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Priest non è venuto a portar la pace ma la spada

Written by  17 Jul 2011
Published in Cinema
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Il film di Scott Stewart è un altro esempio di fanta-action vampirico hollywoodiano ad alto tenore spettacolare, coinvolgente a prezzo del tradimento del manwha di Hyung Min-Woo da cui è tratto.

 

 


 

Si parlava - analizzando I Guardiani del Destino di George Nolfi - dell'infedeltà delle versioni cinematografiche rispetto agli originali letterari. Riapriamo questo file occupandoci (anche se con ritardo) di Priest (locandina italiana in apertura e internazionale sotto a destra), il film diretto da Scott Stewart e interpretato (come il suo precedente Legion) da Paul Bettany, nuovo 'duro' in ascesa ad Hollywood.

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Ricordate, se ne era già anticipato nel nostro ampio saggio su cultura e produzioni vampiresche (cofirmato con Marco Marchetti). Ora che è apparso (e volato via dalle sale italiche con la rapidità dei suoi mostri), come quasi sempre, si è tirato dietro il consueto strascico di disprezzo, sarcasmi e staffilate critiche: da parte della 'kritika ufficiale', semplicemente perché trattasi di fanta horror ad altissima (prevalente) connotazione action (il che basta al recensore medio di CorrieRepubblica-StampaGiornaletc. per rovesciare l'augusto pollice tornando a dilettarsi dei fondali rosso cardinalizio delle inquadrature del Papam morettiano).

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Da parte della critica più specializzata (in parte Nocturno e parecchi siti web, come ad es. My Movies) si sottolinea il tradimento da parte della sceneggiatura di Cory Woodman della complessità del manwha coreano di Hyung Min-Woo (in Italia edito in 16 volumetti da JPop) di cui si nutre la trama (e di cui vedete riprodotte le bellissime cover dei primi 2 numeri sopra a sinistra e qui a destra).

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Da sempre, con Posthuman cerchiamo di analizzare il prodotto culturale (o di puro entertainment, come in questo caso) senza cedere a preconcetti, per l'appunto 'analizzando' anziché offrendo sentenze precotte, ed è ciò che proveremo anche in questo caso, mettendo in luce sia i tradimenti (che ci sono, eccome), sia le frecce buone che anche questo prodotto di genere commerciale e roboante ha al proprio arco.

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Partiamo dai difetti, così rintuzziamo subito l'accusa di essere buonisti per definizione nei confronti del pulp horror spettacolare: è innegabile che nel film sia andata completamente a farsi benedire la complessità del fumetto (a sinistra ancora una serie di copertine, stavolta degli ultimi numeri della saga), il quale graficamente rimane un interessantissimo melting pot di disegno orientale "da manga" (di cui manhwa è la traduzione coreana, appunto) e di espressionismo europeo (quegli spigoli acuminati nei volti, molto alla Egon Schiele), cosa di cui nella pellicola non rimane traccia.

Ma, anche narrativamente il fumetto Priest aveva una notevole originalità: non solo nella fusione di ambientazioni western (che in fondo sappiamo care anche nel Sol Levante a un regista pulp come Takashi Miike) e horror sovrannaturale irto di zombie, mostri e demoni. No, l'orientale Min-Woo (come il suo connazionale Park Chan-Wook regista della celebre 'trilogia della vendetta') è letteralmente permeato di cultura cattolica e di quel dualismo bene-male, peccato-punizione, dannazione-redenzione che saremmo tentati di ritenere estraneissimo a una cultura non tradizionalmente cristiana come la nostra (e a cui fa riferimento la citazione evangelica nel titolo dell'articolo).

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Invece il suo fumetto pullula letteralmente di angeli caduti, antieroi titanici che, schiacciati dal dolore e delusi dalla sua assenza di misericordia, rinnegano Dio per votarsi al Male. Chiaramente, tutto un conflitto profondamente romantico-gotico-cristiano che, anche se precipitato nell'immaginario di un fumetto horror, mostra chiaramente le sue radici nell'immaginario dantesco o di Bosch (notate il fondale della tavola a destra), non certo della tradizione coreana (anche se Min-Woo, va detto, a differenza del regista Park, non si dichiara religioso). Immaginario che deve avere intrigato subito il regista di Legion, altra sarabanda di sparatorie in chiave fantareligiosa in cui il Bettany interpretava l'arcangelo Michele.

