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L'immaginario di fantascienza tra scienza, tecnologia e linguaggio

Written by  07 May 2012
Published in Riflessioni
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Surreale cut-up fra le riflessioni di Giovanni De Matteo su fantascienza, letteratura e conflitto cultura scientifica/umanistica e il delirio in glossolalia paramedicale di Domenico Mastrapasqua che ha vivsezionato l'intervento al FFM.

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Il confine sempre più sfumato tra la frontiera della ricerca scientifica e del progresso tecnologico e le visioni degli autori di fantascienza: come l'immaginario contamina la realtà, nutrendosi delle sue premesse.


Vogliamo tracciare in questo articolo una parabola spezzata in quattro archi, riprendendo i contenuti e la forma dell’intervento che abbiamo tenuto insieme a Milano il 30 marzo 2012, inframezzando una fattispecie di relazione con delle incursioni metaletterarie dal carattere dirompente e spiazzante. L’obiettivo che ci prefiggiamo – ancora una volta – è sgomberare il campo dal pregiudizio che ristagna intorno alla fantascienza, in pressoché tutte le forme espressive possibili.


Partiamo da un tentativo di collocazione del genere nell’ambito della letteratura tout-court. Così facendo proveremo a dare innanzitutto una risposta al quesito: la fantascienza è vera letteratura? Allo stesso tempo, non senza intenti polemici, cercheremo anche di rispondere a una seconda, più oscura, domanda: può la fantascienza sopravvivere tra i confini di una scrittura degenere, priva, cioè, di punti di riferimento riconoscibili dai più?


Il mutamento è da sempre al centro delle storie che raccontiamo e che ci vengono raccontate. Con le dovute variazioni del caso, un eroe affronta una serie di peripezie e vicissitudini per perseguire un certo scopo, dichiarato o meno che sia; durante il percorso, superando una serie di ostacoli che gli vengono di volta in volta opposti, l’eroe evolve. Ed evolvendo cambia in qualcosa d’altro, di diverso, di nuovo. Per uscire dalla storia, quasi sempre, profondamente cambiato. Può succedere per via della crescita che si accompagna all’avventura, delle cicatrici che l’eroe riporta al termine di essa, delle perdite subite o delle conquiste ottenute, ma alla fine il protagonista è pressoché sempre una persona diversa da quella che avevamo conosciuto nelle prime pagine.


In altre parole, il cambiamento è il motore narrativo sotteso allo sviluppo drammatico delle storie.I generi nascono in risposta alla vecchia esigenza di catalogare che da sempre accomuna editori, librai e lettori. Al gioco si prestano gli autori, più spesso per consuetudine piuttosto che per convinta adesione. Naturalmente, con le dovute eccezioni. Al gioco si prestano anche i critici, più spesso per comodità e pigrizia piuttosto che per reale necessità.


Decenni di retaggio crociano hanno imposto nell’ambito della cultura italiana la supremazia del realismo umanista e del romanzo storico sulla narrativa di genere, fosse essa d’intrigo, d’avventura o di matrice fantastica. Benedetto Croce (1866-1952), forse è il caso di ricordarlo, è stato un filosofo idealista, scrittore, critico letterario, storico e uomo politico, e con Giovanni Gentile fu uno dei massimi intellettuali del nostro Paese, esercitando un influsso non trascurabile sulla cultura italiana del ‘900. Croce rivelò sempre un approccio a dir poco sprezzante verso la cultura scientifica, che considerava subalterna alla superiorità di quella umanistica, contribuendo in questo modo in maniera deleteria all’impostazione del sistema scolastico italiano e, a detta di molti critici, al ritardo stesso maturato dal Paese sul fronte dello sviluppo tecnologico e scientifico. Tra le massime riassuntive del suo pensiero, come dimenticare pillole di saggezza come: “matematica e scienza non sono vere forme di conoscenza” oppure la contrapposizione tra gli “ingegni minuti” dei tecnici e degli scienziati e le “menti universali” dei filosofi idealisti, categoria nella quale ovviamente Croce si riconosceva? Il retaggio di questo approccio continua ad alimentare un pregiudizio contro cui ogni appassionato di fantascienza prima o poi ha dovuto fare i conti.


