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Nymphomaniac director's cut: psicanalisi della fica senza tagli

Written by  22 Mar 2015
Published in Cinema
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Dal 24 marzo esce in home video per CG Entertainment l’edizione definitiva del capolavoro erotico-drammatico di von Trier, con circa un’ora di scene finora viste solo ai festival. Un capolavoro filosofico o psicologico? L’analisi dello psicologo.

 


 

"Ciò che voi chiamate depravazione
non è altro che lo stato naturale dell'uomo."
(D.A.F. De Sade)

Torniamo su Nymphomaniac – uno dei vertici del 2014 cinematografico – con l’uscita (per CG Entertainment) dell’ attesa director’s cut del film (in vendita dal 24 marzo come doppio dvd o singolo blu-ray, in apertura la copertina, qui sotto l'interno della mia copia): poco più di 5 ore e 20 con audio originale con sottotitoli italiani per gustarsi l’ultimo capolavoro di Lars von Trier come il regista l’aveva concepito, cioè nella versione finora presentata solo a festival internazionali.

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Ma… Nymphomaniac è un capolavoro filosofico o psicologico? Secondo Alberto G. Biuso non c’è dubbio, sicuramente filosofico: nella sua recensione al Volume II, il filosofo si concentra sul concetto di dipendenza – dal sesso come dalla religione, dai soldi, dalle relazioni o dai social network – che diventa una chiave di lettura della nostra società sempre ossessionata da qualche feticcio, definito però “perversione” solo quando è di natura erotica. In effetti, soprattutto nel Volume I, i due personaggi principali Joe-Charlotte e Seligman-Stellan ci vengono presentati come due assoluti filosofici, in una sorta di dialogo platonico fra posizioni opposte: totalmente istintuale la donna, asociale e disinteressata al mondo e alla vita, al di fuori della propria immediata soddisfazione sessuale; totalmente razionale lui, specularmente privo della dimensione istintuale e carnale a favore della lente intellettuale, suo unico osservatorio sul mondo, la vita e l’umane traversìe.

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Tuttavia, la seconda parte del film ci riserva delle interessanti evoluzioni di questi personaggi, all’inizio così monolitici: è per questo che abbiamo chiesto un parere anche a Remo Bedolis, psicologo clinico e consulente in sessuologia, il quale osserva che il dialogo fra i due è strutturato proprio come una seduta psicanalitica, con Joe sul lettino e Seligman seduto accanto ad interrogarla. «Nel film sembra essere assolutamente assente uno sguardo moralistico legato alla sessualità della protagonista – spiega Bedolis – la quale si autodefinisce come colei che ha “preteso di più dal tramonto” ma anche “un pessimo essere umano”, con una evidente scissione della propria identità. Ed è proprio la scissione a fare da padrona nell'intero film, scissione nata forse dall' incomunicabilità affettiva dei due genitori: una madre anaffettiva sia nei confronti della figlia che apparentemente del padre; e quest'ultimo, sensibile ma con problemi di alcolismo che lo porteranno alla morte per delirum tremens, che risulta l’unico referente affettivo di Joe nell'infanzia e anche per molta parte della vita adulta, il cui messaggio d'amore è legato all'anima degli alberi e alla ricerca dell’anima stessa».

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«I punti fondamentali del percorso di individuazione di Joe sono caratterizzati dalla scoperta del mondo e delle relazioni tramite la Sua Vulva», continua Bedolis. «Quella “Vulva, mea maxima vulva” invocata dalla protagonista Joe che rappresenta sì la nascita e la porta sensoriale della conoscenza del mondo, ma anche l'abisso che fagocita e tutto distrugge con una plastica identificazione dei freudiani concetti di Eros e Thanatos. Dapprima in un gioco intimo e di ricerca di sé con l'amica del cuore e poi nella completa ricerca di nuovi e totali piaceri sessuali attraverso il corpo e la negazione del bisogno di amore».

A livello di scene, il club del “piccolo gregge” in cui Joe e le amiche inneggiano alla “Maxima Vulva” è il primo quadro che la director’s cut ci mostra leggermente ampliato, insieme agli still frame di Joe adolescente dedita a darsi piacere con gli attrezzi scolastici più strani, dalla squadra al compasso.
Poi si dilata la sequenza della sfida fra le due amiche in treno per il maggior numero di “rimorchi”, anche se senza scene particolarmente hard (siamo ancora nella parte più “commedia”, del sesso come gioco).
Ma anche nella parte dedicata alla morte del padre per delirium tremens troviamo dei dialoghi di Joe col medico in ospedale che, se non modificano i toni del blocco più struggente del Volume I, meglio sviluppano la tragedia affettiva della protagonista e la sua inevitabile risposta (farsi sbattere nei sotterranei dell’ospedale dal primo infermiere disponibile).

«Joe appare una ragazza profondamente depressa – continua lo psicologo – una “sensation seeker” che naturalmente durante il suo percorso sviluppa una dipendenza sessuale da manuale. Non esistono per la protagonista altri interessi se non il sesso e la voce della Sua Vulva che improvvisamente tace proprio quando vi è il tentativo di “integrare” le parti di sé (la polifonia bachiana) innamorandosi di Jerome, colui che la inizia al sesso attraverso una commistione di piacere e dolore che la protagonista porterà con sé per tutto il film. Nel momento in cui si abbandona alla relazione, diventa anorgasmica e perde la possibilità di provare piacere, inizia una vita “borghese”, diventa madre , ma il bisogno di ritornare a guardare il mondo attraverso il suo occhio primitivo e sensoriale , la porta a separarsi nuovamente dalle relazioni che aveva instaurato (Jerome e il figlio) attraverso la ricerca di esperienze estreme (il sadomasochismo con il violento K.) in cui è evidente il desiderio di autodistruzione e punizione».

