Dal Golem ad Avatar, la figura del replicante è sempre stata una costante del cinema di fantascienza. Adattandosi ai più eterogenei contesti culturali, essa ha finito per rappresentare un vero e proprio luogo sociale di contrattazione di significati e modellamento dell’identità.
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Con questo saggio, Marco Marchetti – già collaboratore di Nocturno (sua la bella recensione di Rave di Morte) – inizia la sua collaborazione con Posthuman.
Gli diamo il benvenuto, augurandoci di tornare ad ospitarlo presto.
E ora… a lui la parola, per un ampio viaggio nel mondo dei robot, cyborg, avatar, insomma dei nostri alter ego metallico-digitali, che accompagnano la storia del cinema fantastico fin dalle origini.
Posthuman Staff
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1. Scenari post-apocalittici o quasi. La (contro)evoluzione del replicante.
Il robot sta alla fantascienza come il revenant sta al cinema dell’orrore. Lungi dall’essere rappresentazioni monolitiche dei generi, entrambe le figure si sono spostate, negli ultimi anni, verso un progressivo processo di revisionismo teoretico o riallineamento identitario.
Lo zombi si è mutato dal cannibalico a sfondo sociale del primo Romero allo scattante, nevrastenico video-ludico di L’alba dei morti viventi. Il robot, l’estensione meccanica ma prima ancora, e più tipicamente, replicante, clonazione, componente aggiunto, non solo ha perso la sua funzione di servo-ribelle, ma addirittura il suo criterio di funzionalità all’interno di automatismi di genere ricorrenti. Questa formulazione del modo fantascientifico, che prende avvio forse da Metropolis per raggiungere il contemporaneo di Io Robot o Moon, sta velocemente approdando alla crisi di apparato.
È sempre complesso incasellare i moderni territori del fantascientifico in una griglia critica e metodologica collaudata, e anche fornendo chiavi di lettura omogenee il margine di errore è sempre molto elevato. Gli eccessi mutageni di un certo Tsukamoto, quello di Tetsuo, che a suo tempo estremizzava l’era cronenberghiana della palingenesi e del collasso, paiono essersi forse arenati. O ibridati con formule, soluzioni ed evoluzioni sociologiche che, pur non disdegnando le tematiche cyber, abbracciano il côté etico, per così dire, la questione morale della responsabilità individuale. Sarebbe uscita vincente da un tale confronto con i tempi e le sue articolazioni una (relativa) moderazione ideologica, in cui il lifting modaiolo spodesta la corruzione e l’accrescimento smisurato, la mondezza i circuiti elettrici che si sbobinavano dall’artificio Tetsuo. Non più garbugli di membra, piuttosto rigore, aerodinamico equilibrismo. Il techno post-industriale dell’Iron Man nipponico preferisce le cascate digitali e verdognole e un po’ New Age dei fratelli Wachowski, la deformazione molto eighties la riproducibilità asettica e a suo modo rispettabile dei bambini carpenteriani.
Eppure la metafora germinale non manca, l’uterino e matricida miraggio di una connessione perpetua tra sé (carnale) e alterità (digitale) è sempre lì, a insidiare ogni certezza di unicum. Ancora il cordone pulsante che si allaccia alle bio-porte di eXistenZ, la disunione tra il corpo reietto sul letto abbandonato e la versione caricata (seppur a salve) del proprio avatar (termine che, a scanso di equivoci, poco c’entra col film omonimo di Cameron, ma semmai con la religione induista, significando esso, in lingua sanscrita, discesa, ovvero personificazione del dio nel mondo. Una discesa di sé, ovvero un moto da luogo da un altrove supponibile a un qui empiricamente esperibile).
Ormai il corpo dell’androide, del mutante, dell’artificiale non è soltanto una questione di modulazioni conflagrate, di simbiosi sintetiche, di interconnessioni sistemiche. Semmai qualcosa di “intangibile”, virtuale, composto di suggestioni più che di dispositivi manipolabili, da un’attitudine olistica nell’implementazione di base e non più o non solo da una serialità di fabbrica che rende l’uno copia e matrice dell’altro.