Per avere un’idea della portata del dibattito, basti pensare che a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, a partire da una conferenza tenuta a Cambridge nel 1959, il fisico e scrittore inglese Charles P. Snow sviluppava nel celeberrimo articolo omonimo una riflessione sulle Due culture, quella umanista e quella scientifica, sul rapporto reciproco e sui benefici che entrambe avrebbero potuto portare a un’umanità in transizione attraverso un’epoca di forti contraddizioni e di grandi speranze, com’era appunto quella del boom che l’Occidente attraversava nel secondo dopoguerra. Con un approccio decisamente meno pregiudiziale di Croce, Snow, che riassumeva nella propria persona la formazione scientifica e l’attitudine umanista, si rivelò un intellettuale decisamente più arguto e lungimirante dei suoi omologhi italiani. Gli effetti sul lungo periodo sono sotto gli occhi di tutti: pur con tutti gli acciacchi riportati come conseguenza della crisi economico-finanziaria di questi anni, Regno Unito e USA si reggono su sistemi produttivi e industriali in cui la ricerca scientifica e i fondi destinati all’innovazione continuano a giocare un ruolo non marginale nelle economie dei rispettivi governi, mentre in Italia la ricerca è un settore che deve appellarsi al volontariato delle coscienze per non estinguersi del tutto.


Nell’ambito che riguarda più da vicino la questione che vogliamo affrontare, mentre in Italia i palinsesti sono dominati da agiografie di uomini di Chiesa e storie consolatorie di inquirenti, in divisa oppure in tonaca, alle prese con risibili misteri di paese – nel più sprezzante oblio dei grandi misteri che invece costellano la storia del Paese e su cui si potrebbero realizzare epopee cine-narrative a 360°, spaziando dalla tragedia alla farsa per soddisfare i palati più vari ed esigenti – sui canali americani o la BBC inglese abbiamo modo di apprezzare da anni prodotti di inconfondibile matrice fantascientifica che hanno saputo conciliare la qualità con la vocazione popolare: da Star Trek ai più recenti X-Files, Lost, Battlestar Galactica e Fringe, dal Doctor Who al suo spinoff Torchwood, passando per Life on Mars e Ashes to Ashes, la televisione americana e quella britannica non sono solo appannaggio di produzioni a basso budget per cervelli flatline. Il diverso risultato prodotto dalla diversa impostazione culturale (formativa, pedagogica, divulgativa) è lampante.

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Composizione (parte prima): uccimorboincapsulatato, girandolanaxenorazzacipina, immunomagoassentedone, magmatimorsecavandonitrofuocato, matusalvamofetudirgonassanocanico.


Forma farmaceutica o formulazione: Il disegno quantico non possiede uno schema. Il caos non ha schema. È probabile che non esistano, queste parole. Le frasi che ho detto. Probabile che non stia cercando uno schema. Caos, forse? No, perché lo schema è nella mente, dentro, cioè da nessuna parte. Futuro prossimo dimenticato. Anche lui avrebbe potuto essere uno schema. E invece. Ecco perché è morto. Niente… solo abissi. Dove tutto perde il senso, anche i disegni, le geometrie, della mente come della matematica. Il caos ride. Ma non ride davvero. L’idea del caos.# Cerca uno schema su cui addormentarsi. Noi la testa l’appoggiamo, la notte, quando dormiamo. Quando sogniamo. Appoggiamo infinite teste. Lo schema viene prima della formulazione. La malattia si diffonde nel piccolo. Parte dal grande. Deduce se stessa. Il caos non è fuori né dentro – è dappertutto. I disegni aumentano, si riproducono. La medicina è nel nulla, perché segue un disegno invisibile, e i disegni invisibili non si possono replicare. Il caos va scacciato con il non senso. Se non esiste, non posso pensarlo. E allora dico. Lo schema quantico non è, non esiste, così come i quanti non si muovono attraverso schemi. Il nome di questo farmaco è vuota redenzione allucinatoria autoiniettata per via semantica. Distruzione, prima che la placenta diventi pianeta, che lettere schiaccino altre lettere, che il senso perda se stesso, che acquisti uno schema.