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E qui siamo già in pieno Volume II, quello maggiormente dilatato nel director’s cut, coi suoi 171’: c’è la scena in cui Jerome le regala un anello e lei lo getta nel camino, una prova di malvagità gratuita di Joe-Stacy Martin, che conduce a una riflessione di Seligman sulla perfezione del “taglio” (metaforico?) del diamante. Certo, come ampiamente divulgato ci sono i famosi dettagli hard di falli, vulve, penetrazioni etc.: in qualche caso vediamo meglio la meccanica dell’atto (ad es. la famosa “anatra silenziosa” di K. nell'immagine qui sopra a sinistra).

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In qualche altro cambia decisamente il senso della scena; come ad es. nella gang bang coi due neri, che nella versione editata sembrava finire con un nulla di fatto, mentre ora scopriamo che il sandwich c’è stato eccome (come vedete dallo screen shot da noi realizzato qui a sinistra), anche se i battibecchi africani fra i due maschi spingono appunto Joe a svignarsela alla chetichella.

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Ma la più importante (ed estesa) è sicuramente la sequenza relativa alla seconda gravidanza di Joe (foto a sinistra), prima dell’abbandono di Jerome col figlio, comprendente i dialoghi con un ginecologo, con una psicologa, indi il drammatico auto-aborto con dettagli ai limiti dello splatter. Ma senza alcun compiacimento pulp: c’è solo l’orrore lucreziano del prosaico funzionamento del nostro corpo, della nostra stessa esistenza (nascita-cibo-sesso-morte), prossimo al Viaggio di Céline. Il seguente confronto Joe-Seligman, in cui lui “non giudica una questione tutta femminile” e lei lo accusa d’ipocrisia, come chi ignora la crudeltà della macellazione che sta alla base della nostra alimentazione. Siamo all’orrore Una contrapposizione dura e fondamentale per lo sviluppo dei due personaggi, che nella theatrical release mancava totalmente. E da sola varrebbe l’acquisto del cofanetto.

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Da questa sequenza dipende l’astio della protagonista per la categoria degli psicologi, che torna nel quadro del gruppo d’ascolto delle “sex addict”, dove scopriamo un’altra piccante scena inedita: quella della graziosa signora bionda che si concede a una gang bang di tre ore all’aperto in una carbonaia (foto a destra).

Poi c’è ovviamente la buffa scena in cui l’imbarazzata Joe va in un negozio di articoli da equitazione a comprare il frustino ordinatole dal sadico master K. (“per che cavallo?”, chiede la commessa…!). «Scegliendo nuovamente di abbandonare la “vita borghese”, riappare e si riappropria del piacere per tornare finalmente a godere dei “colori del tramonto”», commenta sempre Bedolis. «Ma l'inconscio gioca brutti scherzi: il senso di colpa dovuto all'abbandono del figlio la porta a sviluppare una condotta antisociale in cui l'aggressività finora autodiretta viene portata all'esterno, aiutata in questo dalla naturale mancanza di empatia per il genere umano se non per coloro che vengono considerati dei reietti dalla società con i quali è più semplice identificarsi.
L'incontro con P sembra riportare Joe verso una ritrovata relazione in cui il gioco del rispecchiamento narcisistico è evidente: colei che forse potrà darle amore ma anche una proiezione di sé nel futuro ma che “casualmente” incrocia l'altro grande amore di Joe, Jerome iniziando un gioco inconscio di identificazioni: Joe con la propria madre, il cui distacco emotivo e il gioco solitario di carte era dovuto alla sua gelosia nei confronti del marito e della figlia, mentre Jerome inizia una relazione con la “nuova Joe” e “uccide affettivamente” la vecchia Joe in un continuo gioco di specchi deformati».

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La parte finale del film – quella dell’incontro con Mia Goth-P. (con la Gainsbourg nella foto a sinistra) – è sostanzialmente invariata fra le due versioni. Ed è quella in cui si compie (e si sfalda) la “seduta psicanalitica” fra Seligman e Joe: «l’uomo rappresenta lo sguardo “giustamente distante” del terapeuta che può empatizzare senza entrare in relazione con la paziente-protagonista, per cercare insieme di dare una prospettiva narrativa al percorso di individuazione di Joe. Lei infatti alla fine del racconto arriva alla “catarsi” in cui è possibile abbandonarsi, dare un senso al proprio vissuto ed a “perdonare“ il proprio lato oscuro nel sempre difficile percorso di integrazione dell'Io e della sua “anima deforme”, rappresentata dall'albero sulla vetta. Seligman tenta di dare una spiegazione sociologica alla potente ed anarchica sessualità di Joe come ribellione alla società maschilista e conformista in cui siamo immersi, spiegazione che ha una sua fondatezza anche se trascura gli aspetti propriamente relazionali, emotivi ed inconsci, che inevitabilmente portano alle “scelte” dei comportamenti e nelle relazioni umane. Ma, peggio ancora, compie il più pericoloso (e fatale) errore del “setting terapeutico”: agisce l'evidente transfert erotico che Joe mette sempre in atto con le persone con cui si relaziona, ma questo è intollerabile per lei e porta al tragico e sorprendente epilogo».

Filosofia, psicanalisi o più probabilmente un raffinatissimo intreccio di ambedue? Certo che, ora che esce questa imponente versione uncut, solo così andrà visto d’ora in poi l’opus magnum di von Trier. Che segna una pietra miliare nel cinema erotico di tutti i tempi. E non solo.



Mario G & Remo Bedolis


PS: per un confronto frame by frame delle due versioni, vi segnaliamo la puntuale disamina del sito Movie-Censorship (in inglese).

Last modified on Saturday, 09 May 2015 14:43
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