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Django, o Sigfrido nel West

Written by  20 Jan 2013
Published in Cinema
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Nel nuovo metacalderone western di Tarantino, il vendicatore ispirato al Django di Corbucci si fonde con l'eroe nibelungo nel suo film forse più ambizioso e formalmente consapevole. La recensione di Davide Stanzione

 


 

Atteso e preannunziato da anni di anticipazioni ("sarà un western", "rifarà a modo suo un altro classico b-movie italico", "ci sarà Kurt Russell nel cast", "no ma ci sarà un cameo di Franco Nero, il Django storico", foto a destra), è finalmente anche sugli schermi italici Django Unchained (QUI la pagina Wikipedia italiana, in apertura la locandina) nuovo opus magnum del cinemanierista più famoso al mondo. Che, come sapete, stavolta si dedica a ricostruire nel proprio personalissimo linguaggio (questo sì metacinematografico) un nuovo tassello di immaginario di celluloide: il western, l'epos americano per eccellenza.

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Come lo fa? Con il consueto sterminato bagaglio di citazioni dall'universo dell'amato spaghetti western (il Django di Corbucci e non solo, come leggete nella documentatissima analisi di Davide Pulici su Nocturno di gennaio, al quale vi rimandiamo) e non solo: fra le chicche estranee al mondo del bis italiano balzano all'occhio un personaggio minore che si chiama Blueberry (come il famoso soldato blu del fumetto francese) e il riferimento all'Anello del Nibelungo wagneriano, cui fa riferimento il nome di Broomhilda (Brünnhilde nell'opera, Kerry Washington nel film), la schiava moglie di Django che lo schiavo (Jamie Foxx) liberato dal cacciatore di taglie andrà a riscattare, ergendosi a Sigfrido americano, con gran gioia del suo mentore Schultz (Cristophe Waltz, tedesco anche nella finzione, che vedete a sinistra insieme al resto del cast che conta, ossia Di Caprio e Jackson).

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Insomma, l'epos americano attraverso una serie di rimandi che sono quanto di meno autenticamente americano si possa immaginare. Tipico del personaggio, no?
Ma non corriamo troppo avanti: l'analisi di Davide Stanzione rende pienamente giustizia al titanico sforzo compiuto ancora una volta dall'inventore del 'pulp' col suo nuovo epos sempre sulle tre ore, quindi a lui passiamo la linea.

 



Come già il suo ultimo capolavoro Bastardi Senza Gloria aveva evidenziato in modo lampante, il cinema di Quentin Tarantino ha ormai imboccato in modo definitivo una delle linee di pensiero più ardue ma anche più ambiziose che un cineasta può prefissarsi di percorrere: la ristrutturazione totalmente personale dei generi e degli archetipi cinematografici, portata avanti già coi suoi indimenticabili titoli degli anni ’90, oggi viene infatti a fondersi con un’ulteriore riformulazione della Storia con la S maiuscola, dando così corpo a un territorio franco e salvifico in cui in nome del cinema si può (quasi) tutto.

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Una rotta che sarebbe impervia da solcare per chiunque altro ma non per lo sfrontato ragazzaccio di Knoxville, che in Django Unchained si ritrova a ripensare al western come elemento fondativo dell’America, della sua storia e del suo spirito nazionale arrivando a fornirne la propria personalissima versione. Manco a dirlo, onnicomprensiva e bulimica, sfrenata e lussureggiante, coltissima e citazionista, furoreggiante e incalzante, assatanata e sregolata.

La Storia non viene qui riscritta dalle fondamenta come nel finale di Bastardi Senza Gloria in cui Hitler, Goebbels e i vertici del Reich venivano barbaramente trucidati dentro a un cinema per mano di un’ebrea e di un nero, non la si sovverte radicalmente in nome di un atto creativo superiore perfino alle rigide catene degli eventi effettivi ma si mantiene piuttosto una formale aderenza a una certa verità e verosimiglianza, senza sguazzare mai a piene mani nel fumettistico.

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In compenso, ci pensano i personaggi a rimarcare l’essenza tipica del tratto tarantiniano: nel 1858, due anni prima della guerra civile, quando la schiavitù imperversa sul suolo americano e il sangue scorre (ovviamente) a fiumi, sono un dentista tedesco cacciatore di taglie (il dottor King Schultz) e un negro di nome Django (“La D è muta, bifolco!”) a cambiare la storia dell’America scorrazzandovi attraverso tra sbruffonerie irresistibili e omicidi prezzolati, in virtù di una dissacrazione tarantiniana che qui appare più cialtrona e divertita rispetto all’apocrifa rilettura del war movie dei Bastardi ma non meno stilisticamente matura e compiuta, noncurante e meravigliosamente inorgoglita dai suoi eccessi audiovisivi, dall’arditezza della bravata spericolata di turno, dal colpo di genio a ripetizione.

Già i titoli di testa, sorretti dal bellissimo tema di Luis Bacalov del Django originale con cui il film di Tarantino condivide manco a dirlo assai poco (per favore, non chiamatelo remake!), danno l’avvio all’infinita sera di anacronistici cortocircuiti di cui il film si nutre per ricreare il suo universo variopinto e post-moderno, anche se in questo caso, vista l’ambientazione maneggiata, forse sarebbe più doveroso parlare di neo-classicismo.

