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Viva el Panico

Written by  20 Mar 2007
Published in Cinema
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RaroVideo pubblica in dvd i primi due film di Fernando Arrabal: “Viva la Muerte” e “J’irai comme un cheval fou”, un viaggio senza cintura di sicurezza in un immaginario surrealista, anarchico e sulfureo. Un’antropologia del disordine che non ha perso col tempo la sua forza iconoclasta, tra Buñuel e Jodorowsky.
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Fedele alla sua coraggiosa politica di rendere disponibili in eccellenti dvd filologici opere cinematografiche altrimenti consegnate all’oblio per la silenziosa “censura di mercato” che emargina gli autori fuori dal coro, RaroVideo offre ai cinefili italiani la possibilità di conoscere i lavori (altrimenti del tutto clandestini) di Fernando Arrabal, terzo vertice di quel triangolo del surrealismo cinematografico spagnolo che parte da Buñuel e prosegue con Jodorowsky, peraltro amico di Arrabal e fondatore del cosiddetto Movimento Panico con lui e Roland Topor, autore dei disegni che appaiono nei titoli di testa (e qua è là nel corso della pellicola) di “Viva la Muerte”.
Si tratta, con Arrabal, di un cinema senza compromessi con la logica narrativa tradizionale o con il senso comune: costruendo fieramente quella che il critico Marco Dotti (negli extra di “J’irai…”) definisce “antropologia genettiana del disordine, della ricerca e del disfacimento di sé”, il geniale regista, scrittore e drammaturgo ci colpisce con un diluvio di immagini violente, iconoclaste, antifranchiste, antiborghesi, antireligiose, contro l’istituzione-famiglia e in aperta contrapposizione con tutti i miti della civiltà moderna: consumo, denaro, lavoro, riconoscimento sociale eccetera. Immagini simboliche, oniriche, associazioni subconscie, frenesie edipiche, folgorazioni poetiche e sulfuree, non di rado ai confini con l’orrore e la pornografia, che nella Spagna franchista dei primi ’70 (e un po’ in tutto il mondo) han fatto di Arrabal una sorta di “esule perseguitato per motivi culturali non politici” (dice lui nell’intervista degli extra).
Non politico fino ad un certo punto, in realtà, perché la denuncia antifranchista “Viva la Muerte” è palesissima e le scene di arresto, tortura e esecuzione degli oppositori – fra cui il padre del bambino protagonista Fando – sono esplicite e strazianti, ancorché filtrate dalla visione onirica e fantastica del bambino e sublimate in quadri in cui l’unità famigliare del piccolo Fando, con il papà vivo e la mamma sensuale e carnalmente desiderata, si fondono con simbologie cristiane (la Natività, la Sacra Famiglia). Simbologie ancora più urticanti in quanto profanate da un desiderio edipico per la madre (e la zia, l’altra parente sexy dell’entourage di Fando), misto all’odio per la delazione della madre ai danni del padre, arrestato su sua denuncia.
E poi, preti che benedicono armi, cilici e flagellazioni sadoeromistiche, desideri inconfessabili, torture…capite che ce n’era d’avanzo (e ancora ce ne sarebbe oggi del resto, se un film così uscisse in sala) per bandire un simile regista dal civile consesso per l’eternità! Non occorreva nemmeno essere convinti fascisti o franchisti per trovare indigesta una miscela di tanta pagana crudeltà che t’arriva addosso senza nemmeno il balsamo di una spiegazione razionale e giustificatrice. La quale, peraltro, risulta curiosamente affine all’atmosfera del bellissimo “Labirinto del Fauno” di Del Toro (a sua volta già in dvd) e del suo precursore “La spina del diavolo”: stessa ambientazione storica, stessi orrori dentro la casa, dentro la famiglia… curioso, no? E pensare che si parla di due film girati dopo il 2000, e da un regista messicano!