Categoria farmacoterapeutica
: Arma non convenzionale. Di derivazione più-che-psichica. Psichica. Mentale. Del pensiero. Di pensieri che partoriscono altri pensieri. Più-che-psichica. Arma, dunque, non derivazionale. Derivare da una malattia, da una cura, oppure da un qualcosa che sta nel mezzo. Cosa potrebbe stare nel mezzo? Malattia e cura si incontrano, si scontrano, si annullano barra zittiscono. Noia. Concetti falso antitetici inseriti in un unico tessuto significante. La logica di un’arma convenzionale è nelle semantica di appartenenza. Il manuale di istruzioni dice come caricare, sparare e ricaricare, come pulire la canna e sostituire i pezzi difettosi. Armi convenzionali. Concetti derivati da altri concetti. Aberrazioni. Le armi non convenzionali. Invece. Le armi non convenzionali. Il vostro corpo non lo è. Come reagirà? Il senso di questo farmaco non ha corpo. Voi, al contrario, avete un corpo ma non un senso. Il farmaco annullerà ogni pseudocertezza voi abbiate barra crediate di avere barra volere, riconducendo il corpo di cui siete possessori illegittimi barra originari al nocciolo radioattivo della questione delle questioni: il senso di un farmaco è negli effetti che non produce.

Indicazioni terapeutiche: Mentre dimenticherai l’odore dei fossili, gli infiniti stadi del non-essere acquisteranno un senso nuovo. Tutto ciò che adesso è incomprensibile, d'un tratto diventerà limpido. I futuri che non hai mai scritto sporcheranno di seppia l’attimo immortale che tiene insieme i granelli della memoria. Distruggerai per non confonderti. Quale la tecnica migliore per spegnere un incendio gelido? Quali sono i pulsanti da premere? Quale, soprattutto, la giusta frequenza? Mentre il disegno oscuro di entità senza nome e senza volto sconquasserà le viscere della tua dimensione preferita, un uomo chiamato Terrore accenderà un fuoco in un angolo del tuo cervello, si siederà a terra e comincerà a fumare i tuoi pensieri. Quando ti accorgerai di lui, sarà troppo tardi. Non temere, quando accadrà. Le cose saranno come sono sempre state. Il tuo modo di vederle, però, cambierà. Scivolerai come energia incerta tra i cunicoli non locali di una dimensione buia ma eccitante. A questa dimensione potrai dare un nome oppure no: non avrà importanza. Sarà lei a fluire dentro di te, non viceversa. Attorno al focolare, l’uomo chiamato Terrore ti racconterà una storia triste, ma tu riderai. Lui, poi, dopo l'epilogo, farà lo stesso. Nessuno di voi capirà il motivo.

Lungi dall’essere questione di valori o di meriti, tra mainstream e generi le distinzioni si riducono nella maggior parte dei casi a una questione di attenzione: il primo mette maggiormente a fuoco la sfera psicologica dei personaggi e le dinamiche relazionali che intessono; nei generi gioca un’importanza non accessoria invece la trama stessa, e spesso il mondo intorno ai personaggi assurge a un ruolo di prima grandezza. Messa in questo modo, in termini semplicistici e riduttivi, ci rendiamo conto di quanto la situazione possa suonare ambigua: si può definire una linea di confine tra i territori del mainstream e quello dei generi che sia univoca e condivisa da tutti? O meglio: si può farlo senza paura di essere smentiti, se non si è né degli editori, né dei critici?

Da qualunque lettore o autore vogliate interpellare, riceverete l’unica risposta possibile: ovviamente no. Non è così facile. E spesso è tutta una questione di sensibilità, giocata comunque su due piani: in prima battuta, il piano di chi scrive, capace di toccare alcune corde piuttosto che altre; in seconda battuta, il piano di chi legge, disposto a farsi “ingannare” – la famosa willing suspension of disbielef di coleridgeana memoria, la sospensione volontaria dell’incredulità su cui si fonda ogni narrazione, quale che sia il medium adottato – su un campo piuttosto che un altro, facendosi coinvolgere a un livello piuttosto che a qualche altro.


