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Upside Down - amarsi a capofitto

Written by  05 Mar 2013
Published in Cinema
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Marco Marchetti recensisce la brillante fiaba fantasentimental di Juan Solanas, figlio dell'argentino Fernando, che dal padre sembra aver succhiato l'immaginario dolcemente surrealista.

 


 

Immaginate un mondo, anzi due, tra loro perfettamente simili o forse complementari, che per qualche scherzo del magnetismo cosmico sono ubicati l'uno sopra l'altro, di modo che gli abitanti delle terre sottostanti, più povere e distrutte da antiche guerre, vedano palazzi e grattacieli appesi al contrario sopra le loro teste.

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Immaginate allora individui comuni, umani e umanamente civilizzati, che si recano al lavoro ogni mattina occupando scrivanie appese al soffitto, che lottano con una gravità contraria rispetto a quella dei dirimpettai, e soprattutto che ritengono, ciascuno per ragioni diverse nella sostanza ma equivalenti nella pratica, di possedere la giusta prospettiva; percependo gli “altri” come degli anormali che camminano sui soffitti anziché sui pavimenti, e tenendoli perciò a rigorosa distanza di sicurezza.

I contatti tra le due società, così vicine benché tanto lontane, sono infatti vietatissimi e puniti con il carcere duro, non fosse per la TransWorld, diabolica multinazionale sfruttatrice di petrolio e materie prime, la cui sede è un grattacielo a “stalagmite” in grado di congiungere le superfici dei due mondi. Una volta assunti lì, è possibile impiegare le conoscenze professionali dei propri compagni di scrivania per ottenere piccoli favori, come oggetti, vestiti e altri materiali che, una volta passati all'altro mondo, costituiscono strumenti pregiati per condurre ricerche scientifiche e baratti.

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È questo il caso del giovane Adam (Jim Sturgess), che ha approntato un piano geniale per ritrovare la bella amata di un tempo, Eden (Kirsten Dunst), cresciuta nel mondo di sopra: i due si incontravano lungo i crinali di altissime montagne, le cui vette erano capaci di collegare i pianeti, fino a quando la polizia di confine non li separò, imprigionando lui e provocando in lei, anche se in modo del tutto accidentale, una tremenda amnesia.

Anni dopo, Adam ha inventato una crema anti-invecchiamento, utilizzando derivati dalla materia del mondo proibito, e proprio per questa singolare perizia viene assunto alla TransWorld, dove guarda caso lavora anche Eden. Approfittando dell'amicizia con Bob (Thimoty Spall), il ragazzo si costruisce un giubbetto di metallo del mondo di sopra, affinché il peso del minerale vinca la gravità contraria del suo corpo e gli permetta di camminare tra i consimili senza destare sospetti. Almeno per un'ora, dopo di che la materia “clandestina” comincia a bruciare sulla sua pelle, costringendo l'audace tecnico a ritornare in fretta e furia nel proprio spazio. A questa incombenza si dovrà aggiungere la mancanza di memoria dell'amata, cosa che lo renderà ai suoi occhi un perfetto estraneo, e per di più irregolarmente penetrato nella zona che non gli compete...

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Dopo pregevolissimi lavori quali Metropia (2009) ed Eva (2011), rispettivamente da parte di Regno di Svezia e Regno di Spagna, l'Europa continua a produrre fantascienza, e lo fa non soltanto con estremo garbo e altrettanta cura per il dettaglio, ma con una profondità che di rado abbiamo visto nel recente cinema americano. Questa volta l'onore spetta alla Francia e in parte al Canada, e il risultato è una fiaba delicatissima appena ricoperta da una velatura di melanconia, mescolata però a un obbligato lieto fine che addolcisce l'asprezza e smussa le esigue angolature. A dirigere i lavori ci pensa invece un (qui da noi poco noto) figlio d'arte, Juan Solanas (il padre Fernando è uno dei principali registi argentini, noto da noi - per chi se lo ricorda - per il bellissimo Sur dell'88), al secondo lungometraggio di fiction dopo Nordeste (2005).

