Antigone dietro le sbarre

Antigone

Al Teatro PuntoZeroBeccaria in scena fino al 10 maggio l’Antigone diretta da Giuseppe Scutellà e interpretata dalla compagnia teatrale Puntozero, di cui fanno parte anche giovani detenuti del carcere minorile milanese. Un classico reso in forma viscerale ma che parla ancora al presente.

“Non bisogna tentare l’impossibile”
(Ismene ad Antigone, dal testo)


Vi è capitato recentemente di osservare che un’attualità tormentata da guerre che potremmo definire fratricide fra popoli, etnìe, confessioni religiose, che si scannano sulla porta di casa per il controllo di un lembo di deserto (o magari di un barile di petrolio)? Vi è forse accaduto anche di notare qualche capo di governo che ambirebbe piegare la “legge degli dèi” (poniamo di chiamarla Costituzione, noi prosaici) alla propria volontà di potere e di controllo della vita della comunità?

Bene, allora abbiamo già sgombrato il campo sull’attualità dell’Antigone, tragedia di Sofocle del “ciclo di Edipo” che proprio di questo conflitto ci parla dal lontano 442 a.C. Edipo s’è accecato ed ha abdicato sconvolto dalla scoperta del proprio parricidio e incesto. Il trono è passato ai figli Eteocle e Polinice, che avrebbero dovuto alternarsi al potere, ma quando Eteocle (tu guarda come andava il mondo una volta!) si attacca alla regal poltrona, Polinice muove guerra a Tebe per rivendicare il proprio diritto (lo sappiamo da I sette contro Tebe di Eschilo): i due si uccidono a vicenda in duello davanti alla settima porta della città contesa.

Antigone si apre quando Tebe piange i propri due figli di stirpe regale morti, ma il reggente Creonte (in scena interpretato da Lisa Mazoni, compagna del regista Giuseppe Scutellà e con lui al timone della compagnia PuntoZero) impone di lasciare insepolto Polinice, in quanto colpevole d’aver mosso guerra alla propria città. Antigone (Roberta Gallo) ed Ismene (Joseena Rigo, anche notevole cantante in un brano lirico interpretato sul palco), sorelle dei due fratelli contendenti, affrontano lo strazio familiare in modo opposto: Ismene si piega alla legge (“siamo donne, non possiamo opporci alle decisioni degli uomini”), Antigone invece sfida il potere e si ribella in nome della legge non scritta degli dèi, che impone di dare sepoltura ai defunti, qualunque siano state le loro colpe in vita. Perché la legge divina (dei “valori umani”, potremmo definirla noi prosaicamente) sta comunque al di sopra di qualunque legge scritta o imposta dai detentori del potere.

La condanna ad essere murata viva in una grotta sarà inevitabile, nonostante le preghiere di Emone, figlio di Creonte ed Euridice (sua moglie, ancora Lisa Mazoni, responsabile anche degli esotici costumi di scena), che della giovane ribelle è promesso sposo. Il sovrano sarà inflessibile, perché “la legge non può piegarsi ai capricci di una donna” e inesorabilmente dovrà scorrere altro sangue, e non solo della sfortunata stirpe di Edipo.

Il Teatro PuntoZeroBeccaria si trova all’interno dell’Istituto Penale per i Minorenni Cesare Beccaria nel ridente quartiere popolare di Bisceglie (v. foto sotto), il che ci dona un’ulteriore presa di coscienza del senso dell’essere privati della libertà in giovane età (Antigone lamenta di “scendere nell’Ade senza aver conosciuto il talamo nuziale, senza aver cresciuto figli”).

La scenografia ideata da Scutellà (responsabile con Enea Pablo Zen anche degli intensi giochi di luce su rossi e blu quasi “argentiani”) è molto efficace, con quel piano sopraelevato e inclinato al centro del palco, che ci consente di seguire meglio l’infaticabile motus coreografico degli attori in questa messinscena visceralmente fisica, scandita dai ritmi tribali di Alessandro Piantanida e lo stesso regista (che mi hanno ricordato le Baccanti di Renda al Litta con la techno di Sofia Tieri) e che si apre tramite botole sul praticabile sottostante, tramutandosi in prigione nella roccia in cui viene calata Antigone e da cui emergono teste di attrici incorniciate da piedi levati in aria che fanno pensare ai dannati del Canto XIX dell’Inferno dantesco (“Se’ tu già costì ritto, Bonifazio?“).

Una regia raffinata e originale, che fa abilmente leva sull’intensa fisicità dei giovani attori (tutti tra i 14 e i 21 anni), alcuni anche palesemente d’origine nordafricana o mediorientale, con evidenti pronunce “esotiche” del non facile testo sofocleo, pur adattato in italiano Scutellà riesce anche a dare alla recitazione cadenze ritmiche che ricordano al nostro orecchio – profano di vocali lunghe e brevi – il trimetro giambico del testo greco antico, anche se l’inesperienza degli attori porta inevitabilmente a qualche dialogo recitato un po’ “di corsa” e anche qualche inciampo sulle battute. “Inevitabili piccoli incidenti di percorso, quando si lavora duramente a costruire attori dal basso come facciamo noi”, ci spiega tranquillo il regista, giustamente fiero del trionfo d’applausi che ha coperto la sua compagnia al termine del debutto nella sala (ancorché periferica) gremita da un pubblico per una volta composito e di tutte le età.

Probabilmente un simile crogiolo linguistico sarà stata l’autentica Tebe, nella Beozia del V secolo a.C., dove pochi “meteci” avranno frequentato corsi di dizione. Quel che è certo, è che il lavoro di PuntoZero mi ha smosso le riflessioni sul presente che ho messo in apertura, quindi ha svolto il suo compito di dare un senso civile attuale a un testo bimillenario. Dopo gli applausi, una preside ha chiesto se “non si potesse fare qualcosa con la scuola” e quale migliore auspicio donare al lavoro della compagnia che quello di contribuire a un po’ di crescita civile di questa collettività sempre più “screditata e vile”?

Al nostro ingresso in sala è già in corso il Khoros: una danza tribale (v. foto sotto) di tutti gli attori in scena a frenetici ritmi afro, “che prende da ognuno ciò che può dare, accoglie ciò che ciascuno è in grado di offrire e trasforma il tutto in un momento di intensa bellezza” (dalle note di scena). Khoros è “ricerca della comunità: una pratica che affonda le radici nel coro del teatro greco e che, attraverso corpo e voce, costruisce un organismo pulsante collettivo”.

In fondo, come sa chiunque scriva oggigiorno, contraddicendo la citazione del testo in aperura, si deve sempre “tentare l’impossibile”.

Mario G

NdR: le citazioni dal testo tra virgolette sono riportate a memoria, ci scusiamo se vi noterete qualche (probabile) imprecisione.

Le foto di scena sono di Gloria Semele (per gentile concessione della Compagnia), tranne il composite sopra il titolo, i casermoni di Bisceglie e le tre scene seguenti, scattate da MarioG con smartphone al debutto di sabato 25 aprile, purtroppo meno definite (ma speriamo utili a cogliere il mood della performance).

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