Si può intuire quindi quanto la cosa sia delicata. Ogni genere ha le sue regole da rispettare e c’è sempre un canone con cui confrontarsi. Doyle, Hammett, Chandler, Stout, Simenon, Malet, Manchette, MacDonald, Fleming per il mystery. Lovecraft, Howard, Hodgson, Leiber, Tolkien, Bradbury, Moorcock per il weird, l’horror e il fantastico. Asimov, Bester, Clarke, Heinlein, Sturgeon, Delany, Dick, Ballard, Gibson per la fantascienza. Con alcune figure a cavallo tra i generi, come ad esempio Edgar Allan Poe, Jack London, Clark Ashton Smith, Fredric Brown, Richard Matheson, Iain M. Banks. Giusto per abbozzare delle liste parziali, lacunose e approssimative. Tuttavia maneggiare i generi è spesso un rischio. Gli autori rischiano di restarne invischiati e talvolta – ultimamente sempre più spesso – rischiano anche di farsi prendere la mano. Perché avere a che fare con i generi espone al rischio della contaminazione, e infatti sempre più autori si cimentano con varie formule di ibridazione, mescolando temi e stilemi provenienti da generi diversi, originando creature eterogenee ed eterodosse, spesso e volentieri contraddistinte da un fascino esotico. La letteratura di genere è anche definita non-mimetica, in contrapposizione al mainstream, o meglio alla letteratura di stampo realistico, che “mima”, “simula” e “riproduce” fatti che possono verificarsi nel presente di chi scrive, oppure possono essere avvenuti nel suo “cono storico di luce”, come uno scrittore di fantascienza definirebbe il passato. Passato e presente obbediscono a condizioni che sono note a tutti o che dovrebbero esserlo, un sottostrato condiviso da autori e scrittori.


Ma il futuro? Il futuro è per definizione non scritto, aperto alle possibilità, molteplice e sfumato. Gli eventi sono avvolti nelle nebbie dell’incertezza. Ma è davvero tutto possibile?


Se chiedete a un appassionato, nove volte su dieci egli ci terrà prima di tutto a rimarcare la distanza dal fantasy: ovviamente no, sarà quindi ancora una volta la sua risposta. Non tutto è possibile nella fantascienza. Deve essere rispettato un principio di coerenza interna, e la storia deve avere una coesione sufficiente a rendere attendibili o almeno plausibili i fatti narrati e il mondo che gli fa da sfondo. Il che dimostra come la fantascienza non sia meno rigorosa del romanzo storico, come generazioni di critici hanno voluto insegnarci. Anzi, in un certo senso, la fantascienza è proprio una versione aggiornata del romanzo storico su cui siamo cresciuti a scuola, con l’unica, peculiare distinzione che, anziché essere ambientata nel nostro passato, è ambientata in un tempo diverso: un passato o un presente alternativi oppure, più spesso, un futuro possibile, se non proprio probabile.


Composizione (parte seconda): pentalienzagustezzopiroso, natumeccanoquanzienteborato, multiapparsidaquanderasvanito di odio, nitrogliceridacquadiscioltolata, vonsidrosantobatuffomixicillina.


Controindicazioni: Uno strappo nel continuum. Cronorigurgito. Il movimento è degno della peggiore delle macchine del tempo. La memoria. Ricordate, eppure il futuro non è mai stato diverso dall’infanzia. Dimenticate. Tuttavia, nonostante l’inganno, l’infanzia non è da sottovalutare, se il futuro si ammazza. Muore, rinasce. Liberiamocene. Il passato piange lacrime specchiandosi nel futuro, nell’incommensurabile osceno. Ascendere verso la grande otturazione che formula inferni di ore, minuti e secondi, come se possedesse un corpo. L’identificazione procede attraverso fusioni tachioniche. Chi mangia chi? Allo stesso modo, i discorsi di un sovrano sono pagati calcolando il numero di pixel incolori dati alle fiamme dalla termocrazia demoipnagogica. Il passato è morto. Il futuro, anche. La parola non racconta. La concatenazione si è sempre sviluppata nel tempo. Il tempo finisce. Il senso finisce, il tempo finisce. Una pasticca-parola e la cronoagonia evapora. Lampi di comprensione. Uptempo. Tempo. Esplodono. Pus.


