Ovvero spie dal Sol Levante: seconda puntata dell’inarrestabile “Cappi-san” sull’evoluzione del cinema di genere nipponico sulla scorta della raccolta dei poster promozionali nel libro della Creepy Image.
Per motivi che presto saranno chiari, in un volume sulla poster art giapponese come Son of Banzai! (a cura di Armin Junge, edito da Creepy Images, 290 pagine a colori, 34,50€) non può mancare la figura dell’agente 007, rappresentato dai suoi primi tre interpreti nella serie ufficiale: Sean Connery, George Lazenby e Roger Moore (anche se non protagonista sulla copertina del librone tedesco che vi riportiamo qui sotto, NdR).

Data la mia frequentazione trentennale con James Bond, in veste ora di traduttore, ora di editore o di saggista (Cappi-san è anche coautore dello studio Nel mondo di James Bond, copertina qui sotto, NdR), non vi posso risparmiare un paio di aneddoti sui suoi rapporti con il Giappone.

Per cominciare, corre voce che, quando il primo film della serie, Agente 007 – Licenza di uccidere(Doctor No, 1962, pag. 90) viene proposto ai distributori nipponici, questi ignorino che “No” è il cognome dell’avversario sino-tedesco del protagonista, quindi inizialmente traducano il titolo come Dottore, No! La versione italiana è più efficace, ma quando nel 1989 uscirà il film 007 – Licence to Kill lo si dovrà proporre come 007 – Vendetta privata, prendendo spunto da una battuta in un dialogo.


L’enorme successo di James Bond in Giappone, testimoniato dalle numerose pagine – da 89 a 93 – a lui dedicate in Son of Banzai!, ha storicamente due conseguenze importanti sulla saga cinematografica dell’agente segreto e sulla vita del suo primo interprete sul grande schermo.
In primo luogo, dopo l’ennesimo trionfo di Sean Connery in Agente 007 – Thunderball – Operazione Tuono (1965), la Bond-mania è un fenomeno di massa in tutto il mondo, ma soprattutto in Giappone. Anziché adattare come previsto il romanzo immediatamente successivo della “trilogia della SPECTRE” di Ian Fleming, Al servizio segreto di Sua Maestà, nel 1966 Saltzman & Broccoli della EON Productions optano per battere il ferro nipponico finché è caldo, e decidono di portare subito sullo schermo il romanzo seguente, ambientato appunto in Giappone: Si vive solo due volte (qui sotto a destra l’edizione originale del libro, al centro quella pocket e a sinistra il ‘nipposter’, NdR).



Solo che il romanzo in questione è uno tra i più cupi del ciclo, proprio a seguito di quanto è avvenuto in Al servizio segreto di Sua Maestà: l’esatto opposto di ciò che ora il pubblico, non solo giapponese, si aspetta dal personaggio interpretato da Sean Connery, ormai considerato un imbattibile ed equipaggiatissimo agente segreto playboy (come ben documenta la fotobusta più sotto, NdR).
Sicché, approfittando del fatto che Fleming è morto nel 1964 e non può dire la sua, al suo amico e collega Roald Dahl (sì, il creatore di Willie Wonka!) viene affidato il compito di scrivere un nuovo soggetto. Del libro rimangono solo alcuni elementi, inseriti però in un contesto ipertecnologico che segna nella saga cinematografica di 007 una definitiva svolta fantascientifica e camp (ovvero uno stile volutamente esagerato e autoparodistico, un po’ come nei telefilm di Batman di quegli anni). Sono due aspetti che si ritroveranno anche in alcuni film con Roger Moore, in particolare La spia che mi amava (1977) e Moonraker – Operazione Spazio (1979, palese sintomo dell’apice del successo popolare della fantascienza spaziale, NdR).

Per la cronaca, le capsule spaziali della SPECTRE in grado di rientrare sulla Terra (poster qui sotto, NdR), inventate appunto da Roald Dahl nel suo script per Si vive solo due volte (ben visibili a pag. 89 e 91 di Son of Banzai!) diverranno realtà con il Falcon 9 di SpaceX, il che ci insegna che non è vero che la fantascienza non prevede il futuro… e anche che forse dovremmo stare attenti a chi dispone di una simile tecnologia nel mondo reale.

