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Loretta Strong - sola nel delirio alla fine del mondo

Written by  04 Mar 2012
Published in Notizie
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Phoebe Zeitgeist torna in scena al Tertulliano dal 23 al 25 marzo con un testo di Copi diretto da Giuseppe Isgrò, in cui ancora una volta un’ambientazione fantascientifica serve da grimaldello per scavare nell’inner space della mente umana e dell’identità collassata. La nostra intervista al regista.

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"For here, am I floatin' round my tin can
Far above the world
Planet Earth is blue
And there's nothing I can do"

(D. Bowie, Space Oddity)

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Fumetto, fantascienza, teatro, punk. Vi sembra un mix plausibile? No? Male, siete anche voi prigionieri della 'logica', forse?

Ok, partiamo dall'inizio. Phoebe Zeitgeist: partiamo dal nome per capire come mai torniamo ad occuparci dell’originale realtà teatrale milanese per la seconda volta in poco tempo: Phoebe Zeitgeist è la protagonista di un fumetto americano creato dal disegnatore Frank Springer e dall’autore di testi Michael O’Donoghue per la rivista d’avanguardia statunitense Evergreen Review (come leggete QUI), una sorta di mezza via tra Barbarella e la Valentina a venire (qui a destra ne vedete una copertina e sotto a sinistra una tavola originale).

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Nel '71, del personaggio si appropria R.W. Fassbinder per il suo dramma teatrale “Sangue sul collo del gatto”, facendone un’aliena piombata sulla terra ma incapace di parlare la lingua dei suoi abitanti, ossia piegando il personaggio fumettistico sexy-pulp a una metafora dell’incomunicabilità umana.

Non ci dilunghiamo sul medio metraggio del 2007 Phoebe Zeitgeist (In the City of the White Wolf) perché, a parte questo trailer, del film di David Louis Zuckerman dal gusto underground-warholiano non sappiamo dirvi molto altro. Ma, visto che la compagnia di Giuseppe Isgrò – che ha realizzato un’azione teatrale basata sul testo di Fassbinder che sarà installata alla Fondazione Mudima – s’è scelto proprio il nome della fantaeroina come propria bandiera, cominciamo a farci un’idea del perché sia una delle poche realtà teatrali contemporanee a guardare con occhio interessato e competente alla letteratura di fantascienza fra le fonti d’ispirazione drammaturgica.

“Naturalmente – ci spiega il regista Giuseppe Isgrò (anche in quest'impresa affiancato dal fratello Giovanni per le musiche di scena) – non è la fantascienza delle astronavi o dei mostri spaziali che ci interessa, non metterei mai in scena Asimov o Clarke, bensì quella più ibrida dell’inner space, che diventa metafora del lato più alienato dell’animo umano. Che si presta a dar voce al delirio interiore, a proiettare quelle che Ballard chiamava icone neuroniche del sistema spinale, i miti mediatici installati nel nostro inconscio collettivo che influenzano la nostra stessa identità, o quella che noi definiamo tale”.


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Infatti, dopo il Ballard della Mostra delle Atrocità, il Loretta Strong che sarà in scena allo Spazio Tertulliano dal 23 al 25 marzo (locandina in apertura), è un testo del drammaturgo, romanziere e fumettista (pure lui!) argentino-franco-apolide Copi (al secolo Raúl Damonte Botana), che lo recitò egli stesso en travesti e in ben quattro lingue diverse (tra cui in italiano a Bologna nel ’79), tanto per tornare al discorso dell’incomunicabilità espressa attraverso una lingua sconosciuta del Fassbinder.

Noi sul palco vedremo invece una vera donna (Margherita Ortolani, QUI in un clip di scena e nelle belle foto ai lati): ultima superstite della razza umana dopo una imprecisata apocalisse che l’ha estinta, alla deriva nel nulla cosmico sulla sua astronave (rappresentata dal triangolo argentato che vedete nel clip, dal quale non esce mai).

"Ho delle escrescenze sulla pelle!
crescono anche sulle pareti, ma meno!
Aspetta che le annaffio!
Sono rose!
Dorate!
I cacatoa sono tutti bianchi e carini!
Cantano!
Pronto, Linda?"
(estratto dal testo)

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Sola, nell’universo come in scena, isterica e folle di tale solitudine, sola come è per definizione l’attore di teatro, esistente solo in quanto è sulla scena, identità inesistente in quanto esplosa. Forse non è nemmeno una vera femmina ma un transessuale, un mutante, forse le sue visioni sono le allucinazioni di una drogata: “Loretta esplode e si rimette insieme da sola (quasi come Mort Cinder, altro grande personaggio del fumetto fantastico argentino, NdR), esiste solo per la durata della finzione scenica, quindi la sua ‘vita’ non ha nemmeno il termine naturale della morte”, continua Isgrò. “Ed è assolutamente, anarchicamente libera, ma della libertà della follia. Loretta è la dissoluzione di ogni regola sociale, di ogni meccanicismo, anche linguistico. Infatti Copi performa il delirio, ci nega ogni riferimento narrativo razionale, come ogni psicologismo, in nome di una soggettivizzazione totale, in una comica follia surrealista".


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Un surrealismo vicino al movimento Panico di Jodorowsky e Arrabal, ma senza le loro derive mistico esoteriche, di un’anarchia che in qualche modo prefigura il punk. “Come Ballard e Fassbinder, Copi mette in scena la merda, la dissoluzione, il macello della carne, un sesso svuotato non solo di sentimenti, ma persino di desiderio e di piacere, puro gesto meccanico e compulsivo”.

“Isterico e provocatorio per il piacere (e la volontà politica) di sovvertire le regole fino all’assurdità eretta a (non)sistema, quella di Copi è anarchia anche a livello linguistico, anche se lontana dalle visioni complottiste di un Burroughs; ricordiamo che l’argentino Copi scrive in un francese non suo, come altri 'profughi linguistici' del Novecento: i Kafka, Beckett, Canetti, Kristóf. E la sua Loretta, come Phoebe in Fassbinder, è un personaggio dissociato, in piena tradizione dell'assurdo novecentesco”.

“E’ un autore sicuramente da riscoprire, Copi, anche se difficile da digerire in quest’epoca di significati assimilati e riciclati sempre più rapidamente. Ecco perché in giugno metteremo in scena all’Out Off il suo primo testo scritto in francese, ‘La Giornata di una Sognatrice’”, conclude il regista.

Ne riparleremo dopo aver visto lo spettacolo. Intanto, noi postumani ci vediamo il 23 allo Spazio Tertulliano per la prima di Loretta/Phoebe. O siamo così dissociati che nemmeno ci riconosceremo in teatro?

Mario G

Last modified on Friday, 23 March 2012 15:26
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