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Thor, il dio shakespeariano di Branagh

Written by  19 May 2011
Published in Cinema
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Kenneth Branagh mette la sua esperienza cinematografica sui drammi del Bardo al servizio dell'esiliato figlio di Odino marveliano. E Debora Montanari lo recensisce per noi, da amante delle saghe scandinave qual è da anni.


Forse c’è una visione più profonda dell’arte del fumetto, un amore più forte verso i suoi personaggi, una passione tanto unica da portare sul grande schermo film davvero magici: sicuramente i supereroi hanno un volto nuovo, fatto sì di CGI e 3D, ma anche di sceneggiature potenti con una misurata e vivace ironia, una forte intelligenza, e un’azione coinvolgente, per non parlare dell’acutezza nella scelta del cast, una scelta sempre più incline allo studio della personalità, nonché superiore bravura, degli attori, insomma alla fine, pur facendo un discorso generale legato agli ultimi splendidi film “supereroici”, mi sono ritrovata a descrivere in poche parole l’ultimo film della Marvel: “Thor”.


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La difficoltà primaria di questo film era trovare un equilibrio tra diversi fattori: la Mitologia Nordica e il fumetto di Stan Lee, la spettacolarità e le dinamiche della trama, le forti personalità dei personaggi e l’emozione: semplice a parole ma sulla carta e sullo schermo diventa tutta un’altra cosa, dal momento che sbagliare le dosi di questi equilibri può significare il fallimento, perché Thor è un personaggio complesso ed è altrettanto complesso sviluppare le sue vicende che si svolgono su due mondi: la Terra e Asgard.


Nella realizzazione di questo film ci si trovava quindi a dover gestire un personaggio, presentato come un supereroe ma esistente, da sempre, come un Dio: Thor, il Dio del Tuono, appartenente a una delle mitologie più potenti, quella Nordica, potente per bellezza e per complessità, in quanto molto simbolica. Di fronte a questi ingredienti e aggiungendo la fama del fumetto nato nel lontano 1962, il film non doveva sbagliare: doveva adattarsi alla contemporaneità senza togliere la magia della tradizione, perché Thor non è solo un film per ragazzi, ma anche per quegli adulti che, quando erano bambini, hanno vissuto le gesta del Dio del Tuono attraverso le pagine del fumetto.

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La necessità di creare una trama forte che potesse reggere poi la spettacolarità è una conseguenza: in un film di questo genere gli effetti speciali contano solo perché si tratta del fantastico, e quindi perché devono essere al servizio della trama e dello sviluppo delle scene che risultano in effetti molto spettacolari ma grazie a una storia che coinvolge per fascino e per ironia.


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Il fascino nasce dal senso di meraviglia che il mondo alieno, Asgard, patria di Thor, di suo padre Odino, del fratello Loki e dei guerrieri asgardiani, riesce ad evocare nello spettatore coinvolto non solo dai luoghi ma anche dalle vicende che scuotono quel mondo.
L’ironia è tutta giocata sul fatto che Thor è un Dio esiliato sulla Terra (come mostra eloquentemente la scena qui sopra a sinistra, NdR), un uomo con gli atteggiamenti di un dio che in mezzo agli umani sembra avere seri problemi mentali e poi Thor è un non-supereroe: lui non è un alieno che acquista poteri una volta arrivato sulla Terra, ma è un alieno che perde i poteri una volta caduto sul nostro mondo. Questo è già ironico di per sé, figurarsi se ci si sviluppa sopra una storia.

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Le storia in questione Kenneth Branagh l’ha gestita in maniera esemplare in parte aiutato dai molti film basati sulle opere di Shakespeare da lui diretti in passato; ma non è solo l’abitudine alle vicende politiche e ai drammi familiari regali che può rendere un regista infallibile di fronte ad un film del genere, Branagh dimostra una grande fluidità di movimento nel gestire una trama su due fronti. E la trama propone proprio questo, vicende reali, fragili equilibri, rapporti padre figli, insomma, una storia molto vicina a Shakespeare ma con una differenza astronomica, in tutti i sensi: il regno di cui si sta parlando, Asgard, appartiene ad un’altra galassia, e i nostri Dei si spostano da un mondo all’altro con il famoso Bifröst, l’arcobaleno-ponte, che altro non è che un loro personalissimo Stargate.

Sarà proprio l’apertura del Bifröst sulla Terra che attirerà l’attenzione dell’astrofisica Jane Foster che avrà l’onore di incontrare, in maniera un po’ bizzarra, il Dio Thor. A questo punto ci si rende conto che il film Thor richiedeva capacità di alto livello, Branagh è sì abituato ai drammi shakespeariani, ma qui c’è anche il fantastico, quello dei supereroi, l’azione e tutto doveva avere un equilibrio impeccabile. {mosimage}

Impeccabili sono anche gli attori a cominciare dal nostro Dio del Tuono, Chris Hemswoth, che vedete in tutte le immagini a corredo della recensione e che dà prova di una capacità interpretativa notevole, calibrando una personalità forte con una ironia accattivante

In conclusione, il film si propone con un’altissima qualità di regia e interpretazione, una sceneggiatura intelligente e molto divertente, spettacolare a livello visivo, è un film che ha trovato il modo di sorprenderci.

Rimanete fino in fondo ai titoli di coda, come da tradizione Marvel, alcune scene anticiperanno eventi futuri.


Debora Montanari

P.S.:
In quasi tutte le recensioni, i giornalisti hanno scritto che Chris Hemswoth ha interpretato il capitano James Kirk nell’ultimo Star Trek di J. J. Abrams: in realtà ha interpretato i primi cinque minuti del film nella parte di George Kirk, padre del capitano Kirk. Il capitano Kirk era Chris Pine: si vede che molto giornalisti fanno “di tutti i Chris un fascio”!

Più o meno la stessa cosa è successa con Natalie Portman: Thor è uscito in contemporanea con Source Code e indovinate un po’ che cosa è stato scritto? Che Natalie Portman era sul grande schermo con ben due film… due film??? Già, la povera Micelle Monaghan è stata ostracizzata dai giornalisti italiani e la protagonista di Source Code è diventata Natalie Portman: questa volta non si tratta dello stesso nome, ma se sei mora con i capelli lisci per i nostri giornalisti sei Natalie Portman! Approfittatene!

Sto facendo dell’ironia su qualcosa che dovrebbe farci piangere: l’ignoranza cinematografica che comincia da chi dovrebbe fare informazione e che ignoranza se non sanno neanche distinguere gli attori o anche solo leggerne i nomi.

Last modified on Thursday, 19 May 2011 14:56
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