Precauzioni di impiego e Avvertenze speciali: Non sta respirando. Però sembra che respiri, quando si appiccica e quando esce. La connessione non è nel cervello. Intrappolati dentro coscienze calde quanto incorporee, moriamo infinite volte. Cerchio. Collegamento, separazione: inspirazione, espirazione. La sensazione è che il fluido vitale abbia perso vigore, che la psiche soffochi. Infine si muore, ma il problema è che il finale che noi tutti crediamo di conoscere, quello Vero, quello che pensiamo essere quello vero ma che sentiamo debole, non è che l’inizio di una nuova morte. La connessione uccide dall’esterno. È riflettendo sul non valore delle cose che ci accorgiamo di quanto la connessione sia una macchinazione. Abbiamo ragione a darci torto, anche quando un osso spezzato assomiglia a una cura. La redenzione non è nell'asportazione chirurgica dell'osso, ma nella sua autosottrazione: l'osso deve sottrarsi da sé. Come all'inizio di una nuova fine, una qualsiasi. Un qualunque niente. Niente, appunto.


Interazioni: Principi attivi ed eccipienti hanno tranciato il confine incerto tra realtà e sensazione. Al di sotto della pelle quantizzata, scorrono illusioni-molecole miste a sprazzi di coscienza-sipario in multiproprietà. I tentacoli dell’essere si allungano e si accorciano come pensieri condivisi da cento miliardi di esseri viventi. Dentro la frattura, c’è un intero universo. Il burlone di Higgs ha preso in giro tutti. Non sappiamo più niente: siamo nell’assoluto, possediamo una non conoscenza che già non ci apparteneva quando non dubitavamo della sua non esistenza. La libertà dai significati è la conseguenza naturale di questo farmaco postumano. Viene dopo l’uomo e dell’uomo non ha nulla, se non le parole che lo descrivono. Sotto, è esattamente come vorremmo che fosse: un baratro cilindrico tappezzato di filologie morte. Questo significa quello, quest’altro significa un’altra cosa. Come può un contenitore, già di per sé dotato di senso, contenere un altro contenitore? Uno dei due mente. I principi attivi spezzano l’inganno rivelandovi la vera natura del mentitore. Le cose, adesso, vomitano una nuova telepatia. Trattenete il fiato.


Naturalmente, si sarà capito, stiamo facendo un discorso generale. Le eccezioni sono molteplici e anzi, come accade spesso, lo studio risulterebbe sicuramente più interessante e forse anche più completo se prendesse in considerazione proprio le eccezioni, in un tentativo di indagine dei confini rivolto a definirne la forma e da questa risalire alla sostanza, all’essenza. Purtroppo ci manca il tempo per farlo, quindi scegliamo un approccio diretto, meno sofisticato, ma speriamo sufficientemente scientifico.


Qui ci basterà dire infatti che la fantascienza è la letteratura del mutamento, del possibile e del superamento. Mostra come, cambiando alcuni parametri della nostra realtà (società, storia, tecnologia), potrebbe diventare o avrebbe potuto essere il nostro mondo, e nel nuovo scenario che ne deriva mette l’umanità di fronte alle implicazioni e agli effetti di questi cambiamenti. E siccome il mutamento è al centro di ogni storia della letteratura che valga la pena di leggere, il fatto che il mutamento sia la premessa per una storia di fantascienza rende quasi il genere una meta-letteratura, una letteratura alla seconda potenza, incapace di prescindere da interrogativi sul mondo, sull’uomo e sul loro destino.


