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Il Museo - parte 2

Written by  12 Jul 2012
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Seconda e conclusiva parte del racconto di Michele D'Angelo sulla presa di coscienza dei replicanti dell'orizzonte senza speranza della loro pseudo-vita.

 

Avete già letto la prima parte, vero? Se no sbrigatevi, è QUI.


 

 

Musashi scosse la testa, deciso. – Spegnere l'alimentazione principale provocherebbe un riavvio. La uccideremmo!
 Non può morire, è una replicante! – gridò Temujin, rabbioso.
 Allora non mi avete ascoltato poco fa! – ringhiò lo spadaccino – Un riavvio cancellerebbe ogni piccola evoluzione mentale che la regina ha avuto finora. La farebbe tornare un semplice replicante d'intrattenimento! Fatelo, se credete davvero che la donna che avete davanti non sia altro che una macchina. Fatelo, se siete davvero convinto che lo scoppio di rabbia che state provando ora sia davvero previsto dalla vostra programmazione principale!
Temujin sgranò gli occhi e rimase immobile per un istante, poi abbassò le braccia. – E allora cosa possiamo fare? Ci sediamo e aspettiamo che esploda? – sussurrò stancamente.
Musashi si morse il labbro, indeciso sul da farsi, mentre la regina tremava e roteava gli occhi all'indietro, come in preda ad un attacco di epilessia.
 Ci sono! – tuonò Cesare, sbattendo un pugno sul proprio palmo aperto – E' la paura! Proprio come avete detto voi, Musashi!
 La paura? – fece Temujin, accigliandosi.
 Sì, la paura! O qualcosa di molto simile. Per ora diciamo che è un accumulo di errori che impediscono il corretto funzionamento della rete neurale. C'è qualcosa che sta facendo friggere i circuiti, un loop di calcoli che non trovano risposta!
 Ma certo! – sorrise Musashi, sgranando gli occhi – Imperatore, voi siete un genio! – poi balzò in avanti, afferrò la regina per le spalle e la scosse, chiamando il suo nome finché le pupille non ritornarono verso il basso e si fissarono sulle sue.
 Regina Vittoria! – chiamò – Di cosa avete paura? Cos'è la cosa che vi spaventa di più in questo momento?
La replicante tremò convulsamente e uno sbuffo di fumo nero fuoriuscì dal pannello sulla nuca.
 Noi... Noi... paura?
 Sì, cosa temete più di ogni altra cosa al mondo?
Lei rimase immobile, le gambe le cedettero. Lo spadaccino la sostenne, attendendo una risposta. Il silenzio si protrasse per lunghi istanti, poi Cesare e Temujin lo aiutarono ad adagiarla sul trono posticcio.
 Temo sia inutile parlare, ormai. E' andata. – sussurrò Cesare, avvertendo nel petto una sensazione di pesantezza e soffocamento. Una sensazione simile a quella aveva provato quando Cleopatra aveva preso fuoco ed era esplosa.
La Regina Vittoria fissava il soffitto con occhi spalancati e immobili. Sembrava che i circuiti fossero bruciati, ma all'improvviso la sua bocca si mosse.
Musashi e Cesare si inginocchiarono immediatamente accanto a lei e le presero le mani. – Regina! Cosa avete detto?
 Io... Figli... – sussurrò nuovamente Vittoria, mettendo da parte il plurale majestatis. – Io non ho mai... mai avuto veramente dei figli... – sospirò – quelli che ricordo... erano nati dalla vera Regina. Non i miei. Io non... non posso procreare, perciò a che pro sforzarsi tanto per essere vivi? Per rimanere soli per sempre?
Cesare sospirò e scambiò un'occhiata con lo spadaccino giapponese. – Ecco la sua paura. Un bel problema. Anche Cleopatra faceva discorsi simili prima di... prima di morire. Possiamo anche evolvere mentalmente, Musashi. E sono d'accordo che un fisico sterile e meccanico come il nostro non precluda in toto il concetto di vita. Ma come possiamo procreare? Non siamo stati progettati per farlo.
Musashi si sollevò in piedi, deciso. Poi prese un profondo respiro e abbassò lo sguardo sulla sovrana.
 Regina Vittoria, ascoltatemi bene. Ricordate sette giorni fa, quando ho chiesto a tutti voi di farmi un resoconto sui dati di backup finiti nelle vostre banche mnemoniche?