D’altronde qualcosa pareva già cambiare almeno dai tempi di Minority Report. Il corpo del precog, sulfureo calembour dickiano, si risveglia con lenta inesorabilità immerso nell’amniotica vasca insieme ai suoi gemelli. Un arto informicolito torna a prudere, a sentire, una coscienza devitalizzata e adulterata dalle menti umane si scuote ossessionata dalle visioni (negate o altrettanto condizionate) che scivolano, elettriche propaggini mnemoniche di un passato che riscorre per sempre. Immagini che attraversano giunture ombelicali (ancora la metafora uterina), vibrando di atavica energia preternaturale, innestandosi nelle menti, aggrovigliandosi tra desideri e pensieri fino ad allora sopiti. Il clone neurologico, la scissione di sé nell’altro o, come nel film di Spielberg, la molteplicità (triadica) che diviene unitarietà di spirito. Il cortocircuito è però garantito da una personalità comunque dominante che, convogliando e smistando dati, affastellando nozioni e vagliando dettagli, informazioni, flussi irregolari di cognizioni, rifiuta l’atto di pensiero perpetuo come fondazione e riconoscimento ontologico della persona.
Il problema del ruolo identificativo, dell’affermazione come entità autonoma, comincia forse con A.I. intelligenza artificiale per esplodere con prepotenza in quel misconosciuto capolavoro di Natural City, dove l’amore unisce l’uomo e la sua macchina in guisa femminea; anche se si tratta di un amore a batteria con timer di programmazione e data di scadenza sulla confezione. Stampigliata in piccolo, affinché i sentimenti non la notino troppo presto. E quando l’irregolarità nelle funzioni emotive e motorie, determinata da un’impostazione triennale di funzionamento standard, dà segni di sé, ormai è troppo tardi per rimediare. La demenza esplode, l’afasia nel sentire infrange ogni speranza di amore eterno. Il rimedio? Pianificare un’alternativa a basso consumo tramite estirpazione di terminazioni nervose e relativo trapianto neurale da umano a macchina. L’ipotesi deontologicamente scorretta oltre che illegale dal punto di vista legislativo, e pericolosa sul versante sanitario, è trasferire la coscienza robotica in costrutti fisiologici a lunga conservazione.
Cloni a durata prestabilita, serializzati e venduti al supermercato dell’utilità sociale. A volte l’inghippo è insito nel prodotto, viluppi mnemonici a scansione condensata con tanto di coordinamento interno. Il sé che dapprima si sdoppia, si scinde, da unità a duplicità. E infine scissione della scissione, ancora la triade. Moon, ad opera di Duncan Jones. Replicanti identici con ricordi impiantati e accuratamente ricostruiti in sede industriale. Il tema dell’identità è quasi superato, rivisto, revisionato. La coscienza è un bene sintetizzato, studiato e generato da tecnici informatici, navigatori futuristici dell’anima. Ai cloni del film non resta altro che la presa di coscienza della mancanza (o della falsificazione) di coscienza.
Anche Io robot sposta lentamente il discorso in questa direzione, ma senza raggiungere incisive profondità di vedute, vivendo anzi di rendita commensale, ovvero consumo a sbafo, frappé flippato di Asimov con contorno positronico. Alla fine Proyas ci ha abituati a fuochi d’artificio e rapide esplosioni, pertanto la problematica etica scivola in secondo piano e quando riemerge lo fa senza troppi preamboli, sgombrando il campo dalle macerie.
È abbastanza interessante notare l’ambigua relazione, di per sé faticosamente classificabile secondo schematismi psicologici, che si instaura tra la dottoressa Susan Calvin e il meccanico Sonny (in senso aggettivale, cioè macchina, assemblaggio industriale). Lei, in autentico conflitto d’interessi, è indecisa se seguire le direttive piovute dall’alto o scegliere con il cuore la strada della sopravvivenza e graziare il condannato a morte. Sì, perché l’unica colpa di Sonny è aver provato dei sentimenti, aver sviluppato una coscienza che non solo lo rendesse diverso dagli automi suoi compagni, pensati e venduti per soddisfare le più vane comodità dell’essere umano e per controllare le sue incontrollabili esplosioni di violenza, ma che addirittura lo portasse al dilemma di coscienza. La distinzione tra bene e male, tra giusto e sbagliato con le relative implicazioni che a questo consegue. La libertà di scelta può essere pericolosa perché la ragione computerizzata, come ci ha insegnato il kubrickiano Hal 9000, non sempre condivide l’umano concetto di razionalità, soprattutto quando intervengono i più vari fattori emotivi.
