NoGravity: rigorose geometrie dell’impossibile

AvantGarde locandina

In AvantGarde, al Teatro Menotti fino all’8 novembre, il teatro danza di Pellissari celebra le avanguardie storiche in una serie di quadri astratti di meraviglia onirica, con la ricca colonna sonora assemblata dalla “principal dancer” Mariana/P.

“Ma come fai a danzare in scena con il tuo doppio?”
(ingenuo spettatore a uno spettacolo dei NoGravity)

Il fulcro della proposta coreografica dei NoGravity sta nel metodo: ossia il riflesso anamorfico sul grande specchio inclinato a 45° sopra il palco, nero come il fondale, quindi pressoché invisibile, su cui le danzatrici sdraiate compiono i movimenti che rispecchiati ai nostri occhi appaiono come camminate su superfici impossibili, nuotate in mari onirici o galleggiamenti nell’aria.

Grande maraviglia, la prima volta che lo scopri resti a bocca aperta come un bambino, e questo è già un merito indiscusso. Ma poi? Quando torni a vederli altre volte (ne avevamo già scritto QUI e QUI, NdR) e conosci già il gioco?

La sorpresa è che ti sorprendi ancora. E ancora e ancora: nel nuovo AvantGarde (ora in scena al Teatro Menotti fino all’8 novembre), va in scena una celebrazione delle avanguardie storiche, dal Futurismo al Bauhaus fino a Pollock. Il coreografo Emiliano Pellissari, liberato dall’esigenza di evocare una sia pur labile traccia narrativa, si libra in una serie di quadri astratti che evocano appunto geometrie cubiste, composizioni fotografiche di Man Ray e “balletti meccanici” di Fernand Léger o “triadici” di Oskar Schlemmer, con l’aiuto di essenziali strumenti scenici come cubi formati da asticelle di legno, sbarre metalliche come lance, o apparenti scale verso il nulla, su cui le danzatrici ascendono leggere aprendo come fisarmonica, in realtà strisciando sul pavimento e poggiando solo i piedi su quelle semplici “L” di travi di legno, da cui quindi possono anche discendere “camminando” in senso opposto come se fossero a testa in giù (v. foto qui sotto).

Assurdi geometrici illusi attraverso un impiego straniante e geniale di leggi di fisica ottica in realtà assolutamente rigorose (da cui il titolo dell’articolo), che riportano i nostri occhi golosi a una perduta “infanzia onirica” in cui tutto è possibile: le geometrie surreali di Escher, le visioni del subconscio di Dalì e Magritte, le sperimentazioni fotografiche di Ray, Maar, Parry, Kertész e Brassaï, di cui vi ripassiamo qualche esempio qui di seguito.

E poi le composizioni neo-surrealiste della Hipgnosis (e non solo) per famose copertine di dischi (v. gallery qui sotto). Un territorio visionario in cui qualunque cosa, da una scala a una porta, da una sbarra di ferro a una sedia di design o ai semplici fogli di un giornale quotidiano (una citazione del Caos di Grock?) può diventare architettura di un viaggio nell’altrove, in un mondo irreale e affascinante, lo stesso in cui abitano le nostre narrazioni del fantastico (e il motivo per cui ci ostiniamo a scriverle).

Offre ulteriori, talvolta ironici contrappunti al coté visivo la ricchissima colonna sonora montata da Mariana Porceddu, co-coreografa, “principal dancer” e partner in life del Pellissari artifex maximus del mondo “oltre lo specchio”: un viaggio a 360 gradi nell’altro universo fantastico – quello della musica – che nuota, come le sue ballerine-ninfee, fra la First Construction In Metal di John Cage (1939), l’Après-midi d’un faune di Debussy e la Sacre du Printemps di Stravinskij (primi pilastri della musica del ‘900 contemporanei di quelle avanguardie), e poi vocalizzi di Meredith Monk e brani di Luciano Berio, Paul Hindemith, fino ai minimalisti Terry Riley e Alain Jamot, agli industriali Einstürzende Neubauten e all’elettronica di Alva Noto.

Dopo una serata col jazz di Idris Ackamoor, un’ulteriore riprova (se servisse) che la musica – l’arte tutta – è un unico grande flusso in cui definire confini e generi è illusorio, proprio come le architetture sognanti dei NoGravity.

Gran finale con omaggio a Pollock attraverso una tela dipinta alla sua maniera, con buchi da cui sbucano danzatrici come zombi da un girone infernale dantesco (v. gallery qui sotto, NdR*).

Sono sei le “farfalle di luce” in scena e meritano d’essere tutte lodate per le loro straordinarie prove coreutiche, atletiche, ai limiti del contorsionismo, anche per… essere riuscite a sembrarmi nove quando mi sono imposto di contarle all’inizio dello spettacolo! Oltre a Mariana/P sono Leila Ghiabbi, Giada Inserra, Marianna Caratelli, Polina Kliuchnikova e Carolina Amoretti che, come accade nel miglior teatro danza, ti disorientano lo sguardo perché ti rendi conto che sta sempre accadendo qualcosa anche nell’angolo in cui tu non riesci a guardare contemporaneamente.

Passate oltre lo specchio prima dell’8 novembre: vedrete “cose che voi umani...”

Mario G

P.S.: tutte le foto sono ufficiali della compagnia, per gentile concessione del Teatro Menotti, tranne le due del “quadro Pollock” in rosso, scattate da Mario G con smartphone durante la serata di venerdì 30 ottobre, tecnicamente più grezze ma più fedeli rispetto allo scatto dalle prove rispetto a quello che vedrete in teatro, NdR.