Secondo illustri firme che prima o poi hanno intrattenuto un flirt con lei, la fantascienza è per questo l’ultima frontiera dell’avanguardia culturale, artistica e civile. E chi siamo noi per diffidarne? Inoltre, proprio il suo rapporto con il “mutamento” e soprattutto con il “superamento” (di una condizione, di un limite, di un ostacolo apparente), rende la fantascienza un terreno fertile per l’attecchimento della riflessione e degli esperimenti dei connettivisti, che si rifanno a quella che, richiamandoci alle considerazioni di Alex Tonelli, già curatore della prima silloge di poesie connettiviste (Concetti spaziali, oltre per i tipi di Kipple Officina Libraria), possiamo definire come “la poetica dell’Oltre”.

D’altro canto, le difficoltà che s’incontrano quando si cerca di ridurre la fantascienza a una definizione sono ben testimoniate dalle dichiarazioni di autori e critici illustri. Si pensi a Damon Knight (“la fantascienza è ciò che intendo quando parlo di fantascienza”) oppure a Norman Spinrad (“la fantascienza è ciò che viene pubblicato sotto il nome di fantascienza”).


La fantascienza è come un attimo che fugge: una di quelle cose più facili da cogliere intuitivamente che da definire compiutamente. Lo dimostra il timido tentativo di definizione azzardato poco fa, ma stanno a dimostrarlo anche gli innumerevoli – e ben più autorevoli – tentativi avanzati da critici e scrittori prima di noi. Un esito più efficace, e di stampo sicuramente meno tautologico, è quello raggiunto da Valerio Evangelisti, il più grande tra i nostri scrittori di genere, che ha così riassunto il ruolo della fantascienza: “la fantascienza è quel genere che ha per oggetto i sogni e gli incubi generati dallo sviluppo scientifico, tecnologico e sociale”.


In effetti, per tornare a quanto dicevamo in apertura, diventa sempre più difficile distinguere tra ciò che è fantascienza e ciò che non lo è. Pensiamo a internet, alla rete, al cyberspazio: una sinestesia di stimoli, un universo artificiale…


Un’allucinazione consensuale condivisa ogni giorno da miliardi di operatori legittimi, in ogni nazione, insegnando ai bambini concetti matematici [...] Una rappresentazione grafica di dati ricavati dalle memorie di qualsiasi computer e inviata al “sistema uomo”. Impensabile complessità. Linee di luce distribuite nel non-spazio della mente, ammassi stellari e costellazioni di dati. Come luci di città che si allontanano.


Esperienza quotidiana di tutti noi, ma codificata nelle pagine di un romanzo di fantascienza nel 1984! Sono trascorsi quasi trent’anni da quando William Gibson diede forma alle sue intuizioni in Neuromante e il mondo in cui viviamo potrebbe risultare credibile ai personaggi delle sue storie altrettanto del mondo inventato dall’autore per loro.


Le immagini ideate dagli scrittori di fantascienza hanno dimostrato una spiccata facilità di penetrazione nel nostro immaginario: pensiamo pure ai robot, alle astronavi, al Grande Fratello (inteso non solo come reality show, sebbene in Dick ci sia anche quello, ma come forma di controllo pervasiva, interstiziale, costante, delle nostre vite, dei nostri gusti, dei nostri pensieri), alla forma dell’alieno, alle intelligenze artificiali. E anche a concetti forse più distanti, come la Singolarità Tecnologica – l’attimo in cui le intelligenze artificiali assumeranno consapevolezza del proprio sentire, evolvendosi in intelligenze artificiali forti, con esiti imprevedibili per la storia – o la macchina del tempo.


E al pari delle immagini, il linguaggio necessario per descriverne le invenzioni si è diffuso molto al di là dei confini del genere. La fantascienza è un campo in cui non si può fare a meno di riscrivere la lingua, proprio per tener dietro alla capacità immaginifica necessaria per la riuscita delle sue storie.

Eccipienti: minuscomondocoquadropanico di possiamo, trilidiodicomputocarneplasticellulamixato, metaorrendocurvatico di galassio elettrogiasploso, nolimispaziomatematadessormicina.