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2. L’ordine disordinato di Surrogates, ovvero il salotto buono come simbolo mitopoietico della tarda modernità.
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Cambiare identità, trasformarsi, abbandonare se stessi in un mondo interattivo. Amplificare l’onda di ricezione di futuristiche terminazioni nervose. Impianti cerebrali e sostanze a rilascio graduale nell’organismo. Estensioni protesiche senza sintomatologia collaterale e rischi di rigetto. Ormai la parola d’ordine, mutuata dalla vendita di prodotti per la casa e trasmissioni in abbonamento pay-per-view, è pulizia. Superfici mondate dalla bruttura del disfacimento, rigorosamente testate in ambito laboratoriale, conformi alle vigenti normative estetiche.
Lo scenario è quello dei Surrogates, nel senso più filmico, più cinematografico, titolazione moderata lungo gli italici litorali nella neutrale Il mondo dei replicanti. Emblematica pellicola di Jonathan Mostow in cui, in un futuro neanche troppo lontano, gli esseri umani possono guidare col pensiero bellissimi robot fatti a misura di attrici e fotomodelli. Non si tratta soltanto di una guida telepatica a distanza, bensì di una totale immersione nel corpo cibernetico, con tatto, gusto e funzioni motorie enormemente potenziate e accuratamente ricostruite. L’utente trasferisce cioè la propria essenza, l’anima, nel simulacro elettronico, divenendo con esso un tutt’uno. Presto il gioco sfugge di mano e gli uomini diradano le uscite, la vita sociale, le relazioni professionali, delegando ogni funzione al proprio meccano sostitutivo.
Il crimine sembra essere stato estirpato, la violenza debellata o comunque incanalata in forme distruttive innocue, proprio perché inibita, bloccata preventivamente dal tecnico umanissimo (grassoccio e paninaro, con i suoi ditoni imburrati e la ciccia orgogliosamente esibita); anche nel futuro meno dietrologico esiste un centro controllo, una stanza segreta dei bottoni dove il burattinaio preme pulsanti, aziona leve e scandisce le quantità di energia da assimilare e monitorare lungo le spine dorsali dei bravi replicanti. E se qualcuno non segue le regole, il tasto giusto al momento giusto potrà anche salvare una vita. Scaricando le energie in accumulo, spegnendo la connessione uomo cervello elettronico.
Per la prima volta o quasi, il soggetto non è la lotta tra umani e macchine, né la presa di coscienza da parte dell’entità robotica di una sua unicità, piuttosto l’interazione delle componenti umane e meccaniche secondo evoluzioni di costume. Proprio perché le due si identificano, mancando quel risvolto di consapevolezza, quello sdoppiamento che è anche confronto e contrasto, fino a quando l’altro diventa sostituzione definitiva.
Ma presto delle più moderne strategie di marketing altro non resta che il rovesciamento distopico nella nevrosi collettiva, nell’implosione ballardiana, nella paranoia metropolitana. La percezione cioè della propria frammentarietà, l’essere scheggia di umanità svuotata e sacrificata al progresso o a una sua parvenza bonaria e paternalista. Il dilemma non nasce pertanto nei congegni robotici (il non-essere del replicante che pure si replica e che, incongruenza esistenziale, è nel suo essere continuativo), bensì dai gangli del cervello umano.
La questione si sposta allora alla riscrittura dei significati socialmente condivisibili all’interno di un determinato gruppo di individui. Non più, quindi, rapporto tra uomo e replicante, scontro di interessi o mera lotta antropologica, evolutiva, per la sopravvivenza del più adatto o adattabile. Il contesto conflittuale supera i termini del discorso canonico, il dissenso si fa consenso in relazione alla produzione semantica di usanza e costumanza collettiva.
Nell’applicazione delle teoriche antropologiche, Ulf Hannerz ha introdotto il concetto di habitat di significato per delineare e delimitare le dinamiche socio-culturali entro e attraverso le quali si intrecciano relazioni e patti di interagibilità interpersonale. Cioè, tale “habitat”, inteso come non-luogo, come principio di astrazione in contrapposizione a una fisicità in verità del tutto indipendente dalle sue variabili, si inscrive in una costellazione elementare di costrutti ad alto grado di interattività concettuale.