Il film Agente 007 – Si vive solo due volte (1967) sbancherà il botteghino, ma dal Giappone Sean Connery torna traumatizzato: identificato da tutti con il personaggio di “Bondo-san”, è stato assediato da orde di fan nipponici in preda a un’isteria collettiva e braccato dai paparazzi fin nelle toilette. Per questo motivo decide di abbandonare la serie, rescindere il contratto per il sesto film e scegliere d’ora in poi sceneggiature che lo allontanino il più possibile dall’immagine di James Bond che pure lo ha reso famosissimo.
Il che porta Connery alla sua prima sostituzione – con l’ancora immaturo George Lazenby – in quella che invece avrebbe potuto essere la sua migliore interpretazione in quel ruolo, in Agente 007 al servizio segreto di Sua Maestà (1969, qui sotto l’edizione italiana e il nipposter, NdR), con una sceneggiatura fedele al romanzo di Fleming e il suo finale intenso. Tornerà a interpretare 007 dietro compenso maggiorato (in parte devoluto in beneficenza) in Una cascata di diamanti (1971) e in una produzione rivale, Mai dire mai (1983) più che altro per fare dispetto alla EON: il titolo smentisce infatti la sua affermazione che non avrebbe mai più interpretato Bond.


Ma nel 1966-67, subito dopo le riprese in Giappone, Connery ha rifiutato il ruolo di Bond in un’altra produzione rivale tratta dal primo romanzo di Fleming, Casinò Royale, non ancora sotto il controllo della EON. Non potendo contare su di lui, il progetto viene trasformato in una parodia delirante e psichedelica con David Niven e Peter Sellers, che porta alla bancarotta il suo produttore.

Così, a causa della “scelta giapponese” compiuta dalla EON nel 1966, bisognerà attendere Daniel Craig per vedere sullo schermo una versione cinematografica seria di Casinò Royale (2006, qui sotto copertina ediz. pocket, prima ed. italiana col Corriere – e nome dell’autore sbagliato! – e poster del film col Craig, NdR) e i capitoli conclusivi di Si vive solo due volte, inseriti nella sceneggiatura di No Time to Die (2021).



Una tiratina d’orecchie a chi ha curato le centinaia di didascalie: l’unica svista che ho ravvisato in tutto il volume riguarda proprio uno dei manifesti di James Bond: quello di Agente 007 – Si vive solo due volte (1967) a pag. 89 viene attribuito ad Agente 007 – La spia che mi amava (stesso regista, Lewis Gilbert, ma del 1977, il cui poster si trova etichettato correttamente a pag. 92) con indicato l’anno 1954, che è invece quello della prima apparizione del personaggio sullo schermo, ma per un adattamento televisivo negli USA con Barry Nelson (eccolo qui sotto).

Nondimeno, l’infaticabile curatore Armin Junge integra la selezione dedicata agli spy movies anni Sessanta con ben otto poster nipponici (pagg. 84-85) dei film basati sulla serie televisiva L’uomo dell’UNCLE, in cui l’agente segreto Napoleon Solo (all’epoca l’attore Robert Vaughn, ma qualche anno fa lo abbiamo rivisto con il volto di Henry Cavill) è un personaggio che fu ideato da Ian Fleming proprio per la tv americana (qui sotto vedete ancora il cineposter originale di Si vive solo due volte, NdR).

Ciliegina sulla torta spionistica: c’è anche il manifesto giapponese de L’imboscata (1967, pag. 82) forse il film più camp della serie sull’agente segreto Matt Helm, liberamente tratta dai romanzi di Donald Hamilton e interpretata da Dean Martin tra un whisky e l’altro (col merito d’aver avuto come colonna sonora del primo film la bellissima The Silencer di Vicky Carr, NdR). Anche se forse ha lasciato più tracce il successivo, Missione compiuta, bacioni, Matt Helm (letale traduzione italiana di The Wrecking Crew del 1968, NdR), noto per essere stato il primo film interpretato da Chuck Norris e l’ultimo in cui Sharon Tate poté vedersi al cinema prima della visita omicida della Family di Charles Manson nel 1969 (come racconta cinquant’anni dopo Tarantino in C’era una volta a… Hollywood, qui sotto la scena con Margot Robbie, NdR).

A completare la sezione Macho Men sono vari film di sbirri e gangster di diversa provenienza (come vedete nel composite di poster dal libro qui sotto, NdR): troviamo Il Padrino (1974, pag. 81), ma anche i suoi colleghi della Yakuza (pag. 101) e delle Triadi di Hong Kong nei film di John Woo e colleghi (pagg. 76-77) e persino un classico del poliziottesco italiano quale Milano trema: la polizia vuole giustizia di Sergio Martino (scritto dall’esperto Ernesto Gastaldi, 1973, pag. 105).

E non è ancora finita, perché di questo ricchissimo volume ci aspettano ancora le sezioni Bizarre, Horror e Science Fiction…
Come dicono in tv… restate con noi!
Andrea Carlo Cappi
P.S.: il “giro del mondo pulp” nipponico by Kapp si concluderà domani, con la pubblicazione su questo sito del terzo articolo, Shibari, kaiju e fantasmi kabuki.