A confronto col bollente magma storico del primo film, “Viva la Muerte”, l’ambientazione più “astratta” (il deserto dell’asceta, una “civiltà moderna” che è sì la Francia ma tende a rappresentare l’intera civiltà occidentale moderna) rende a mio parere il successivo“J’irai comme un cheval fou” un pizzico più debole e “datato”: questo buon selvaggio, alter ego del protagonista civilizzato, incompiuto e matricida, che osserva con occhio puro e infantile rituali e assurdità della modernità (il denaro, i piaceri, l’industria a danno della natura) mettendole in ridicolo, lega il discorso del secondo film a una temperie più direttamente “sessantottesca” rispetto al primo.
Certo, pure staccandole dal discorso complessivo di Arrabal, anche questo film ci lascia immagini intense come quadri di Dalì o, appunto, selvagge come disegni di Topor: il protagonista in abiti femminili che partorisce un teschio, l’accoppiamento sado/maso della madre con un bruto mentre il figlio la osserva masturbandosi (con crisi epilettica), la donna nuda che bacia lo scheletro impiccato arrampicandosi a lui su una scala, o la “sposa” dell’asceta che si spoglia rivelando un pene ermafrodita (nel ’73!); per finire col nano-asceta Marvel che divora il corpo dell’amico Aden, facendolo risorgere in sé in una sorta di “comunione/resurrezione pagana”, non sono visioni che si dimenticano facilmente.
Visioni che non devono mancare nel bagaglio del lettore/spettatore/autore “posthuman”, perché – pur senza parlar del futuro – Arrabal sa davvero portarci a contemplare i “confini del corpo” come i confini della mente. Scrisse di lui Moravia che “Arrabal ha capito che il sogno è altrettanto reale della realtà” (ripensiamo a film recenti come “Abre lo Ojos/Vanilla Sky”, “The Cell” o “Dark City”, per dire). “E che mentre una cosa può essere vera o falsa, tutto, in compenso, è reale, così la verità come la menzogna” (da un articolo del ’73 per l’Espresso).
Un esame approfondito dell’opera e del personaggio Arrabal, scrittore, grande amico di Kundera e Houellebecq, fan di Beckett e Wittgenstein, torrenziale drammaturgo, letterato, saggista e poeta, richiederebbe un libro, non un articolo on line. Ma voi perdonatemi la superficialità e guardate questi film anche a dispetto della mia superficialità: vale sempre la pena di confrontarsi con un immaginario così unico e personale, foss’anche per rifiutarlo. E guardatevi anche gli extra, come prassi di RaroVideo fra i pochi che val davvero la pena di seguire, perché aiutano a capire e dar senso a quanto scorre davanti ai nostri occhi anziché a far farfugliare qualche attorucolo.
Guardateli e meditate, tutti voi che ritenete che non si possa fare cinema visivamente originale senza disporre di budget “americani” e attori star. Voi che date per scontato che il cinema italiano possa sfornar solo commedie “carine”. Rivediamoceli tutti, ripensando a quanto diceva Jodorowsky in un’intervista recente (negli extra di “Santa Sangre”): ossia che ormai l’unico cinema ancora che lo colpisce è quello orientale (Miike in testa); e domandiamoci se non sia ora che in Europa e soprattutto in Italia si riscopra un pizzico di coraggio di rischiare, di scontentare qualche palinsesto tv e con due lire riprovare a fissare sulla retina del mondo qualche immagine potente, che lasci il segno e non si slavi coi titoli di coda.
Magari c’è ancora la possibilità di “fare storia”, oltre che di contemplarla in dvd.
Con RaroVideo il prossimo appuntamento “posthuman” è con l’imprescindibile uscita in dvd dei due “Tetsuo” e del recente “Nightmare Detective” di Shinya Tsukamoto, principe dei registi postumani… non a caso proveniente dal Sol Levante.
Last modified on Thursday, 12 April 2007 18:06
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