In una sorta di implicito patto sociale in costante divenire e privo di regole cristallizzate, il salotto buono della borghesia di Surrogates si fa metafora di una verifica, di una messa a punto e forse persino di un miglioramento dei legami interpersonali entro trattazioni circoscritte e a loro modo altrettanto implicitamente condivise tra gli avatar selezionati. Non solo per la mutazione accrescitiva, intesa come aggiunta ed estensione di una realizzabilità in nuce (i corpi artificiali ringiovaniti, levigati, privi di difetti e soprattutto personalizzati con ammennicoli, chincaglierie e oggettistica accessoriata à la page); ma proprio per la scelta o l’individuazione di delimitazioni pubbliche e private dove condurre il proprio esperimento di correzione comportamentale.
Niente più tavole calde o bagni pubblici, per logica, piuttosto aumento di fatturato per centri estetici dalle politiche avanguardiste. La clientela, lungi dal ruolo di consumatore passivo, ha la facoltà di scegliere tra un vasto assortimento di facce sintetiche, maschere plastificate, protesi sensuali con cui mutare identità, cambiare aspetto, flettere la conformazione fisiologica, tattile e odorifera del proprio surrogato. Un modo pulito per nascondere o, meglio ancora, rimuovere l’invecchiamento della pelle, smagliature, macchie e altri incidenti di percorso procurati dalla naturale caducità dell’acciaio, dalla senescenza elettronica, dal malfunzionamento dell’hardware. Che poi il proprio sé, la carne che fa da guida e cervello (il software, a questo punto), marcisca giorno per giorno nel sepolcro dell’ambiente domestico, poco importa.
Bug di sistema, attacchi virali, metaforici e non, piccoli scompensi neurologici. Il corpo è la tomba dell’anima, e pillole, pasticche, antidepressivi e medicinali non sono che il corollario forzato a un grumo semovente da cui allontanarsi, da cui rifuggire. L’importante è che nessuno sappia ciò che la vecchiaia, l’incedere impietoso del tempo, l’inattività fisica e la generale trascuratezza comportano. I capelli che cadono, le rughe che incidono l’asperità di volti cisposi, l’epidermide segnata. Basta l’interfaccia col surrogato e tutto si dimentica, la gioventù riconquistata, i sentimenti solidificati dall’armatura, dal guscio meccanico che ci racchiude e protegge.
La preclusione ermetica della camera, la demarcazione proibitiva (la moglie di carne che rifiuta ogni contatto col marito, serrando l’uscio a più mandate e preferendo al corpo materico la bambola) è emblema di un non-spazio tradizionale caricato emotivamente da una volontà negazionista di relazione. Non credo che tale allontanamento o delega sociale ai surrogati derivi tanto da un senso di vergogna del reale, del corporeo, piuttosto da un’alterazione generazionale del gusto che identifica il corporale, appunto, nell’anacronistica manifestazione di un bisogno ormai confinato al privato.
È così il luogo pubblico il vero spazio di interazione, dove rituali di socializzazione, regole di ricostruzione di identità, liturgie d’incontro si sviluppano in un’ottica espansa che prescinde dal reale fenomenico per tradursi in un ampio discorso di reciprocità rivalutata. Le regole sono insomma cambiate. Il surrogato, il replicante, utilizza le “degradanti primizie” della cultura di massa per intensificare le potenzialità di realtà, restando però legato (paradosso) a una sovrastruttura culturale che fa della cultura di massa regola dogmatica di vita.
In altri termini, il surplus di reale artificialmente indotto o conquistato viene codificato in una griglia sistemica che addomestica, per così dire, il singolo componente in una struttura comune omogenea. Una cartella di comportamenti formalizzati secondo un sentimento collettivo che plasma l’aspirazione del singolo. Inutile dire che chi rifiuta tale impostazione verrà escluso a priori dal circuito della condivisione semantica.
Quindi potenzialità versus controllo (sociale, politico, identitario e identificativo), surplus di reale incrementale versus univocità direzionale dei consumi.
Il caso più emblematico dato dal film è la scena in cui l’ispettore Tom Greer (Bruce Willis) tenta di convincere la moglie ad abbandonare il proprio alloggio con il suo clone di plastica correttamente incellofanato nell’armadio, a prendersi una vacanza insieme al consorte (vero, epidermico, non mediato). La donna si fa cerea, s’intristisce alla richiesta, nicchia e tergiversa adducendo una scusa. Corre al lavoro, è in ritardo, il centro estetico non aspetta. Ha volti da cambiare, facce da restaurare, lifting al silicone da elargire. La crisi matrimoniale c’entra poco, per quanto sia un elemento saliente e più facilmente comprensibile dal grande pubblico rispetto al sottotesto di base.