Solanas dirige senza pecche, con mano sicura e con una sceneggiatura ineccepibile dalla sua, in cui ogni frammento è coerente con il successivo e ove il grande puzzle di una distopia parallela, totalmente irrealizzabile ma non per questo meno inquietante, finisce per mostrarsi coeso e congruente con le proprie premesse.

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Ma Upside Down non è interessante soltanto per le sue intuizioni narrative, comunque originalissime nel genere, ma anche e in particolare per l'aspetto prettamente visivo, che riesce a coniugare nel modo più efficace la delicatezza dei francesi con i dettami tendenzialmente più commerciali delle produzioni sci-fi: i mondi così effigiati (merito di Alex McDowell, scenografo, di Isabelle Guay e Jean-Pierre Paquet, questi ultimi alla direzione artistica) sono dei gioielli a dir poco accattivanti, l'uno devastato dalle guerre e affamato, quasi sempre buio e nebbioso, l'altro crasso e opulento, il primo tutto brulicante di allestimenti post-industriali, rovine di palazzi di rappresentanza in stile classicheggiante, vecchi casermoni ed officine da Polonia sovietica; il secondo al contrario speculare, e quindi luccicante di tubi intarsiati, grattacieli, strani macchinari pensili che uniscono come modernissime metropolitane sopraelevate i distretti periferici alla conurbazione.

Sembra di partire per un viaggio fantastico, in atmosfere surreali, volutamente ambigue, che sfrecciano con estrema noncuranza dalla tenebra pesta del mondo sottostante agli empirei azzurrati e nebulosi del soprastante; concedendo al contempo delle zone franche, spazi d'incontro tra gli universi in cui gli abitatori dei “piani alti” possono conversare, ballare e lavorare praticamente accanto, o meglio sopra, i più poveri cittadini degli strati inferiori.

È vero, alle volte la confezione conserva un retrogusto caramelloso (le scene d'amore tra Adam ed Eden, consumate alla luce di una luna volgarmente grossa, a palla, e cime innevate all'orizzonte, finiscono più per somigliare a un'immagine da desktop che da cinema), ma si tratta di cadute talmente marginali che non intaccano praticamente mai lo stile registico, sempre meritevole ed encomiabile. E se anche ciò avvenisse, il grande locale notturno in cui i nostri si danno appuntamento, una grande struttura sospesa di sapore decadente e con interni arredati in vinaccia, riporta all'istante le melense peregrinazioni alla praticità nuda e cruda di un grande film sapientemente arrangiato: una pellicola che regala inseguimenti mozzafiato su rocce galleggianti nel vuoto, salti in caduta libera tra enormi carcasse siderurgiche abbandonate negli avvallamenti, continui ribaltamenti di prospettiva che, in un gioco simmetrico e a tratti alquanto compiaciuto, portano lo spettatore a confondersi ripetutamente sulla correttezza del punto di vista: sempre che in un mondo sottosopra si riesca ancora a parlare di una percezione univoca dello sguardo, anche perché ogni elemento potrebbe apparire collocato secondo criteri convenzionali soltanto a seconda di come lo si osserva e non per il rigore intrinseco della posizione.

Upside Down è la dimostrazione che è ancora possibile una fantascienza oltre il reticolato del cinema a stelle e strisce, e che per incantare il pubblico, per cullarlo con la rassicurante poesia dei sogni, per ammaliarlo con la promessa di esistenze fantasiose e ultraterrene, non occorre calcare il piede sul versante spettacolare, sugli inseguimenti o sparatorie, e nemmeno sull'esibizione di intricatissimi effetti speciali; è necessario piuttosto favorire la grazia di modi, la sobrietà registica e l'eleganza di stile. È forse questa la formula migliore e più collaudata di gradimento cinematografico, l'armonia che delimita gli eccessi, la proporzione che ne avviluppa le incongruità, la concordanza del tutto sul fracasso male accordato degli strumenti in sottofondo.


Marco Marchetti

Last modified on Tuesday, 05 March 2013 19:42
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