sketch di Zelig, ancorché in scena si satireggi la decadenza del teatro proprio nella società contemporanea televisiva (v. foto qui sotto, NdR): “Questi tempi sono spenti / chi li riaccende più / se per fare la recita ci vogliono i TV. / Proposta modestissima / io ve la butto là, salvamolo ‘o Tiatro / via l’elettricità!” (dal testo, NdR).

Dal Vesuvio si passa a “una ibrida Metro-polis, casermone sopra e cavea sotto, mezza Eur e mezza Epidauro” (* ibidem, pg. 272) sempre by Dal Cin, mobile e spostabile dagli stessi attori in scena a rendere la reggia di Tebe o il monte Citerone a seconda delle scene (v. foto sopra al titolo). Le quali fondamentalmente rispettano lo svolgersi della trama della più “femminista” tragedia horror-incestuosa di Euripide, anche se inscenata con costumi composti da tute bianche (che a me ricordano quelle dei Devo) e maschere a forma di grandi bocche cefaliche aperte, tra le linguacce stonesiane e i surrealisti mascheramenti dei Residents o dei Tubes (v. qui sotto).

Isidori sfugge ogni rappresentazione ‘hot’ dell’eros in scena nelle situazioni orgiastiche sfrenate delle baccanti e anche il pulp della scena più cruda – lo smembramento di Penteo da parte della madre “Agave, la scuoiatrice” – affidandolo ancora una volta alla pittura della Dal Cin, che dipinge le membra dissezionate dell’incauto sovrano su un drappo bianco che avvolge il coro degli attori al centro della scena (qui sotto la scena precedente allo squartamento, NdR).

Il regista infatti mira piuttosto alla “costruzione di una trappola sensuale dove far precipitare ogni istanza del dettato storico della tragedia, per restituire, attraverso il filtro di una teatralità esercitata al massimo della potenza espositiva, il centro pulsante del discorso filosofico euripideo: la ricerca di una tensione orgiastica generale per la nostra specie, che (…) traguardi l’uomo, almeno per il tempo della rappresentazione, in una zona sentimentale antipodica rispetto alla normalità del vissuto quotidiano” (dalle note di regia, NdA).
Un momento, però… abbiamo nominato Pelù, Johnny Winter, Devo, Rolling Stones, Residents e Tubes, Oricco/Dioniso che sembra un Frank-N-Furter del teatro “alto” (qui sotto un memoire del Rocky Horror): allora siamo di fronte a un Baccanti in rock?

Per nulla: distantissima dai rituali dionisiaci techno della messa in scena di Filippo Renda al Litta, la “ricerca sonora antinaturalista ottenuta attraverso l’uso distorcente della voce” (* ibidem, pg. 269) è l’unica “musica” che ascolteremo in scena, a parte il piano del prologo e il finale con il comico twist di Modugno del 1962 Selene (qui sotto) sugli applausi.
Quindi i riferimenti all’estetica di varie stagioni del rock (v. foto qui sotto) nello spettacolo non hanno riscontro a livello di impiego di musiche note come colonna sonora: sono totalmente una nostra “rilettura visiva della rilettura visionaria” della compagnia, possono valere proprio come rimandi visuali di schegge della psichedelia surrealista tra Matisse, Ernst e qualcosa forse di Luzzati, con cui Daniela Dal Cin, “scenografa, costumista, visionaria interprete materiale delle visioni di Marco Isidori” (* ibidem, pg. 297), ha dato forma al dionisiaco rituale assolutamente fuori dal tempo.



Rituale che vola lontanissimo anche da qualsiasi evocazione storica della Grecia del V secolo (o foss’anche delle origini rituali, pagane e sanguinose della tragedia greca pre-classica).
In effetti, per quanto ci è dato di vedere la messa in scena dei Marcido potrebbe davvero svolgersi anche in un immaginario futuro alla Loretta Strong (dalla compagnia già performata) su “Selene-ene-a”.
Ebbene, “ferito” a dovere, come da auspicio del regista citato in epigrafe, nella mia illusione di “capire il magma dionisiaco, (…) non solo sfuggente, ma senz’altro enigmatico” (ancora dalle note di regia, NdA), vi consiglio di “entrare a capofitto nell’assalto alle Baccanti” dei Marcido, che rimane in scena all’Out Off fino a domenica 25, immersione per cui i libri sopra linkati sono sicuramente un inquadramento necessario, se non proprio… “divulgativo”, almeno nel senso più comune del termine.
Mario G
N.B.: foto di Giorgio Sottile, per gentile concessione della Compagnia.