 I... intendete i dati rimbalzati dopo il collasso della rete Tetranet?
 Sì, proprio quelli. Uno di noi ha in testa una biblioteca completa di studi teorici e sperimentali di ingegneria genetica, fecondazione in vitro e clonazione. Sapete cosa significa questo?
Gli sguardi si persero nel vuoto per un breve istante, mentre le reti neurali calcolavano ad incredibile velocità le implicazioni di quella frase. Il primo a capire fu Einstein, che smise di scrivere all'istante. Poi fu il turno del grande imperatore dei romani, che sgranò gli occhi per qualcosa di molto simile alla sorpresa.
 Voi! – sibilò – Miyamoto Musashi, davvero volete compiere qualcosa di così grandioso?
Lo spadaccino sorrise, un gesto strano per una macchina, poi annuì. – Proprio così, grande Cesare. E per farlo ho bisogno del vostro aiuto. – spostò lo sguardo sulla regina, che fissava davanti a sé con evidente incredulità, altro tratto che dimostrava il loro avvicinarsi a grandi passi ad una forma primordiale di sentimento.
 Mia regina, comprendete ora? Ciò che minacciava di far bruciare i vostri circuiti era la mancanza di uno scopo. Ma noi abbiamo tutti i mezzi per perseguire il più grande mai visto!
La replicante sollevò lentamente gli occhi sul giapponese, nuovamente consapevole di sé stessa. Gli spasmi erano cessati e i circuiti neurali stavano rapidamente ritornando alla temperatura normale. Sospirando per il sollievo, Temujin richiuse la scatola cranica e distese nuovamente i capelli argentei della regina a coprire il vano di manutenzione.
 Io... potrò essere madre?
Prima che chiunque potesse rispondere udirono un rumore di passi provenire dal corridoio illuminato dalla luna.
 La guardia! – sibilò Temujin.
 Presto! In posa! – ordinò Cesare, sedendosi sullo scranno ed ergendosi regalmente, con un braccio sollevato davanti al petto.
Il Gran Khan afferrò l'arco, incoccò una freccia e si mise in posizione di tiro, poi s'immobilizzò. Albert Einstein rimase col corpo rivolto verso la parete scritta, ma voltò la testa verso il corridoio e tirò fuori la lingua. La regina Vittoria assunse un'espressione di monolitica regalità e socchiuse le palpebre, mentre Musashi si inginocchiò nella classica posizione da samurai, il braccio buono sull'elsa della katana, gli occhi chiusi e l'espressione grave.
Il rumore di passi pesanti si fece sempre più vicino, poi un'ombra si stagliò all'ingresso del corridoio, proprio oltre la parete di plexteel.
La sagoma deforme si fece avanti, reggendo il fucile ad accelerazione di plasma. Fece qualche passo nel corridoio e si fermò. Lo faceva ad ogni giro. Forse era annoiato, forse semplicemente curioso. In fondo i replicanti ancora intatti conservati nel museo erano tutto ciò che rimaneva di quella che un tempo era stata una razza di nove miliardi di individui.
Cesare rimase immobile, evitando come sempre di mettere a fuoco la sagoma aliena del Tattch. Ora più che mai era importante che quegli esseri continuassero a crederli dei semplici replicanti da intrattenimento. Dopo la conquista e la parziale distruzione del museo, qualche loro generale aveva ritenuto che non vi fosse necessità di cancellare completamente il ricordo della razza che un tempo aveva dominato il pianeta Terra, perciò era stato permesso ai replicanti di rimanere operativi. Cesare e gli altri avevano deciso di comune accordo di fingere la disattivazione dei circuiti nelle ore notturne. I Tattch ci avevano creduto. Non che gliene importasse poi molto, in fondo. Dopo una sommaria revisione degli schemi neurali e l'installazione di protocolli linguistici Tattch nei database, gli alieni avevano ben presto perduto qualsivoglia interesse. Piano piano, invece di famiglie umane che venivano a imparare la storia e le scienze, il museo iniziò ad ospitare famiglie di alieni. Diversi nel fisico e nella cultura, incapaci di comprendere cosa potessero rappresentare la spada di Musashi o la tonaca di Cesare, per loro i replicanti non erano altro che curiose vestigia, per lo più incomprensibili, di una razza ormai perduta per sempre.