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Basti pensare a tal proposito che quel John Ford tanto bistrattato da QT, che l’ha in passato bollato come regista “noioso”, in Django Unchained esce dalla porta ma finisce col rientrare dalla finestra: lo ritroviamo tanto nelle vivide ombre che riverberano su un muro un abbraccio tra il protagonista e la sua amata Broomhilda von Shaft quanto nelle scene innevate che vedono protagonisti Django e il dottor Schultz, un duo stratosferico che si staglia fin da subito come una delle più irresistibili e iconiche accoppiate del cinema degli ultimi anni, nel solco di un buddy movie che come sempre vive di contrasti (Schultz è logorroico tanto quanto Django è, per l’appunto, “silente”) e di complicità (l’apprendistato/bildungsroman che lo schiavo compie come cacciatore di taglie in compagnia dell’a dir poco curioso dentista).

Ma Tarantino nella sua solita commistione con la cultura alta va anche oltre: confeziona una caccia notturna di favolosa bellezza sulle note del verdiano “Dies Irae” (nell’anno del bicentenario della nascita dell’incommensurabile compositore nostrano) e con un colpo di coda geniale occorso durante la lavorazione del film fa coincidere i nomi e gli intenti della storyline principale (Django che intende riappropriarsi della sua amata) col mito tedesco per eccellenza, cui ha dato lustro un altro grande compositore, Richard Wagner, nella tetralogia de “L’anello del Nibelungo”.

Riferimenti elevati e blaxpoitation sparato in salsa southern coesistono dunque esattamente come il puro divertimento del fare cinema si ritrova a convivere con la caustica messa alla berlina di un’America cialtrona e involgarita, ignorante e impomatata, violenta e cafona: il Calvin Candie di uno stratosferico, mimico e stilizzato Di Caprio, che domina incontrastato sulla “Casa Bianca” (denominazione quantomeno suggestiva) è l’emblema perfetto di un paese abituato a sguazzare nel fango sanguinolento di un ciarpame umano incolto e brutalizzato, che si sollazza in modo quasi ributtante davanti a due mandingos che lottano a mani nude cavandosi gli occhi, vanamente francofilo e falsamente raffinato (in realtà, Calvin non sa che Dumas è nero, giusto per fare un esempio…).

Tarantino vi contrappone mirabilmente il razionalismo illuminato della vecchia Europa, incarnata proprio dal King Schultz di Waltz: la parlata affettata, la cadenza germanica, il lessico forbito e ridondante e gli indugi comunque sempre ammiccanti e carismatici ne fanno uno dei più bei personaggi mai scritti da Tarantino, secondo forse solo al colonnello Hans Landa.

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Non è un caso, naturalmente, che siano entrambi interpretati dallo stesso gigantesco e gigioneggiante attorone austriaco, dotato di un istrionico senso dello spettacolo e di una picaresca sfacciataggine che finisce quasi col rientrare, trascinandovi di riflesso tutto il film, in una dimensione parodico-farsesca che è l’approdo definitivo del cinema tarantiniano, già di suo sempre sottilmente ironico (in tal senso, esilarante e gustosissima è la debordante presa in giro, anch’essa in barba a un lieve anacronismo storico, dei cavalieri del Ku Kluk Klan) e sempre, doverosamente metacinematografico.

Ed è dunque proprio la finzione consapevole uno dei maggiori leitmotiv e motori narrativi di Django Unchained: il personaggio di un Jamie Foxx perfettamente monocorde e Schultz si danno i ruoli tra loro e inscenano di volta in volta una recita diversa a seconda della situazione che devono affrontare, al servizio di una creatività rimodellante mossa da una “curiosità” spiccata, di un fanciullesco e mai sterile incanto nel polverizzare le logiche della visione inchiodando lo spettatore a un senso di estatica e sospesa apnea per quel che succederà di lì a poco.

Il cuore nero dell’America tarantiniana ammalia e corrode, si sporca le mani come Django (“Io conosco gli americani meglio di voi”, riferisce il protagonista a Monsieur Candie) e rinfocola le cavalcate delle Walkirie in chiave anarcoide. Si fonda su un’amicizia in parte e in fin dei conti disinteressata come lo è quella di Schultz per Django e alla fine ritrova perfino il cuore pulsante del sentimento autentico, quello di Jackie Brown e di Kill Bill vol.2.

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L’amore muove il mondo, esattamente come la vendetta, e Tarantino lo sa bene: un Aufwiedersehn accompagnato da una carezza di gratitudine tra i capelli possono scaldare il cuore anche se stanno in mezzo a un massacro parossistico e alle polveri da sparo di una piantagione sudista. E gli occhi lucidi di uno schiavo nero che guarda un suo simile affrancato cavalcare l’orizzonte dopo l’ennesima esplosione catartica e risolutiva sono un’immagine di grandissimo umanismo, perfino.

Tarantino dunque si e ci diverte, ma come raramente accade nel suo cinema la forma delirante e polverizzante e il contenuto si incontrano in un matrimonio compiutissimo che rende doverose, necessarie e di sicuro non superflue persino le prolissità e il kammerspiel lunghissimo consumato dentro Candyland, con una menzione d’onore a un Samuel L. Jackson dickensiano e sinistro, ricollegabile a quel Wotan ultrasettantenne che Sigfrido nel mito credeva essere suo nonno.

Il tutto profuso in nome di un cinema trascinante e saturo e di un fascino deflagrante per la visione, magari imperfetto, ma mai così rabbioso e perfino imprevedibilmente toccante e commovente (e come non commuoversi, ad avventura finita, quando parte un altro tema immortale del western all'italiana, quello di Trinità).

Si arriva al finale – un’altra esplosione, come in Bastardi Senza Gloria – che si fanno i salti di gioia, come la Broomhilda di Kerry Washington, consapevoli che sì, questo per Quentin potrebbe davvero essere “il suo capolavoro”.


Davide Stanzione & Mario G

Last modified on Tuesday, 22 January 2013 22:53
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