Dosi e tempi di somministrazione: Esplosioni esoscheletriche. L’equilibrio apparente trema: una leggera malizia, nei suoi turbamenti strutturali. Quando il baccello extracorporeo danza e riproduce sequenze numeriche inesistenti, la visione del “quando c’ero ma non lo sapevo” – qualcuno direbbe del “non ci credo perché dici che l’hai visto mentre io non c’ero e quindi mi permetto di negare” – quando il senso danza e riproduce sequenze numeriche inesistenti, la struttura del “preferisco dormire” torna prepotente. L’idea diviene ticchettio, e il metronomo che non c’era si allinea al cicaleccio di una parola che non ha suono: rumore insopprimibile se la stanza si riempie di sedie, tavoli e ologrammi dialettici di ogni sapore, forma e conclusione. La bomba semantica è fatta di cadaveri avariati. A ogni esplosione, si moltiplica spalmando dappertutto memi virtuali, attorcigliando intestini, lingue… orecchie, per coloro che ascoltano con la testa. Frammenti scomposti nel calamaio. Cadono, toccano il fondo della pagina, una, due, tre, infinite volte. Il ritmo – eccolo – si rivela: ombra di un pensiero fatuo, naturale.


Sovradosaggio: La bulimia semantica genera mostri, un esercito di significati asfittici che non lascia scampo. La percezione dell’esplosione metalinguistica non è percepibile, poiché la percezione dell’aldilà è puro ultracorpo. Il confine, benché vuoto di senso – in quanto corpo – inibisce il senso di tutto ciò che non lo riguarda – cioè del corpo – tagliando fuori qualunque possibilità di estrapolazione interna. I cadaveri semantici nascono morti. La terra trema, i sensi tornano a funzionare, ma sono immersi nel terrore fatuo dell’ultrasenso, del vuoto che non sa. Il pensare diviene altro, diviene pensare sul pensare, pensamento, pensarsi addosso, pensamento globale e per questo inconcludente, umano. Il pensamento può essere globale nella misura in cui la globalità è il fine di un fine che è mezzo, né alfa, né òmega. Basti pensare al viaggio di una locomotiva ricolma di anime ambulanti che lascia scendere i passeggeri e riparte. Il senso è nel motore, nei meccanismi e nelle ruote. I passeggeri e il fischio del treno sono falsi significati. Il senso è nella velocità che taglia la geografia senza ridurla a triste mappamondo.


Effetti collaterali: Il fronte dell’esplosione balzella di scatola in scatola, tumulando crani, disegnando persone. Collegamento: infinito nonché potenzialmente retroattivo è il senso di nulla che accompagna l’illusione intracranica causata dalla percezione allargata. Anche oltre i confini del non corpo che non possedete né, soprattutto, potete realmente pensare di possedere – potete sognarlo, al massimo – il bioveicolo sente ma non riconosce il vuoto dentro di sé. Le nebbie del tutto e quindi del niente ricoprono anche se stesse. Dopo il risveglio del morto, non avrete luci dentro cui specchiarvi, né un linguaggio imperfetto, cioè perfetto, attraverso il quale violare i significati. La mancanza di vuoti è la regina dei vuoti. Voi generate il verbo, il verbo genera il tutto. Ma se avete un nome, non potete andare da nessuna parte. Annullando i pieni, invece, l’oscurità calpesta spirito e percezione – prima delle parole, prima, cioè mai. Annegamento nel mare venefico di Hilbert – vedere, sentire, capire: essere. La biologia è morte. Morte alla parola.