Qui intervengono problematiche antropologiche legate piuttosto alla costruzione di senso, entrano allora in gioco fattori di accettabilità (e rispettabilità) sociale, meccanismi di estromissione dalle dinamiche di appartenenza al gruppo.
A questo proposito, altra scena che vale la pena di menzionare è il droga-party con fantasiose sostanze elettriche in sostituzione alla ormai obsoleta sniffata. Si prende una specie di pungolo per bestiame e si irradia il corpo artificiale di una scarica miracolosa. Tutto questo in un salotto perbene e altolocato, con fotomodelli splendidamente vestiti, arredamento patinato e languide conversazioni stile rivista di moda. La droga è forse un diversivo alla noia, un fronzolo dandy decadente particolarmente utile per rinforzare i rapporti associativi in un’isola di potenzialità in fieri. Il formalismo, la ricercatezza barocca, il dinamismo oppiaceo e sottilmente onirico in cui i corpi sono immersi altro non è che l’espressione più compiuta di un’alternativa ai valori abituali, una squisita e a suo modo aulica formulazione di una virtualità decentrata e malleabile.
La mascherata del consumo, il risvolto carnascialesco di un potere de facto che si riduce a potere d’acquisto e allo scambio di merci sociali. Il capitalismo rinnova i contenuti, le strategie comunicative, riveste la propria faccia grinzosa di vernice plastificata per rendersi più autentico. Il volto oscuro del potere è così incarnato dai grandi colossi informatici, produttori e distributori di sogni. Persino il concetto di denaro è ormai superato o reso relativo in un sistema che ha trasformato la merce in sostanza solubile, leggera, non quantificabile con i canonici criteri applicativi del mercato monetario. Cioè, appunto, la reputazione.
Il mondo di Surrogates potrebbe configurarsi come la naturale prosecuzione e ampliamento degli odierni social network, le fratture digitali del contemporaneo dove convivono e persistono processi di approvazione di considerazione reciproca. La valuta di tali piattaforme è insomma direttamente proporzionale alla stima (e alla quantità di amici) che si hanno o alla capacità di mantenere rapporti di affiatamento tra le persone. Lo stesso discorso funziona per il film di Mostow, anche se i luoghi di socializzazione si spostano dallo schermo bidimensionale del computer alla fisicità delle discoteche, dei rendez-vous mondani, delle passerelle di moda.
Oltre tutto questo, l’emarginazione. I gruppi di umani ribelli, adoratori del vitello d’oro e capitanati dal profeta santone (Ving Rhames) si isolano in riserve di naturalità anch’essa artificialmente indotta, dove macchine, robot, surrogati e replicanti sono rigorosamente banditi. L’alternativa è una mera questione di maggioranza d’opinione, in cui l’umanità ha fatto una scelta universale, rendendo il simulacro parte integrante della propria vita.
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3. Il caso Avatar, dissensi e controsensi nell’estetica hollywoodiana delle regole di socializzazione.
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Il simulacro non è solo ferraglia da supermarket futuristico. Soprattutto quando l’organizzazione post-fordista del lavoro di fabbrica cede il posto all’analisi elettronica dei componenti, all’ingegneria genetica di chi coltiva complesse mire eugenetiche. Agli imprenditori si sostituiscono i camici bianchi, moderni alchimisti che tutto mescolano e confondono.
Pantagrueliche incubatrici rimuovono le attrezzature industriali. Macchine uterine in cui crescono embrioni umanoidi, escrescenze fetali in costante divenire. Ancora la germinazione materna, il biologico manipolato, l’incontro genetico tra frammenti, scaglie di cultura natura alieno-uomo, passaggio simbiotico e incongrua contaminazione. Dopo Matrix si ritorna alla carne, al corporale, alla sincrasi antinomica. E sempre dagli stessi presupposti, il cordone ombelicale neurale che si allaccia alle terminazioni, crea eidetiche percezioni, realizza un mondo di possibilità. Avatar, James Cameron, l’era della nuova carne (cinematografica e non). Inizia (o per meglio dire, continua) l’epopea cyberpunk dell’estensione, dell’ampliamento, del superamento prospettico.