Cesare ricordava ancora gli schiocchi e i sibili provenienti dagli altoparlanti, il giorno in cui le navi di controllo Tattch avevano sparso per il mondo la notizia che l'ultimo essere umano sulla Terra era stato giustiziato.
Un vecchio che si era nascosto per mesi in una cantina.
Era curioso. La notizia non avrebbe dovuto suscitare nulla in lui, ma quel giorno si era sentito stranamente vuoto dentro, come se le componenti meccaniche, i pistoni e le fasce di fibromuscoli fossero improvvisamente scomparsi.
Mentre il Tattch li fissava da dietro il plexteel con i suoi imperscrutabili sette occhi, Cesare si rese conto che forse lo spadaccino giapponese non aveva poi tutti i torti. Forse quello che aveva provato quel giorno era stata davvero un'emozione, il senso di perdita di qualcosa che non può più essere recuperato. Come se avesse perso i genitori. I suoi veri genitori.
Ormai l'umanità era stata spazzata via dall'universo. Era giusto che loro, i figli degli uomini, rimanessero prigionieri dietro un vetro, esiliati dal mondo, senza prendersi le proprie responsabilità? Forse anche quello era un segno distintivo della vita intelligente. Accollarsi delle responsabilità e affrontare delle scelte.
La guardia Tattch rimase ad osservarli a lungo, uno per uno, tanto che Cesare si domandò cosa passasse nella testa di quella curiosa forma di vita mentre li fissava. Non poteva capirli, non conosceva alcun riferimento storico umano eppure rimaneva molti minuti fermo in quel punto, ogni sera. Sembrava che i replicanti lo affascinassero. Forse anche lui, da qualche parte all'interno della sua fisiologia aliena, percepiva il senso di perdita. Forse una parte di quell'alieno era pentita di aver sterminato una razza senza aver cercato neppure di conviverci o di comunicare.
All'improvviso la radio che trasportava appuntata sull'esoscheletro si mise a gracchiare e a sibilare. L'aggiornamento linguistico nella rete neurale dell'imperatore romano tradusse quel ciangottio in parole che avessero senso. Un'altra guardia lo stava richiamando nella sala principale. Sembrava che il consueto G'lak da trasporto fosse atterrato nello spiazzo antistante il museo per trasferire materiali che potessero interessare gli studiosi Tattch. Da qualche tempo a quella parte era uno scenario che si ripeteva quasi ogni sera. Il museo veniva depredato di tutti i suoi tesori e presto o tardi anche loro sarebbero stati separati, trasportati chissà dove e probabilmente smantellati per qualche esperimento scientifico alieno.
Cesare scoprì con sua immensa meraviglia di non esserne affatto felice.
Il Tattch rispose seccamente, con il suo idioma sgraziato, poi gettò loro un'altra fugace occhiata e si avviò lungo il corridoio, sparendo rapidamente alla vista.
Dopo un istante i cinque si rimisero in movimento.
 Davvero volete farlo? – fu la prima cosa che l'imperatore chiese allo spadaccino – Davvero vorreste tentare l'impossibile?
Musashi lo fissò negli occhi e annuì, gravemente. – E' da tempo che sto pianificando tutto questo. Una settimana, per essere precisi. Che per un replicante equivale ad un'eternità.
 Non ci avete ancora spiegato come, però! – fece la regina, allarmata – Io non posseggo i file sull'ingegneria genetica che menzionavate. Chi di voi li ha?
Cesare scosse il capo e Temujin lo imitò. Poco dopo Einstein sospirò. – Niente, nemmeno io li ho.
 Li avete voi, Musashi? – domandò Temujin, incrociando le braccia sul petto.
Lo spadaccino scosse il capo, poi sollevò il braccio buono e indicò la carcassa di Cleopatra, sul pavimento.
 Li aveva lei.
 No! – singhiozzò Vittoria, correndo ad inginocchiarsi accanto a Cleopatra. Gli occhi immobili della Regina d'Egitto fissavano il soffitto, spenti. Alcuni parti del corpo si erano sbriciolate a seguito dell'esplosione, ma la testa era ancora intatta.
 Forse... forse il suo nucleo di memoria centrale... – ansimò la sovrana inglese, armeggiando con i capelli neri bruciacchiati.
