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Pietà - un Kim Ki Duk "pietoso"?

Written by  25 Sep 2012
Published in Cinema
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Marco Marchetti non ha remore nello stroncare l'ultimo film del regista sudcoreano, pur incoronato del Leone d'Oro all'ultimo Festival di Venezia, per una provocatorietà più posata che autentica.

 


 


I festival ormai sono alla frutta o quasi. Quest'anno Locarno è stato un'ecatombe di pellicole oscene, gettate nel mucchio per far numero e chiuder buchi: nel momento in cui il Pardo d'Oro ha colmato le mani di Brisseau per il suo La fille de nulle parte, si è capito che l'edizione 2012 della rassegna elvetica ha doppiato l'altrettanto pessima edizione berlinese del 2001, quando Intimacy di Patrice Chéreau vinse l'Orso d'Oro per quelle due o tre (orribili) scene di sesso non simulato. Sì, perché Brisseau, per quanto la sua ultima fatica non contenga niente di scandaloso né di innovativo, altro non è che un mediocre pornografo in confronto al quale il nostrano Tinto Brass appare un Picasso del culo (ma ve la ricordate quella merdata de Il potere dei sensi?); si parva licet, anche l'ultima cinesposizione veneziana non si è allontanata molto da questi barocchismi ideologici, tra l'altro piuttosto vecchiotti, per i quali basta una trasgressione comprata al supermercato dei poverelli, riscaldata e servita con contorno di patate, per stimolare l'acquolina nel pubblico festivaliero.


Prima la denuncia per vilipendio presentata in procura da una fantomatica organizzazione cristiana antiabortista e che, colpendo Ulrich Seidl e il suo ultimo (parrebbe) capolavoro, Paradies: Glaube, è comunque riuscita ad ottenere il risultato opposto a quel che s'era prefissata: poca visibilità per sé, e molta per l'oggetto di singolar tenzone, premiato, secondo il sottoscritto comunque meritatamente, col Gran Premio della Giuria. Infine il Leone d'Oro a Kim Ki-Duk per la sua pellicola contro il capitalismo. Questa, sempre ad avviso del sottoscritto, meno meritatamente. Di sicuro c'è solo una cosa: che il pel di fica tira più di un carro di buoi, soprattutto se si tratta di perversioni di varia natura, violenze assortite e curiose rappresentazioni a carattere erotico.


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Comunque il film di Kim Ki-Duk, Pietà (riferimento colto all'opera omonima di Michelangelo, come da locandina in apertura) di politico non ha un bel niente, con buona pace del suo regista che s'è baloccato, durante i cerimoniali sovietici di premiazione, con tanto di canti popolari e pugni chiusi levati a sottolinearne lo spirito polemico e radicale (foto a destra).


Pietà parla di un giovane e cattivissimo usuraio (Lee Jung-Jin, foto sotto a sinistra), che presta denaro a strozzo ai piccoli artigiani di un quartiere destinato in breve a scomparire, sommerso dai palazzoni e dai grattacieli di una grande metropoli sudcoreana. Quando le vittime indebitate non sono più in grado di restituire le somme, il ragazzo le rende disabili grazie a una specifica assicurazione infortunistica precedentemente sottoscritta, che gli consentirà di ricavare dalle loro mutilazioni il denaro prestato. I poveracci finiscono allora a vivere in tuguri e baracche, chi chiedendo l'elemosina, chi ingozzandosi di alcol e depressione.

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Un giorno però, dal brumoso passato del nostro speculatore, ricompare la madre (Jo Min-Su, nella stessa foto) che l'aveva abbandonato appena partorito. Che sia la madre il figlio non ne è proprio sicuro, così alla sconfinata devozione di lei (la donna si cosparge il capo di cenere e chiede umilmente perdono per averlo lasciato) egli risponde picchiandola, umiliandola e insultandola in tutti i modi possibili e immaginabili; la sventurata però non si dà per vinta e, apparendo in ogni occasione, segue il ragazzo come un'ombra, gli si intrufola per casa, riassettando mobili, cucinando pietanze e accettando passivamente ogni sopruso come parte integrante del proprio percorso di remissione.

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A questo punto, non si capisce bene né perché né percome, il figlio, non contento di botte e sberle, ne combina di tutti colori: prima si taglia un lembo di carne dal polpaccio e lo fa assaggiare alla presunta genitrice, quindi le infila le dita nella vagina e la violenta. Poi va a dormire, e a quel punto la madre, ripresasi dallo choc, fa una sega al ragazzo immerso nel mondo dei sogni; infine la donna si chiude al cesso e guarda interessata lo sperma colarle tra le dita. Un film sul capitalismo.


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Non si svela altro per non rovinare (lo si dice con tutta l'ironia del caso) la visione allo spettatore medio, che proprio perché conoscendo e apprezzando Kim Ki-Duk, difficilmente potrebbe accettare un film così brutto, sempre che poi qualcuno, pur di farsi piacere l'arcicoccolato regista del momento, non voglia prendere lucciole per lanterne e stabilire che Pietà è un capolavoro a prescindere da ogni altra ragionevole considerazione. Il problema principale però non è tanto questa accozzaglia di trasgressioni appiccicate alla buona per mandare in sollucchero la giuria di Venezia, quanto la non-necessità, e quindi l'inutilità, di un film di questo genere.

L'estremismo concettuale di una pellicola lo si misura in diretta proporzione alla capacità del suo regista di inscenare quanto di solito si ascrive al fuori scena (da qui il termine oscenità) e in misura inversamente proporzionale alla volontà di confezionare un film imborghesito ed edificante. E Kim Ki-Duk tiene il piede in due scarpe, da un lato scandalizza senza scandalizzare, ma anzi facendo incetta di premi, dall'altra la butta sul politico piantando una caciara più ridicola del suo siparietto canterino.


Da evitare. Per pietà.


Marco Marchetti

Last modified on Tuesday, 25 September 2012 13:58
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