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Come si diceva, e come ammette lo stesso autore del manwha, Scott Stewart non poteva non semplificare la complessa saga familiar-demoniaca, che muove dal medioevo delle Crociate fino al "presente" della storia, un ucronico West in cui però si usano armi come i mitra. Ma il regista fa molto di più: tenendo del fumeto solo l'idea base di un Sacerdote in lotta contro demoni sovrannaturali, trasforma questi ultimi in una razza di vampiri alla Descent (quello di Neil Marshall, citato nelle numerose sequenze in orride caverne), l'amata sorella Jenna in una figlia data in adozione al momento dellìentrata a far parte dell'ordine di Sacerdoti-guerrieri antivampiri e ora rapita da questi ultimi, quindi da salvare a costo della vita (o della scomunica), e l'ambientazione western in un futuro post-apocalittico, precipitato dell'intero sottogenere, da Mad Max a Codice Genesi (The Book Of Ely).

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Dell'originario western rimangono solo alcune scene di ambientazione nei sobborghi e l'abito del cattivo Black Hat (sopra a sinistra accanto al Bettany, che mantiene il cappello da cow boy con la tesa strappata da cui brilla il suo occhio malvagio sul visto interamente in ombra, come l'Ivan Isaak del fumetto): il film è ambientato piuttosto in un futuro desolato e sì desertico, ma in cui la rocca degli umani superstiti è figlia dell'immancabile Blade Runner, l'assalto al treno dei vampiri (cui si riferiscono l'inquadratura qui a destra dello sceriffo buono Hicks-Cam Gigandet, promosso da Twilight, e quella sotto a destra dell'acrobatico salvataggio) mixa abilmente reminiscenze western col Dead Reckoning di Romero (Land Of The Dead - La Terra dei Morti Viventi) e col carpenteriano Fantasmi da Marte (Ghost Of Mars).

Se ci mettiamo gl'ineluttabili combattimenti figli di Matrix (ralenti-accelerazione, salti, capriole e scontri in volo), voi direte, il corredo visuale-base del fantastico postmoderno 'di scuola' c'è tutto. Vero, ma (ed eccoci ai pregi) va anche detto che il film fila via diretto come il treno dei suoi vampiri, il ritmo non cede mai e - se le psicologie dei personaggi e il coté mistico sono ridotti all'osso - la macchina funziona e intrattiene senza mai indurti a chiederti "ma perché sto qui, io?".

Anzi, personalmente - oltre a godermi citazionisticamente tutti i rimandi di cui sopra, col piacere di seguire l'evoluzione degli stilemi del fantastico nel corso del tempo - ho trovato pure convincente la legnosa interpretazione del durissimo Bettany e mi son lasciato commuovere dalle sue (pur rozze) motivazioni eroiche di lotta al Male-difesa della figlia perduta: son quei casi in cui anche il prodotto di genere hollywoodiano ben congegnato ti fa "sospendere l'incredulità" (come dicono i colti) e ti porta via nel suo inverosimile mondo di fantasia.

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E poi, permetteteci di sfatare un po' di luoghi comuni: oggi Clint Eastwood è considerato un grande del cinema, per la sua lunga carriera e i suoi recenti capolavori anti-eroici, ma quando divenne l'icona western leoniana cui anche questo lontano epigono guarda, il suo demiurgo (Sergio Leone appunto) diceva di lui che "aveva solo due espressioni: una col cappello in testa e una senza". Ciò gli ha forse impedito di diventare una leggenda cinematografica? Perché oggi mitizziamo la sua rigidità interpretativa, ma dilegiamo quella (analoga) di un Bettany? Non c'è uno snobismo gratuito e un po' ipocrita in quest'atteggiamento pseudo-critico-raffinato?

Quindi recuperate Priest come potete, vi offrirà il necessario refrigerio delle sue minacciose grotte in una serata estiva. Poi, prima di partire per le vacanze - se già non è sul vostro scaffale - procuratevi i 16 volumetti del fumetto e gotetevi il suo tsunami di orrore sanguinario e filosoficamente più raffinato. In nessuno dei due casi la noia vi sorprenderà colle mascelle spalancate.


Mario G

 

Last modified on Monday, 18 July 2011 12:08
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