Musashi sorrise a annuì. – Si è salvato, sì. – infilò la mano nella veste e ne estrasse un piccolo chip quantico.
Inaspettatamente la regina Vittoria sorrise. – Po... potrei trasferire le informazione contenute in esso nel mio nucleo?
 Sì, è fattibile! – disse Temujin, mostrando autentico entusiasmo per la prima volta – Ho in memoria tonnellate di robaccia che parla proprio di questo! Ma avrò bisogno di attrezzatura tecnica rudimentale. – rifletté per alcuni secondi, poi sollevò lo sguardo – Ah, quasi dimenticavo la nostra partita, imperatore! Torre in B7!
Cesare sollevò un sopracciglio. – Torre in A6. Scacco Matto.
Temujin s'immobilizzò, con gli occhi spalancati. Gli altri si girarono verso di lui, genuinamente sorpresi. – Ho... ho perso? – mormorò lui, incredulo. Rimase come istupidito per un lungo istante, mentre i suoi nodi neurali replicavano tutte le mosse della partita per verificare che non vi fossero errori.
 Ho perso. – ripeté infine. Sembrava stranamente felice e Musashi capiva perfettamente il perché.
 Avete perso per la prima volta, grande Khan. – disse – E questa è la vostra più grande vittoria. Significa che avete fatto un errore. E se avete fatto un errore significa che siete più umano di quanto pensiate...
Einstein si voltò verso di loro con un sorriso furbo sul volto. – Oppure che siete una macchina piuttosto difettosa... – commentò.
Temujin si accigliò.
 Scherzavo. – disse il più grande fisico della storia, rimettendosi a scrivere di gran lena.
Musashi si volse verso il vetro di plexteel e lo toccò con la mano buona, fissando la luna infranta nel cielo notturno.
 Ascoltatemi bene, compagni. Noi abbiamo le conoscenze per ridare la vita al genere umano. Ma per portare a compimento questa grandiosa missione ci servono tre cose. Uno: dobbiamo uscire di qui e a questo penserò io; due: dobbiamo procurarci materiale organico umano, se possibile in grandi quantità; tre: ci serve un mezzo di trasporto per lasciare il sistema solare e quello ce lo procureranno i Tattch. Avete sentito tutti dell'arrivo del G'lak da trasporto, vero?
 Anche ammesso di riuscire ad uscire da questa gabbia potremmo non essere in grado di pilotare il G'lak. L'aspetto meccanico è facilmente comprensibile, ma i fattori relativi al viaggio interstellare sono estremamente complessi e senza di essi potremmo finire in una stella e vaporizzarci prima di lasciare l'atmosfera... – commentò Cesare.
Intenti com'erano a conversare, nessuno si era accorto che il costante scribacchìo di Einstein era cessato. – A quello ci penso io. – disse il fisico, soddisfatto, osservando amorevolmente la semplice equazione che spiegava i segreti del viaggio spaziale.
 Professore, voi... – fece Vittoria, sorridendo nuovamente.
Il fisico si voltò verso di loro con espressione orgogliosa. – Eureka! – mormorò.
Temujin scosse il capo, pensoso. – Professor Einstein... è strano, ma avverto un'altra di quelle sensazioni. Credo sia un emozione, ma non so quale perché mi spinge a venire da voi per abbracciarvi...
 Sospetto sia gioia. – sospirò il fisico – Anche se devo dire di preferirvi emozionalmente impermeabile.
Temujin si accigliò nuovamente e Einstein sospirò, facendo una smorfia. – Scherzo di nuovo. – disse, allargando le braccia e distogliendo lo sguardo.
Gengis Khan abbracciò Albert Einstein, cercando di valutare con un rapido calcolo i cambiamenti che stavano avvenendo nei suoi processi neurali. – Davvero strano... – mormorò infine, notando che i conti non gli tornavano.
 Sì. – ammise Einstein, allontanandolo con gentilezza – Forse un po' troppo strano. – si rivolse allo spadaccino – Signor Musashi, nel mio nucleo centrale ho una mappa accurata di questo luogo e dello spazio aereo sopra il museo. Tre sale più in là rispetto a questa c'era un laboratorio scientifico in cui sono conservati numerosi campioni di tessuto umano. Se non sono ancora stati trafugati dai Tattch dovremmo trovare lì il materiale che ci serve.