Foreste fluorescenti baluginano nella notte, cascate di sinapsi arboricole lacrimano da antichi alberi, suoni, voci, sussurri scorrono per fili di coscienza, si intersecano, si tangono, si avviluppano lungo direttrici vettoriali fatte di sogni. Ormai non è più (solo) questione di tecnologia, di assemblaggio, di ripristino di sistema. I corpi si riproducono in laboratorio, si nutrono e si fanno crescere e, una volta giunti a maturazione, si innervano di afflato pneumatico. Cosicché possano vivere, risvegliarsi dal buio coma della mancanza (cioè assenza in quanto non creazione o semplice non presenza) di un atto di pensiero o di un barlume di coscienza. Il corpo replicato, surrogato, duplicato è mero contenitore di sostanza psichica, di interrelazione cerebrale in differita. Ovvero trasferimento di sé, travaso con strumenti simili al film di Mostow. Interfaccia mentale, dislocazione emotiva dal database umano a quello cibernetico.
Ma il corpo è anche e sempre accrescimento sensoriale, ampliamento, sviluppo. Il replicante è invero un’aggiunta, una connessione secondaria dalle capacità potenziate, nel film di Cameron quasi un ritorno alle origini dell’umanità. A un sentire strutturalmente filtrato ma al tempo stesso più autentico dell’umano tecnologico. È proprio l’aspetto più prosopopeico della Natura, il suo senso più panico, a comparire con prepotenza nel mondo alterato di Pandora. Così le secolari querce superano la loro funzione botanica per allacciarsi ai corpi, agli abitanti, per dividere con loro echi di coscienza, particelle di spirito, sensazioni di atavica purezza.
Purtroppo le ragioni economiche si scontrano con quella limpidezza ideologica di cui Cameron e il suo team di lavoro si fanno vessilliferi. Il primitivismo pop, mescolato con strascichi revivalistici di una certa ideologia ecologista, si contraddice da solo nello speculare equilibrio di produzione semantica che intercorre tra le due civiltà in esame. Dal momento che un oggetto di studio culturale si dà nel suo contesto e indipendentemente dai fattori (ideologici, politici ecc.) che ne stanno a fondamento, sarà allora curioso notare il sottotesto, la trama implicita che percorre l’opera. Un testo polivalente, dai numerosi e ambigui risvolti che, partendo pure da una certa volontà pacifista o naturalista, finisce comunque per rispecchiare il gusto popolare e la matrice culturale che ne sono all’origine.
Avatar si iscrive in una costante contrattazione di significati il cui centro è rappresentato da una socialità castale e a suo modo aristocratica. L’oligarchia regnante, che si riunisce ai piedi dell’albero sacro, si divide in un neanche troppo sfaccettato classismo nobiliare, con tanto di re e rapporto di vassallaggio. L’albero della memoria, reincarnazione della storia, del senso di appartenenza, ma anche simbolo totemico di unità e continuità inter-generazionale, è allegoria di una discussione costante delle e sulle regole di socializzazione. La negoziazione, ben lontana dalle più ingombranti fantasie di democrazia diretta, si codifica allora in una continua convenzione di stampo paternalistico, una concessione con tanto di sensali e trattative matrimoniali. Come dire, persino nel più pacifico mondo, un nucleo di umanità è sopravvissuto, rendendosi regola universale. La foresta, la comunità autoctona all’apparenza libera, le regole tribali diventano luogo di iscrizione dell’alleanza sociale, del contratto stipulato tra le parti interagenti.
Il surrogato, o replicante mimetico proprio perché inserito in una formulazione vincolata tra il sé e l’altro, è così mezzo d’incontro scontro nell’ambito culturale che fa della prova di superamento iniziazione all’alterità. È sintomatico a questo proposito che l’esploratore umano (Sam Warthington), per essere riconosciuto parte integrante dei Na’vi, debba sottostare a una serie di esercitazioni, o allenamento paramilitare, non solo per potersi definire membro attivo del villaggio ma anche e principalmente per poter contrarre relazioni coniugali. Interviene perciò un discorso di tipo eminentemente economico, fondato sul mantenimento e sul passaggio di proprietà o, come nel caso delle società primitive, su un mantenimento equilibrato dei rapporti di classe.
