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Rookford, il mistero della solitudine

Written by  22 Nov 2011
Published in Cinema
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L'accurata costruzione delle psicologie dei personaggi e un profondo scavo nelle loro solitudini fa del film dell'esordiente britannico Murphy un'eccellente ghost story classica, che non risente dell'impianto "alla The Others". Da vedere.


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"Non c'è posto migliore di questo per scoprire cos'è la solitudine".
Lo dice in un momento del film la governante Maud (Imelda Staunton), cito a memoria quindi potrei essere impreciso. Infatti, cosa ci può essere di meglio di un cupo collegio inglese immerso nella campagna uggiosa per sperimentarla appieno? E nessuno meglio di un inglese per raccontare una buona storia di fantasmi, direte voi.

E' così, ma - prima ancora - nessuno meglio di un inglese saprebbe rendere col necessario compassato minimalismo espressivo il suo autentico orrore: quel grumo di rigoroso, contegnoso e spocchioso sadismo sociale organizzato che esso rappresenta, o almeno doveva essere nel 1921 (quand'è ambientato il film). A tutti i livelli: insegnanti verso allievi, classi alte verso subalterni, reduci di guerra verso "imboscati", bambini fra di loro e chi più ne ha più ne metta, non manca una cattiveria per nessuno.

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Nick Murphy, un debuttante nel lungometraggio (proviene dalle serie tv), ci riesce, e con una raffinatezza e una maturità sconcertanti. The Awakening (come sempre, il titolo originale è assai più centrato della scialba versione italiana 1921 Il Mistero di Rookford, che vedrete sulle locandine dal 2 dicembre) dà al suo film - un gotico old school - la forza di una straordinaria, classicissima costruzione di psicologie profonde e articolate. Personaggi complessi, che crescono svelandosi davanti ai nostri occhi un piano alla volta, ad ogni svolta della trama.

In fondo, tutto si gioca sullo scavo e le relazioni fra quattro caratteri principali: Florence (Rebecca Hall), scienziata iper-razionalista, volta a scacciare il sovrannaturale dal quotidiano, per non affrontare i demoni di un passato che è meglio scopriate da soli vedendo il film; l'insegnante Mallory (Dominic West), reduce della Prima Guerra Mondiale, tormentato per essere sopravissuto ai propri commilitoni grazie alla ferita alla gamba che lo fa zoppicare; la già citata Maud, austera e onnipresente, ma il cui abisso di dolore si svelerà solo nello sconvolgente finale; e il bambino Tom (Isaac Hempstead-Wright), così solo, serio serio, così empatico verso la solitudine che intuisce nella fredda Florence....

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Senza questo intenso affresco di personali cammini di solitudine e di dolore, Il Mistero di Rookford non sarebbe stato molto più di un (ennesimo) pur valido epigono di The Others (ormai chiaramente il caposcuola della moderna ghost story), come El Orfanato e numerosi altri imminenti titoli, di cui ad esempio leggete sul Nocturno di novembre: con la dovuta magione, austera e minacciosa, ripresa da una fotografia immancabilmente desaturata fin quasi al bianco e nero (pare sia d'obbligo ormai per le ambientazioni retrò), le indagini per lunghi corridoi bui e le apparizioni improvvise alle spalle. Una trama a svelamenti progressivi, con sorpresa finale su chi fosse il fantasma infestante e chi in realtà abbia guidato l'esplorazione dell'inquieta Florence.

Invece è proprio un gran film, va detto. C'è tutto questo, la sorpresa regge (per una volta) fino al finale senza sgonfiarsi, ma soprattutto perché la solida scrittura dei tre personaggi principali e le efficacissime interpretazioni dei tre attori citati (pur non superstar) imprime ai topoi del genere una marcia in più: quella dell'empatia. La nostra, che (come accade in ogni film ben congegnato) ci immedesimiamo nel dolore dei protagonisti, sentendo (come anche in molti validi Dylan Dog) che il vero 'fantasma' che infesta le nostre vite è quello della solitudine, di cui ognuno sperimenta a modo proprio una variante nella propria casa, nella propria vita.

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Il che è più o meno lo stesso, se è vero quello che ci ricorda la nostra "memetista di fiducia" Paola De Vecchi, citando il saggio "Memetica. Il codice genetico della cultura" di Pascal Jouxtel. Ossia che non è un caso che il viaggio di Florence sulla scoperta della verità parta proprio dal giocare con la casa: per lei è come fare un esperimento scientifico, in cui lei vede se stessa come una delle cavie. Ma sarà solo staccandosi dalla propria realtà e spostandosi ad un livello più alto (ossia, guardando dall'esterno, quello della la casa), che l'indagatrice trova la verità. Rompendo la propria resistenza e i propri pregiudizi verso ciò che la scienza non riesce a spiegarle.... "ogni cosa a suo posto ed un posto per ogni cosa", proprio come in una casa ben ordinata.

Il Mistero di Rookford esce nelle sale italiane il 2 dicembre. Non perdetelo: cresce lentamente, ma credete: quando la sua macchina è in pressione non riuscite più a spegnerla, anche senza il minimo dispendio di effetti speciali.

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Il che non significa che manchino le scene memorabili: quella che vi voglio segnalare (di cui vedete un frame nell'immagine qui a sinistra) è quella in cui Florence, sentendosi spiata nel bagno, corre all'inseguimento della misteriosa presenza, approdando a una stanza vuota del collegio, in cui già aveva notato un sontuoso plastico della magione stessa. Attratta, si accosta a una finestrella e guarda dentro: vede dei pupazzetti che riproducono alcune situazioni cui ha assistito quella mattina: discussioni in classe, la punizione di un bambino... poi vede addirittura se stessa nella vasca da bagno in cui era poc'anzi! Se stessa sulle scale in caccia del misterioso spione, se stessa nella stanza in cui è appena entrata per guardare nel plastico. Ma nella scena riprodotta c'è qualcuno dietro di lei. Solo allora ha l'impulso di voltarsi...

Buona visione.

Mario G

(un ringraziamento a Paola De Vecchi Galbiati per il contributo su case e memetica)

Last modified on Monday, 28 November 2011 11:06
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