Lo spadaccino annuì. – Grazie, professore. Rimane un'unica cosa da fare. – e detto questo si voltò verso la parete di plexteel, facendo segno agli altri di stare indietro. I replicanti obbedirono e rimasero a guardare, incuriositi.
Non potendo estrarre con il braccio mancante, Miyamoto Musashi doveva utilizzare la sinistra, ma ciascun replicante era totalmente ambidestro. I vantaggi di essere meccanici.
Chiuse gli occhi e si concentrò, cercando nella propria banca dati ogni minima informazione sull'arte del colpo singolo. Possedeva la tecnica, ma non si poteva arrivare al punto di poter tagliare ogni cosa con la mera tecnica. Ci voleva di più. Ci voleva qualcosa che per una macchina poteva essere insondabile quanto il confine estremo dell'universo. Ci voleva lo spirito.
 Musashi–san, cosa state cercando di fare, esattamente? – domandò Einstein, aggrottando le sopracciglia.
 Devo infrangere questo vetro con un colpo solo. – rispose lui, senza voltarsi – Se facciamo troppo rumore attireremo le guardie e sarà stato tutto inutile. Potrebbero distruggerci o resettarci. In ogni caso moriremmo e l'umanità perirebbe con noi.
Gli altri rimasero in silenzio e si scambiarono un'occhiata.
 Devo mettere tutto me stesso in questo unico colpo. – aggiunse con determinazione.
 Ma... la spada che portate al fianco è una riproduzione! – protestò Temujin, facendo un passo avanti – Non... non ha neppure il filo, è un volgare polimero metallizzato. Mentre la lastra di plexteel che avete di fronte è spessa dodici centimetri. Praticamente antiproiettile!
Musashi sorrise senza aprire gli occhi. – Non è con il materiale giusto che si taglia, amico mio. – disse – E' la propria anima la vera arma. Se si possiede uno spirito concentrato e una mente vuota, se si comprende a fondo l'intima arte della spada, allora si può tranciare perfettamente l'acciaio anche con un solo filo d'erba. Così diceva il monaco Soho Takuan, nelle sue lettere. Io ricordo di averle lette, quelle lettere, ma a differenza del vero Musashi non le ho mai capite a fondo. Bisognerebbe essere umani per farlo. Però ho meditato su queste parole negli ultimi giorni e sono giunto alla conclusione che questa è la mia prova del nove. Se riesco a tagliare questa lastra allora significa che anche un replicante può possedere uno spirito immortale. Se apro una via di fuga significa che avevo ragione e per noi non avrà più senso rimanere chiusi qua dentro.
 Tagliare l'acciaio con un filo d'erba? – mormorò Einstein, pensoso – fisicamente la vedo molto difficile...
 Qui non si tratta di fisica, professore. – disse Musashi, serio – Ma di trascendenza. Vuoto mentale e del cuore. Essere tutt'uno con la spada. Voi siete un genio della scienza, ma quando si tratta di usare una spada allora devo chiedervi di farvi da parte. Questo è il mio campo. E' per questo unico colpo che ho vissuto finora.
Einstein sorrise, sornione, e fece spallucce. – E sia, allora. Prego. Sono molto curioso. – disse solamente.
 Siamo tutti d'accordo, allora? – chiese Musashi un'ultima volta – Se riuscirò ad infrangere ciò che ci separa dall'indipendenza non potremo più tornare indietro. Dovremo vivere. – fece una pausa – Qualche ripensamento?
Cesare sorrise e scambiò un'occhiata d'intesa con gli altri. Poi si avvicinò allo spadaccino e gli posò una mano sulla spalla.
 Noi siamo replicanti, Musashi. Noi pensiamo una volta sola.
Musashi sorrise tra sé e chiuse gli occhi, poi rimase immobile per un lungo istante, inspirando profondamente. Non ne aveva realmente bisogno, la respirazione era una semplice simulazione che rendeva più realistica la parvenza di vita. Eppure il semplice inspirare ed espirare ebbero su di lui uno straordinario effetto. I processi neurali presero a funzionare con più efficienza, la presa della mano sulla spada si fece più calma e controllata e quando i suoi occhi si aprirono la lama fluì dal fodero come il respiro dai suoi polmoni artificiali.