La società Na’vi, ben lungi dalle baggianate ambientaliste che gli studios ci hanno costruito attorno, si basa su valori guerreschi e violenti, sulla supremazia fisica del maschio sulla donna (i matrimoni combinati, appunto) e dell’individuo sulla natura (la caccia come sistema economico di base). Soltanto i guerrieri (cioè chi uccide e difende la tribù con la forza) costituiscono il nucleo portante della comunità indigena. A questo proposito si ricordi la scena fondamentale in cui il marine Jack Sully, per rientrare nei ranghi alieni dopo il tradimento del suo popolo, compirà la suprema prova di coraggio e ingabbierà il mostruoso pterodattilo, sorta di leggenda dei cieli, che mai creatura intelligente aveva domato. Sarà l’audacia dimostrata in tale impresa che suggellerà l’ingresso definitivo e il perdono presso gli autoctoni di Pandora, nonché la riconquista della femmina appena perduta. La società dei Na’vi è costruita specularmente a quella umana e il pacifismo di cui tanto s’è scritto non è altro che l’aspetto fumettistico e narcisistico a cui gli occidentali ricorrono per riscrivere i propri rapporti identitari.
L’avatar, cioè il medium diplomatico nato con la funzione, appunto, di mediare, di intercedere tra le parti, è soltanto l’adattamento a un potenziale di immaginario, a una ricostruzione di sé che non prescinde più di tanto dai rapporti sociali. Semmai li rafforza, sedimentando relazioni interdipendenti tra le parti con ruoli già circoscritti e pianificati. La funzione del surrogato è quella del patteggiamento, della riconoscenza dell’alterità tramite incorporazione condizionata dai ruoli socio-culturali e politici predeterminati.
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4. Tirando le somme. Un paio di considerazioni a mo’ di postilla.
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Il surrogato, il clone, ha quasi sempre una funzione agglutinante, di espansione della propria fisicità, anche qualora il componente umano prenda il sopravvento sulla parte meccanica o addirittura ne sostituisca appieno i fondamenti. Il replicante non sempre trova formulazione di replica nell’apparato di produzione industriale, ma di fatto ne rappresenta un’articolazione periferica con coefficienti associati. Che la distinzione tra originale e copia, questione teorica su cui si dibatte in sede critica ormai dai tempi di Benjamin, sia superata (Blade Runner) oppure sottolineata nel perturbante neo-gotico (Il villaggio dei dannati), poco importa. Nella società di massa, nell’economia del consumo, niente è più rappresentativo del duplicato, dell’uguale a sé, del seriale continuativo. I bambini indistinguibili di Carpenter, con i loro sguardi di ghiaccio (sguardo che rivela il vero, cioè l’artificio), ordinatamente plasmati come soldatini. Gli schiavi di un futuro alieno e minaccioso che, per impadronirsi del mondo, assumono le fattezze di chi il mondo lo abita. Adattandovisi, ma incapaci di viverne l’essenza più profonda e autentica. Eppure la discrasia è palese, la strategia d’attacco insita nella stessa natura umana, ovvero la natura, l’impulso umanistico all’accoglienza, all’integrazione di chi non può e non vuole integrarsi. Perché il suo istinto è quello della macchina programmata per distruggere dall’interno, per logorare il tessuto famigliare ricorrendo alle forme perturbanti dell’identicità non identica. Come in Io robot, l’infezione virale cresce in seno alle contraddizioni del capitalismo, si propaga nelle sue cellule, nei sottili meccanismi, negli ingranaggi capillari.
Sembra che il cinema non possa e non riesca a fare a meno del concetto di replicante, perché troppo umano e al tempo stesso ingestibile, pericoloso, subdolo. Come dell’idea che abbiamo dell’altro. Il robot è metafora autentica e agghiacciante della nostra impossibilità di tollerante convivenza, il senso di un sistema al tracollo che nasce e termina nelle più post-moderne fobie tardo-industriali.
Il surrogato è e resta una figura essenziale nell’attuale landscape fantascientifico, linea di confine e al tempo stesso sottile demarcazione tra noi e oltre noi, tra ciò che siamo e ciò che (non) vorremmo (mai) essere.
Marco Marchetti
P.S.: la foto in apertura, come anche le successive che illustrano il servizio, provengono dal ciclo "the posthuman": scatti di Mario G rielaborati cromaticamente da Walter


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