Alcune espressioni e immagini si sono radicate nel nostro immaginario, dove continuano a riscuotere enorme successo: si pensi a termini come distopia e ucronia, invalsi nell’uso comune, o ancora a teletrasporto, ologramma, virus, firewall, matrice, adottati di diritto nel gergo tecnico dei rispettivi campi. Oppure pensiamo ancora a figure come il doppio, a partire dal dramma fantascientifico RUR di Karel Čapek (1920) e da Metropolis di Fritz Lang (1927), passando per L’invasione degli Ultracorpi di Don Siegel (1956), i robot di Isaac Asimov e tutti i simulacri di Philip K. Dick, fino ai replicanti di Blade Runner (1982), agli androidi di Terminator (1984-2009), ai cyloni di Battlestar Galactica (2003-2009). Oppure l’alieno, dai marziani bellicosi della Guerra dei Mondi di Herbert George Wells, Orson Welles e Brion Haskin (1898/1938/1953) agli Ultracorpi (ancora una volta), dalle innumerevoli civiltà antropomorfe di Star Trek (1966-oggi) al variegato ecosistema galattico di Guerre Stellari (1977-?), dagli enigmi planetari de Il pianeta proibito (1956) e Solaris (1961/1972) alle minacce xenomorfe di Alien (1979-1997), fino ai prodigi di world-building di Avatar (2009) e alle straordinarie promesse dell’imminente Prometheus di Ridley Scott.

Una caterva di titoli che testimonia la vitalità del genere e ancor più il successo di elementi prettamente fantascientifici come metafore del nostro tempo: che sia il doppio o l’alieno, la storia è sempre un pretesto per parlare dell’uomo, di noi stessi e di cosa ci accomuna, della società in cui viviamo e delle sue contraddizioni.


Il compito della fantascienza non è infatti mai stato quello di anticipare una scoperta, anche se spesso ci è andata vicina, come con i cellulari di Star Trek o il cyberspazio di Neuromante (entrambi casi che potrebbero anche essere presi come esempi emblematic di self-fulfilling prophecy), quasi che la realtà avesse voluto smentire la ragion d’essere principale del genere. Che non è quella di prevedere, ma trasfigurare: mutare le coordinate del nostro mondo, per regalarcene versioni distorte, come in una galleria di specchi aberranti, per consentirci di scrutare il presente da una prospettiva inedita. Nel solco di un altro grande maestro, Theodore Sturgeon, autore di un capolavoro ambientato nel mondo violento del circo (Cristalli sognanti, 1950), e artefice della nota legge associata al suo nome: “Il novanta per cento della fantascienza è spazzatura; ma il novanta per cento di tutto è spazzatura”.


E qui, se vogliamo, abbiamo già una risposta all’interrogativo che ha ispirato questo intervento: la fantascienza sviluppa pensiero? Ci ha chiesto Mario Gazzola.


Noi ci auguriamo che per chi non fosse già un appassionato, questa rapida panoramica delle sue potenzialità rappresenti un’opportunità per confrontarsi con un universo di storie e di autori, per scoprire le innumerevoli sorprese disseminate lungo la sua storia, che costituisce di fatto l’ossatura dell’immaginario del Novecento e arriva fino a noi.


Se siete in cerca di risposte preconfezionate, tuttavia, presto scoprirete di esservi ingannati. Nulla è semplice come sembra, e nella fantascienza è ancora meno semplice che in altre faccende della vita. Stiamo parlando di un genere e di autori che si trovano più a loro agio sollevando domande, piuttosto che fornendo risposte. Imporre risposte attiene semmai al regime del pensiero omologato da cui ognuno di noi farebbe bene a stare alla larga. Anche questo è un insegnamento che ci ha lasciato la fantascienza e che, se avrete la bontà di perseverare, segnerà anche voi: diffidate sempre delle risposte facili, specie se a darvele è qualcun altro.


Probabilmente, se non siete già dei conoscitori o degli appassionati del genere, uscirete da questa raccolta di spunti con più domande e dubbi di quanti potevate averne quando vi ci siete imbattuti. Ma questo non dovrebbe essere motivo di preoccupazione: cercando di sciogliere le riserve, di scoprire le connessioni segrete che si nascondono dietro le apparenze, forse non ve ne state accorgendo, ma state già dando una risposta alla domanda che vi ha condotti fin qui.



Giovanni De Matteo e Domenico Mastrapasqua

PS: le illustrazioni sono ispirate al metodo del cut up di William Burroughs e Brion Gysin



Last modified on Monday, 07 May 2012 12:14
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