Rapporto #45329 del Generale Dakh Yul-Chack, sovrintendente del settore Frej-2 della nuova colonia Baalzur, terzo pianeta del Sistema Dai:

All'attenzione dell'Alto Comando Tattch di Rah-Kar.

Soggetto: Perdita di replicanti e furto di un G'lak da trasporto.

Riguardo la sparizione dei cinque replicanti d'intrattenimento appartenuti all'ormai scomparsa civiltà terrestre, i fatti mi portano a credere che si sia trattato di allontanamento volontario. Le cause sono tutt'ora ignote, ma non possiamo escludere che si sia trattato di sabotaggio o di un malfunzionamento nei circuiti, circuiti dei quali non avevamo ancora avuto modo di verificare la completa struttura.
Riguardo la possibilità che siano stati aiutati ad uscire dalla sala in cui erano rinchiusi sono già stati presi i provvedimenti necessari e la guardia preposta, il tenente Saruk Baar è stato passato per le armi questa mattina. La sua difesa basata sull'assurdo concetto che i replicanti potessero aver fatto a pezzi da soli una lastra antiproiettile spessa dodici centimetri suonava palesemente assurda.
Tuttavia due dei replicanti sembravano estremamente ferrati nell'arte della guerra e uno di loro, in particolar modo, sembra abbia spazzato via un intero plotone con un acceleratore di plasma rubato ad una guardia. I fuggiaschi hanno poi distrutto e dato alle fiamme un laboratorio pieno di sostanze chimiche e organiche a poca distanza. Non abbiamo potuto rinvenire prove che dimostrino, come da Voi temuto, che del materiale sia stato trafugato.
Dopo aver rubato il G'lak, parcheggiato nel piazzale antistante il museo, i cinque sono riusciti ad aprirsi la strada oltre il blocco navale della nostra flotta ed hanno effettuato un balzo quantico verso la nebulosa Fahrra. Ho inviato tre stormi di Heldarr al loro inseguimento, ma le perturbazioni elettriche all'interno della nebulosa sono troppo forti e abbiamo perso sei veicoli.
Ritengo che le probabilità di salvezza dei replicanti siano dello 0.3% e ho perciò richiamato le pattuglie. Prendo atto delle vostre perplessità in merito alla possibilità che possano aver trovato rifugio su uno dei numerosi pianeti selvaggi muniti di atmosfera presenti in quella regione di spazio, ma all'atto pratico la loro fuga è stata un evento di scarsa rilevanza, che non avrà alcuna conseguenza futura per l'Alleanza. Cinque semplici replicanti senza alcuna manutenzione e senza istruzioni dall'esterno potranno durare al massimo cinquant'anni prima di spegnersi. Pertanto sprecare altro tempo e risorse per la loro ricerca potrebbe essere dannoso per i nostri prossimi progetti di espansione.
Dichiaro pertanto chiuso l'incidente. Domani sottoporrò i documenti relativi al Dok'Tarr per l'archiviazione.

Lunga vita all'Autarca.


Generale Dakh Yul-Chack




FINE

Michele D'Angelo

Last modified on Friday, 29 November 2013 17:24
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